L’essenziale

Ah, che bello sentirsi bene, dopo una sana corsetta mattutina. Antelucana.

Da delirio proprio. Confesso che è sempre più dura alzarsi al mattino presto per correre. E la sensazione è quella di avere qualcosa che non va, di essere un po’ svitato. Ovvio, questa sensazione svanisce dopo un chilometro, perchè inizi a stare bene, però magari ti metti a pensare che non è normale uscire a correre prima che apra l’edicola vicino casa, con un tassista che dorme in macchina aspettando un cliente nel parcheggio dei taxi e un paio di clienti si aggirano per il vialone con un trolley e una sacca lunga aspettando il loro taxì (che non è quello già parcheggiato e ‘dormito’). Uscire a correre quando altri sono costretti a fare cose – lo spaesamento si percepisce dal fatto che i clienti sono un po’ spaesati e il tassista dorme – mentre tu l’hai deciso per conto tuo e sei lucido (un pazzo lucido). Non è normale tornare verso casa quando all’edicolante arrivano i primi giornali..

Sarà anche che ultimamente ho provato gusto a correre in pausa pranzo e quindi sono ancora meno incentivato alla mattina prima dell’alba. Poi però capita che vai a prendere tua figlia a pallanuoto e lei ti fa sentire una canzone di Mengoni (Sì, no Mangoni, proprio Marco Mengoni!, santa gioventù cosa devo sopportare). Il quale, ad un certo punto, canta: Sostengono gli eroi ‘Se il gioco si fa duro è da giocare’. Beato io, poi, se scambio ripetute per un training…

E ‘sta storia degli eroi e del gioco che si fa duro. E il fatto che oggi non potevo andare a pausa pranzo perchè sommando tutto sarebbe uscito un allenamento lungo. Soprattutto quest’ultima cosa.

Dopo essermi svegliato alle 3:50 (insonnia stagionale) ho lungamente dibattuto tra le due ali del cervello. Quella sinistra che dice ‘vai a correre che poi ti senti bene’, quella destra che dice ‘Bugger off!’. Forse per disperazione, vince la sinistra. Decido di alzarmi alle 5 e la preparazione prende ancora del tempo, così si controlla per bene se si è svegli, che a quell’ora non è da sottovalutare.


Che poi la sinistra ha ragione: dopo la corsa, si sta benissimo. Soprattutto se si mettono a tacere le voci di dissenso di sabato. Soprattutto se corri appena sotto i 4’40” a chilometro un allenamento di 11K molto vario, che mette fiducia nei tempi che si possono ottenere nella Stramilano. L’allenamento che ho fatto è questo: Riscaldamento 1K + 1600 metri (400 rec) 3000 metri (800 rec) 2×800 metri (con 400 rec) e finire con una corsa senza fatica a completare.

Non è come correre le ripetute (da 400 e da 800) dove sai che dovrai cercare di tenere sempre lo stesso ritmo.
Qui puoi attivare varie velocità, puoi variare di più e ti riposi senza l’assillo di fare la successiva più simile possibile alla precedente. Almeno, per me funziona meglio.

E così stamattina alle 6:30, con il giorno pronto a sbocciare come una rosa, sono già lì che schiaccio stop sul garmin, e registro 11K in 51′. E questo è… l’essenziale.

 

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Run!

Run for your life!

 

…we run…  maybe… (in another perfect life, in another perfect light)

Gente che corre le 50 miglia

Dal minuto 5 al minuto 11:30, una fantastica corsa nei boschi con Hayden Hawks e Zach Miller.

Al minuto 16, Zach sembra un… non lo so… un diesel, un bufalo, un boiler… Ma che passo!!! Wow!

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Ultra-runner (from the barrel)

“Pain is inevitable, suffering is optional”.
Ieri ho capito cosa vuol dire essere un ultrarunner. E’ soprattutto una questione di testa, di andare oltre il dolore e correrci accanto (o meglio, contro). Con tutti i crismi di valutare bene se ci si può correre accanto/contro, ma quella cosa qui un runner la decide al momento e deve avere un instinto per farlo. Conosco persone che hanno continuato a correre una gara per chilometri ancora dopo un infortunio serio alla caviglia. Ecco, se fino a ieri non li capivo fino in fondo, ora posso capire e posso anche ripensare a come corro, a cosa significa per me, al fatto che il ritmo di corsa è solo una parte della corsa, ma che il significato sta anche in altro, al saper gestire le situazioni di difficoltà.
E capisco meglio anche la frase: “Pain is inevitable, suffering is optional“.
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Sono partito per un giro di circa 20K, avevo in ballo ancora il dolore alla coscia sinistra, anche se negli ultimi due giorni era sparito. Volevo vedere come andava a correrci su ancora. Al chilometro 12,5 mi sono trovato in grave difficoltà, proprio per lo stesso dolore, riapparso come un incubo salendo su un cavalcavia con pendenza piuttosto elevata.
Da lì ho dovuto camminare, con la previsione di fare 6K e oltre a piedi per tornare a casa. Non potevo fare altrimenti e l’incubo di non riuscire a risolvere il problema per tempo (il 19 marzo correrò la Stramilano) è diventato una triste certezza.
Mentre poi ero a quasi due chilometri e mezzo di camminata, vedo una runner nipponica con una attitudine grintosa e la sofferenza dipinta in faccia. Mi sono guardato dentro (dove stave anche una buona quantità di nikka whisky, come sa chi mi segue su fb) e improvvisamente ho deciso di  ripartire a correre, di andare “oltre il dolore”. L’ho fatto perchè nel frattempo si era chetato il dolore acuto, ma anche perchè in qualche modo ho ascoltato il mio istinto. Un conto era camminare per altri 4K, un altro era correrli. Ho deciso di fare la cosa che mi avrebbe “consumato meno”.
Ho dovuto correre più piano e in controllo sul dolore che comunque c’era. Alla fine, questa piccola corsa di 4K mi ha regalato una nuova grinta e (forse) la testa giusta per affrontare la gara. E il dolore, che appena finite di correre era molto meno, un’ora dopo era completamente sparito (ridotto proprio a un puntino lontano).
Ho capito molte cose, ieri. Fintanto che riuscirò a affrontare e superare il dolore, vorrà dire che sarò un ultra-runner.

Dopo il pibì di mercoledì

Massì, permettiamoci il lusso di essere un po’ pessimisti, và!, che è lunedì. (vedi infografica)

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Dopo il 10K in 46’02” che mi aveva fatto tanto sorridere mercoledì sera e dopo il certificato medico agonistico conseguito giovedì (l’unica volta che associo davvero l’idea di atletica leggera con me, l’unico momento in cui mi penso “atleta” e solo perchè il mio nome e la dicitura “atletica leggera” stanno sulla stessa pagina del certificato); McMillan dà il suo freddo responso. Così si scuce un 1h42’37” (12 secondi sopra il mio PB, quindi almeno questo migliorabile). Altro che scendere sotto l’ora e 40.

Allora mi permetto di essere un po’ scazzato, ma solo un pochino… 🙂  …anche perchè in fondo credo ancora nell’intervento di un PACER EX MACHINA!

In fondo noi runner crediamo ancora nei “K” (altro che i Giga che tutti promettono).  Noi runner, crediamo nelle favole. Intanto di sabato ho corso un bel 26,8 km in 2h13′ e rotti, chi mi segue su facebook ha seguito il live dell’evento… 🙂 

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