Il ponte sullo scalo

Non lontano da dove vivo, è avvenuto il deragliamento del treno Cremona-Milano.

Non lontano da dove corro, anzi. In questo speciale caso più vicino ancora, viste le mie recenti visite podistiche (e infausta, una) al Ponte degli Specchietti, che scavalla la ferrovia, là dove diventa scalo ferroviario tra le fermate di Limito FS e Segrate FS.

treno-deragliato-le-immagini-aeree-della-polizia-4.jpgSono 700 metri di ponte, per dire. Si passa su migliaia di container, sulle favolose macchine (bestie enormi che paiono dinosauri) atte a spostare gli stessi, pronti per prendere una via o l’altra, il Brennero o il mare. Si passa davanti a quello che era l’orgoglio precipuo del progresso di fine Ottocento, la ferrovia che era capace di portare benessere in ogni luogo.

Ho dovuto faticare molto oggi per non recarmi sul posto a cercare di vedere un luogo – a me noto – trasformarsi in cronaca sulla bocca di tutti. Un luogo talmente di passaggio che per i più è quasi un non-luogo. Chi infatti si prende la briga di localizzare un punto su una linea ferroviaria, la cui maggiore caratteristica è la lunghezza e non certo la larghezza? Quante persone passano inosservate da lì? Come cammelli dalla cruna di un ago. Se non quando, appunto, quel non-luogo si impone con una violenza lanciata a bomba. Oggi quel punto campeggia su tutti i siti di informazione.

Durante la mattinata di convulse dirette web, non ci metto poi molto a riconoscere una rotonda, quando il cronista fa una carrellata di ciò che si vede dalla collinetta dove si è asserragliato per evitare che le forze dell’ordine lo scaccino. Riconosco i camion gialli con le scritte rosse e i camion-frigo bianchi con la scritta blu e azzurra. Allora il luogo diventa più che familiare, e doloroso alquanto.

Contro cosa si lancia quel treno? Forse, contro un certo modo di vedere la gestione della cosa pubblica. Da troppo tempo ormai, usata come palcoscenico per il prossimo “leader maximo”. Farsi belli con progetti tutti nuovi, e lasciare l’esistente a marcire. Ammirare un ponte inesistente sullo stretto (ma già lucroso per molti) piuttosto che il paesaggio da un ponte sullo scalo, quasi privo di treni, ma che porta molte vite avanti e indietro tra la città e la campagna.

Si nasconderanno dietro mille scuse e anche più carte bollate. Grideranno alla fatalità. Ma la manutenzione, dea minore, quella è lì che grida vendetta. Già vedo il politico che si lancia usando questa disgrazia come tema di campagna elettorale, approfittando del fatto che al governo ora ci sono “gli altri”. In realtà la manutenzione grida vendetta da decenni. Di governi ne sono passati, sotto i ponti.

Mentre correvo, un paio di settimane, da quel ponte sullo scalo ferroviario ho lanciato molti sguardi come se sui binari dovesse accadere qualcosa di grave proprio nel momento in cui passavo. Non è accaduto nulla. Quel fatto grave è accaduto oggi – giorni dopo – ma in realtà stava già accadendo – da molti anni. Se è vero che un processo potrà incagliarsi su un cavillo e permettere al solito burocrate di salvarsi appellandosi, è anche vero che la colpa della collettività è di un’evidenza terrificante. Come in altre decine e decine di casi (se si scorre la lista degli incidenti raggiungibile cliccando sulla foto). Limito sarà l’ennesima tappa di quel treno che ci porta lontano dal un progresso moderato, capace di tutelare i diritti di tutti quanti.

Riposate in pace, Pierangela, Giuseppina, Ida Maddalena.

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Riporto un’opinione, quella di Francesca Mondani, perchè dice una cosa importante:  i “responsabili ci sono e devono venire fuori“. La trovate nel suo articolo, Essere pendolari dopo un deragliamento.

 

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