Fortemente Off Topic /32 – Chiodo fisso

(Racconto)

La stazione era vuota. Le otto di sera di un giorno feriale di settembre erano un orario più che normale per trovare vuota una stazione di provincia. Tutta la gente era perlopiù in casa a riparare i danni della giornata. Tre ore prima, aveva rotto con lei nella maniera più banale: senza dire una parola. Senza fare un gesto per fermare un lungo addio iniziato il primo giorno che si erano conosciuti. Era più di tre mesi prima. L’aveva lasciata andare dopo averne incrociato ancora una volta lo sguardo incattivito dalle attese tradite.

A settembre la luce che si affievolisce fa male, perché ricorda che il tempo fugge inesorabilmente. Quella penombra luminosa era un pallido ricordo dell’amore folle e scintillante che li aveva legati quell’estate. Nei primi tempi, lui aveva dovuto faticare per attirare il suo sguardo. Le aveva cavato l’occhio da quell’orbita bassa che continuava a toccare terra. Mostrava di essere più disponibile la sua amica bionda che le stava sempre al fianco come un monito. La bionda lo sguardo sfrontato lo teneva appiccicato in faccia. Ma era alta e insipida, decisamente non il suo tipo. Reggeva sempre una qualche borsa, sembrava un po’ volgare e banale nelle sue scelte. Invece lei. Piccola, scura di capelli, bocca di sorrisi amari e un paio di occhi ardenti. Era tutto là, in quel viso. Un piccolo universo di felicità nascosta da scoprire. Ecco cos’era, lei.

Aldilà di quegli occhi ardenti, non era mai stato. Aveva parlato con lei. La sicurezza plastica che lei mostrava nei confronti della vita, era per lui una barriera insormontabile.

Chiodo fisso

Si era reso conto, dopo qualche giorno di frequentazione, di aver evocato un demone pieno di vita e aspettative, che a volte spingeva troppo in là con le sue richieste non verbali. Ma ormai era troppo tardi. Per tre lunghi mesi l’aveva incontrata, ogni pomeriggio feriale. L’aveva guardata e ci aveva parlato spesso. Nel primo periodo avevano preso le misure ed ora si poteva dire un rapporto stabile. Ma non era mai andato oltre lo sguardo e la parola. In lei c’era il desiderio, quello che cercano le giovani idealiste, il desiderio di costruirsi un altro posto nel mondo alle proprie condizioni. La sentiva parlare di grandi speranze, di tradizioni e di avvenire. A volte il pensiero di lei si stampava nella sua mente, durante il tragitto da casa al lavoro, gli sembrava quasi di vederla e incontrarla in altri posti. Era la misura del suo desiderio: lei era un chiodo fisso, quasi un’ossessione. Il loro incontro, quello reale, era sempre nello stesso posto. Binario 4, al ritorno dalle sua giornata lavorativa.

Durante l’estate, lei le aveva raccontato di suo padre, sempre in giro per il mondo per lavoro. Di un pianoforte bianco e della cotta che lei dodicenne s’era presa per il maestro, che avrà avuto una decina di anni in più. Sua sorella maggiore era più brava a suonare e lei, con il tempo, aveva smesso di suonare, dedicandosi a scrivere racconti in cui custodiva molti segreti. Scriveva sempre di getto e non rivedeva mai ciò che scriveva. I racconti, diceva, andavano bene così. Nel complesso, a lui pareva che avesse bisogno di un’ala protettiva. Ormai, si sentiva quasi il suo angelo custode.

Quel pomeriggio, tornando dall’università, lui aveva trovato una sorpresa. Il vento, alzatosi a mezzogiorno per un paio di ore, aveva portato con sé un po’ di pioggia. Lei si nascondeva dietro alla colonna per non bagnarsi, penzolava da un lato e sembrava non essere molto in forma, tutta ripiegata su se stessa. Lui le si avvicinò ma a pochi metri decise di lasciar perdere. Lei pareva distrutta ma lui non aveva il coraggio di prendere una qualsiasi iniziativa.

Scappò a casa, dai suoi. Fino a ora di cena fece finta di niente. Quante volte avevano cambiato strada, alla fine, tutte quelle con cui aveva avuto una storia prima di allora. Ma stavolta era diverso: un desiderio di costruire per lei un posto nella propria vita lo assalì di nuovo. Negli ultimi tempi aveva già fatto parecchi passi per accoglierla, non poteva abbandonarla al suo destino. Doveva tornare in stazione a tutti i costi. Con una scusa banale, dopo aver sparecchiato, disse ai suoi che doveva uscire.

Dopo dieci minuti era sul binario 4. La pioggia era cessata. Lei era lì, non si era mossa. La prese tra le braccia. Letteralmente, la avvolse tra le sue. Le disse:

In cosa credi, davvero, adesso?

Cosa dovrei risponderti? In qualche dio patinato?

No, dicevo così. Mi pareva che tu fossi sempre sicura di te, delle tue scelte.

La fragilità della sera era palpabile e i suoi lati erano taglienti.

Non sono più sicura di nulla.

Ma ora ci sono qui io, desidero un posto migliore per tutti e due.

Quello che è successo mi ha spezzato.

Parlando, arrivarono fuori dalla stazione e pareva che per lei fosse la prima volta che usciva da lì. Sembrava respirare dopo essere stata per troppo tempo in una teca, che ora gli eventi avevano spalancato. Arrivarono a casa e salirono in camera, attenti a non farsi sentire, non un fruscio.

La svolse dall’abbraccio e la tenne davanti a sé per un lungo momento. Il chiodo l’aveva infisso nel muro pochi giorni prima, approfittando di un’assenza dei suoi. Gli occhi ardenti di lei guardavano in basso. L’avrebbe risollevata. La mise nella cornice a giorno che aveva comprato uno dei primi giorni in cui l’aveva incontrata.

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Di cosa si nutre l’essere umano?

Siamo sempre lì. Di sogni.

Come diceva Prospero, siamo fatti della stessa sostanza dei sogni. E questo film, pur con la sua leggerezza, sembra smuovere i sentimenti grandi come montagne, sentimenti che di solito ciascuno di noi racchiude nei propri sogni.

L‘attore è Ben Stiller, garanzia di qualità – secondo me – per un personaggio che mi sembra un Forrest Gump “casted away”. Perso nella sua vita, senza bisogno di ritrovarsi su un’isola deserta. Perso sì nella quotidianità insoddisfacente, ma con una grande fantasia che lo trasporta in alto tramite i sogni.

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Insomma… chi non vorrebbe uscire da un distributore di bibite ghiacciate per conquistare la propria bella?!? Per dire… che i sogni poi servono per supportare le nostre visioni, dare il giusto slancio e quel quid che ci manca, a volte, nella “normalità” delle nostre vite. Dai sogni scaturiscono i racconti più belli, come quando uno si sveglia e racconta il sogno appena fatto e sembra ancora di riviverlo. I racconti diventano realtà, a volte.

Il film è un remake di un altro film dallo stesso titolo, ispirato ad un racconto molto celebre negli Stati Uniti, The Secret Life of Walter Mitty, pubblicato nel 1939 dallo scrittore James Thurber. Su Il Post trovate tutto l’articolo.

#IoSonoWalterMitty

Fortemente Off Topic /13 Ombre nere.

Ombre nere
(racconto del Luglio 2007)

Noi siamo i figli inquieti alla ricerca di cassonetti da bruciare e di ombre nere da evocare” (da una canzone comunista del 2017)

L’ufficio si trovava avvolto nella calura estiva che divampava verso l’ora del tramonto. Per tre ore, una riunione tra esponenti di partito e principali cariche della città aveva infervorato gli animi e sembrava volgere al termine. Manlio Moretti era il vincitore morale della riunione: la decisione era vicina e la bilancia pendeva dalla sua parte.

– E’ più facile sparar loro addosso se lasciamo che quei porci comunisti anti-sistema si radunano in piazza.

– E’ inaccettabile che un ufficio pubblico dia autorizzazione a qualcosa di simile. E’ un’inaudita manifestazione antistorica a favore di un movimento condannato dalla storia…perché dovremmo preoccuparci di resuscitare dei morti?

– Ma non capisce, Bobo? Una volta radunati, è più facile trovare un pretesto per aprire il fuoco contro di loro. Secondo la nuova e restrittiva legge Zanchi basta che qualcuno urli “Marx”, “Rosa Luxembourg“, “Lenin” o qualcosa del genere e noi possiamo usare la forza, almeno per incatenarli. “Apologia di comunismo”, si chiama. Una stampella legale giunta al momento giusto. Non vengono certo solo per gridare slogan, loro. Si dice che vogliano forzare il blocco di polizia per poter raggiungere e devastare il palazzo dove verrà portato il Cavaliere.

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Maroni ascoltava attento. Tra i suoi collaboratori, Moretti era il più promettente. Maroni era un vecchio gerarca forzista. La rossa montatura delle sue lenti, più di vent’anni prima, aveva fatto pensare che fosse un cripto-comunista. Ma lo stato di servizio era impeccabile e la sua affidabilità e intelligenza politica l’avevano portato ai vertici del P.U.F. e nessuno se n’era mai pentito. Ora veniva rispettato più per ciò che era stato che per la sua funzione attuale ed i più giovani avevano difficoltà ad accettare tanta testardaggine. Maroni non avrebbe voluto cedere all’idea di Moretti che considerava troppo cinica. Ma doveva ammettere che forse avrebbe pensato anche lui così se fosse stato più giovane: un nemico si doveva combattere con tutti i mezzi, anche i più subdoli e sfiancanti. Magari avrebbe fatto comodo qualche provocatore.

Si ricordava del G8 di Genova, durante i tempi mitici della gestazione del regime, trenta lunghi anni prima. Un centinaio di provocatori sapientemente iniettati nella folla avevano fatto degenerare in guerriglia una manifestazione di pecoroni pacifisti. Certo in quel frangente l’approssimazione dei metodi messicani usati dalla polizia italiana aveva sollevato uno scandalo che i servizi segreti avevano provveduto a mettere a tacere. Ma ora da quel lato il regime era coperto, ci si poteva affidare alle mani del grande Tanaroli per distruggere ogni prova.

Inoltre  – continuò il Moretti – daremmo un segnale di distensione. Il comitato franco-tedesco per la sicurezza dei territori centrali aspetta da tempo un segnale per poter rivolgere le sue armate sul fronte iberico. Una pennellata di “democrazia” non può che fare bene.

Maroni doveva ammettere che il giovanotto ci sapeva fare. Era capace di condurre analisi molto accurate e proporre soluzioni ad hoc. Ma naturalmente non poteva certo dargliela vinta così, soprattutto davanti ad altri. Doveva farla sua ed aveva bisogno dell’intera serata. Così decise di tagliar corto:

– Moretti, ci penserò stasera.

Poi, lievemente addolcendo il tono rivolgendosi a tutti:

– Domani vi farò sapere come organizzare il lavoro dei prossimi giorni.

– Ma, signore…

– Niente ma, Moretti. Ho bisogno di valutare le opzioni possibili.

La morte del Cavaliere Silvio Berlusconi nel 2031, all’età di novantacinque anni, era un avvenimento epocale. Era al potere dal 2001, dopo aver preparato il terreno con un’accorta gestione dei rapporti con la politica precedente ed un breve periodo di costruzione di un’immagine mediatica inattaccabile nel periodo da Tangentopoli al Primo Quinquennio (secondo il nome assegnato al governo Berlusconi dal 2001 al 2006): padre di tutti i figli, amante di tutte le donne, capo di tutti i padri. Una rassicurante presenza paternalistica sul modello delle dittature della sfera russa. Non a caso erano stati forti i legami con Putin, al quale Berlusconi era sopravvissuto grazie al fatto di aver rincoglionito tutti i suoi sudditi.

La pausa formale di governo ostile dal 2006 al 2011 non aveva fatto altro che rafforzare l’idea che ci volesse un uomo forte per guidare un paese instabile, geniale ma debole nelle giunture. Siccome in Italia non ce n’era, gli italiani si affidarono al più sfacciato, un uomo che a settantacinque anni suonati si faceva ritrarre in compagnia di avvenenti fanciulle che trattava in maniera tra il paterno ed il pedofilo. Fondatore nel 2010 del P.U.F., Partito Unico Forzista, era riuscito a costruire l’ennesimo scatolone di voti basato sulla TV, uno scatolone che doveva accogliere in massa i voti degli italiani allo sbando tra smarrimento culturale e decadimento sociale. L’anno successivo, con il settantacinque per cento dei voti, uno per ogni anno di età, era stato capace di saldare le forze reazionarie del paese per realizzare un progetto di blindatura a prova di scasso: una repubblica presidenziale ove il presidente del consiglio assumeva tutti poteri per condurre fuori dalla stagnazione un paese sempre più lontano dalla ricchezza.

Il venticinque per cento dei non votanti era diviso in tre parti uguali. C’era voti per i Secessionisti Padani, da sempre fedeli alla polenta e cotechino, per il Nuovo Partito Comunista e moltissime schede nulle, tra le quali si erano contati migliaia di simboli anarchici. Sui voti comunisti si era sempre focalizzata l’attenzione di Moretti, quarantenne – classe 1991 – cresciuto nelle file del vecchio partito cristiano-sociale (ormai allo sfascio) dove aveva fatto palestra nel piegare vecchi sindacalisti al volere di una ragione storica imperante, l’autarchia 2.0, e mosso i primi passi per un paio di anni prima di ottenere la tessera del P.U.F. Non capiva che cosa potesse valere una dottrina quasi bi-centenaria, che affondava le sue radici nella lotta degli operai, una categoria umana che Moretti pensava soppiantata dagli sfruttati di mezzo mondo. Sembrava invece che quella del comunismo fosse un’idea che assumesse di volta in volta una faccia nuova, potendo perpetuarsi così a dispetto di altre dottrine.

Moretti aveva studiato a lungo la questione, perché puntava in alto e voleva spezzare le resistenze politiche e creare il primo regime veramente millenario. Un giorno avrebbero ricordato il suo nome come uno delle figure fondamentali del regime forzista: qualunque forma esso volesse assumere in futuro, lui avrebbe voluto assicurarsi che una caratteristica del regime fosse l’eternità.

berlusconi morto

Il trasferimento della salma del padre-padrone-fondatore al palazzo della Certosa era previsto fra cinque giorni. Tutto il cerimoniale era stato previsto da tempo, mentre restavano a carico dei maggiorenti del P.U.F. e delle autorità cittadine la decisione su ordine pubblico e sicurezza. L’otto per cento di opposizione si era rafforzato in venti e più anni fino ad arrivare alla tremenda cifra di 13 per cento, schiacciando le schede nulle (ma esse si erano ridotte anche perché il simbolo del P.U.F. era impossibile non riconoscerlo, essendo l’effigie del Cavaliere). Così Moretti aveva visto una grande occasione di ridurre la percentuale dei votanti comunisti arrestando e togliendo i diritti ad alcuni e, se fosse stato il caso, uccidendone altri.

Nella riunione appena conclusa, aveva lottato e quasi ottenuto la vittoria. Ora però quel testardo di Maroni lo aveva costretto ad aspettare fino all’indomani. Moretti si era arrabbiato moltissimo, in seguito avrebbe fatto in modo di diminuire il potere di Maroni, non appena fosse stato possibile. Per quella sera, si sarebbe sfogato andando a cena nel ristorante più “in” della capitale: “Al guascone innamorato”, aperto anni prima da Fabrizio Corona.

Uscendo dal palazzo comunale, sentì l’improvviso bisogno di rilassarsi, prima della giornata cruciale. Facevano quel piatto con aragoste, gamberoni e verdure grigliate innaffiate da un’ottima Falanghina. Sentiva già l’acquolina in bocca. Le strisce di sole al tramonto solcavano il selciato della capitale: Milano non era mai stata così bella.

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Noi siamo ciò che facciamo finta di essere, e dovremmo porre più attenzione in ciò che facciamo finta di essere” (Kurt Vonnegut)

Fortemente Off Topic /3

The Undead

 Due lunghi tuuuu e poi rumore elettrostatico, la linea che prende malissimo. Risponde. Sa che è lui e appena quello finisce di parlare, comincia senza convenevoli.
– Non posso venire stasera.
– Ma.. cosa stai dicendo?!?
– Non posso proprio, scusa.
– Ma come, proprio tu che ci tenevi tanto… Una volta tanto che ci si vede…
– Sì, ma non è come pensi tu.
– Non mi dire che ti ha ancora fatto delle storie, Giulia.

Una pausa. Dopo un’altra scarica la linea resta pulita, finalmente.
– No, no, no, te lo assicuro. E’ che…
– E’ che cosa? Non mi hai risposto abbastanza in fretta. E’ così, quindi. Giulia non ti lascia venire. Quella ti sta…
– Ho cambiato idea.

La frase buttata lì ha l’effetto di spiazzarlo. Non sembra una bugia per troncare il discorso. Questa volta la pausa è a senso inverso. Lunga. Dall’altra parte non sa più cosa rispondere. Poi riprende a parlare.

– Ma come? … Ma dai… Cosa significa… Stasera c’è anche la tipa a cui stavi dietro da un po’. Dai, non mi dire che non ci pensi.
– Sì, capisco quello che vuoi dire ma… beh, ora non ci penso più
– Cosa dici? Ma se ne sei perso! Fatti ‘sto favore… una volta che ti diverti… Ma come mai hai cambiato idea? Su che cosa hai cambiato idea, esattamente?
– Beh, è difficile da spiegare, così su due piedi, per telefono.
– Se vuoi ci vediamo. Dimmi dove sei e ti raggiungo. Mollo tutto, ‘fanculo il lavoro.
– Sono un po’ lontano.
– Sei fuori città? Per questo non vieni? Ma che ci fai fuori città proprio oggi?
– No, guarda, non so come spiegartelo
– Va che sei strano, eh?! Dai… cosa penserà adesso, se non ti vede arrivare. Te l’ho già detto che ormai lei è pronta per l’assalto finale. Stasera si metterà in ghingheri, qualche cocktail, un po’ di musica. E’ da un mese che vi filate. Sai come vanno ‘ste cose…
– Non lo so più.
– Ma… hai bevuto? Sicuro di stare bene?
– Sì, sì, considerate le circostanze…
– A me non sembra . Cazzo, Franz adesso basta con i giochini. Dove minchia sei?
– Non sono sicuro di volertelo dire, non stasera. Sono lontano, sappi questo.
– C’è qualcun’altra?
– Ce ne sono a milioni, qui, di altre. Cosa vuol dire? Che cosa vuoi fare? Possibile che la risolvi tutto su quel piano lì, te?
– Cioè… mi pare assurdo… fai il misterioso con me, cazzo… ci si dice tutto di solito, no?
– Di solito.

Distante e freddo, Franz, con un sottofondo musicale indefinibile, qualche arco e qualche strepito di timpani. Non fosse assurdo, sembrerebbe la colonna sonora di 2046.

Rostropovich di S.Dalì

– Ti sei perso? Aaah… cazzo non dirmi che l’uomo-navigatore s’è perso! Cazzo che notizia! Aspetta che adesso lo twitto subito… ti sputtano in un secondo
– Questo è poco ma sicuro: mi sono perso.
– Sìììì, ma che bisogno c’era di fare il misterioso?!? Ma possibile? Sei davvero così lontano? Manco fossi in una foresta incantata… Possibile che non ti bastino 3 ore per tornare?
– No, mi sono proprio perso io.
– Senti, adesso mi fai perdere la pazienza… Mi chiami in mezzo al pomeriggio, io sono in pieno comitato di redazione e ho risposto solo perché eri tu, perché mi tiri sempre su, cazzo. Ma poi tu te ne vieni fuori con tutto ‘sto mistero. ‘Non vengo più’, ‘ho cambiato idea’… Davvero non so se ho voglia di starti ad ascoltare. Ci ho abbastanza cazzi per conto mio!
– Non ti arrabbiare per nulla.
– Ma come! Come pretendi che io non mio arrabbi, porca puttana! Mi stai facendo seriamente preoccupare… non ti sento così strano dalla festa di Natale di 3 anni fa ma almeno lì ti eri calato svariati drink… Qua non ho il controllo.. non ho il controllo, e non mi piace per niente…
– Senti… sei seduto?
– Ma cosa te ne fotte come sto messo io?!?!? Mi sembra che sia tu ad avere problemi.
– Ascolta, fai una bella cosa. Se non lo sei ancora, siediti adesso. Potrebbe servirti.
– …
– Ora stammi a sentire

Respiri pesanti, dall’altra parte. Ha capito forse che Franz non scherza. Piano piano il suo affanno passa.
– Sì, ti ascolto.
– Bene. Stasera non posso venire…perché….sono morto.
– ?!? ….
– Hai capito, Ciccio?
– … co…. Morto?…. cosa minchia stai dicendo?
– Non so perché sono riuscito a telefonarti. Ma è così.
– Dai, basta, che scherzo del cazzo! Basta… pensi di essere divertente, mi chiami per dirmi che sei morto. Ma che cazzate!
– No, ti assicuro, non è uno scherzo
– …
– Stavo facendo una curva, poi ho visto il guard-rail avvicinarsi, … poi più nulla. Non mi ricordo più nulla, solo metallo illuminato dai fari. L’ultima immagine.
– Cristosanto, Franz. Ma COSA mi stai dicendo?!?!? Cristosantissimo.
– Non so, non so se qualcuno o qualcosa mi ha permesso di chiamarti per lasciarti un messaggio finale… Dopo quell’immagine del guard-rail illuminato… quelle stronzate buone per i film, ti ricordi che lo dicevamo sempre: fottute stronzate buone solo per i film***.

Ripetilo con me, dai:   – … Fottute stronzate buone solo per i film
– Solo che ti sto chiamando mentre la mia vita continua a scorrermi davanti. Non sono stronzate. Continua a ripetersi senza sosta: l’infanzia, il liceo, le cazzate al mare, le ragazze… poi Giulia, le bimbe, il lavoro alla radio, gli amici, voi, cazzo, le fotografie che guardavamo insieme, gli sguardi delle bimbe afghane che ti trapassano…
– …
– Poi ancora voi, poi… non ti immagini nemmeno: è come un oceano di tempo in cui tutto si ripete senza sosta. Non riesco nemmeno a sentirmi in angoscia per loro, le ho lasciate sole ora, ma sento solo un grande amore che pulsa. E’ come se mi avessero tagliato tutti i tendini, mi sento fluttuare come un sacchetto nel vento.
– Non so cosa dire, Franz, mi sembra assurdo ma la tua voce…
– Cos’ha la mia voce?
– Non c’è più tensione nella tua voce. Sembravi sempre in ritardo, incazzato, in affanno e la tua voce ne risentiva sempre. Anche questa è la tua voce senza dubbio. Ma gli mancano … come… le cime che la tenevano legata al porto.
– Già, me ne sto andando alla deriva, ora. Ma non immagini nemmeno come sia bello.
– … già, un giorno però lo saprò, vero?
– Esatto… Ti voglio bene
– Anch’io. Tanto.

Poi la linea cade. Come sempre, dopo averci tenuti in sospeso per tutta la vita.


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*** da qui parte un tributo ad “American Beauty”, uno dei miei film preferiti

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