Quello che non sono

« l’unica ragione per fare un’azione A piuttosto che un’azione a essa alternativa B è che facendo A renderemo l’umanità – o, forse, tutti gli esseri senzienti – più felice di quanto l’avremmo resa nel compiere B…»

(John J.C.Smart, utilitarista degli atti)

Per diventare me stesso, devo eliminare tutti gli altri me “fasulli”, quelli che non funzionano bene, quelli che mi fanno spendere energie più di quante me ne diano. Quelli per cui la cui sofferenza – oltre che a discrezione – non è utile.

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Però, prima di potare, è giusto vagliare con tutte le forze le possibilità offerte dai propri talenti e provare e riprovare più di una volta. Così ho fatto per la mia “carriera” di scrittore. Così ho fatto per la mia “carriera” alle tastiere. Prove su prove, volte su volte.

Il mio problema è che mi affeziono molto alle cose che faccio, ne parlo volentieri (le pubblicizzo, forse un po’ troppo) perché davvero mi ci trovo bene e mi trovo bene con le persone con cui le condivido. Quando poi sento di doverle abbandonare, mi ritrovo con la spiacevole sensazione di essere un traditore (delle mie aspettative ma anche delle persone coinvolte). Quindi cerco di continuare a farle. Così facendo mi porto al punto di rottura, che è rottura dell’equilibrio psicologico. Di solito questa catabasi è un processo carsico che avviene solo dentro me e passa perlopiù inosservato. Ma io lo vivo tutto e la sensazione è come quella di una batteria che si scarica completamente, e senza speranza.

Quando è basta, è basta. Ed è giunto il momento di riconoscere che non posso diventare quello che non sono.

Mi resta solo una attività, che in tutti questi anni mi accompagna, fedele e paziente nell’attendermi quando mi allontano (e mi sono allontanato per anni, a volte). In questo motivo, più che altre cose, sono un runner, perchè la corsa non si stanca mai di aspettarmi e le sensazioni che mi regala sono sempre super-positive.

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(or maybe “Learning to fly”)

Non mi piace quando fa quella faccia delusa; quando non mi rivolge lo sguardo per più di 5 minuti e quando é immersa in pensieri così negativi da non rendersi conto quanta energia può mettere in quello che le piace fare. La mente è anche questo: un argine. La depressione è un fiume minaccioso che scorre dentro ognuno di noi, pronto ad uscire dagli argini di una vita attiva e ricoprire tutto con il limo della presa di coscienza. La presa di coscienza che la vita è prima illusione, prospettiva e aspettativa, solo dopo diventa realizzazione, implementazione, costruzione.

La mente è un congegno così complesso che quasi sorprende che non siamo tutti depressi, che qualcuno riesca a non caderci, che qualcuno si salvi dall’oscurità. Forse perché chi prova almeno una volta a non vedere altro che nero intorno, si rende conto che la vita è in bilico. Chi prova una cosa così, dopo è pronto a risollevarsi dal nadir e giungere allo zenith, almeno un po’ di volte. Su è giù, sui e giù. Non a caso uno dei sintomi della depressione è questo continuo passaggio da momenti di felicità a momenti nerissimi. Un individuo che ha toccato il nadir è come un pendolo che, mosso dalla posizione di staticità, ci mette un po’ a ritrovare lo stato di quiete.

Mi spiace constatare che spesso la realtà è molto diversa da ciò che immaginiamo, che ci si trova a confrontarsi con modelli mentali che giorno per giorno sublimano una relazione, una persona, un viso, un corpo. Fino al giorno del redde rationem, fino al giorno in cui ci si rende conto che era tutta una costruzione mentale interna a te stesso. E quanto fiato sprecato a spiegare, a qualche amico malcapitato, le ragioni della propria devozione verso un’idea: è così per un rapporto d’amore, per l’attaccamento ad un’idea, ad un concetto di divinità. A volte le tre cose coincidono, come a prova del fatto che è una questione mentale tutta interna all’uomo che proietta immagini nere sulla parete della caverna dove si è cacciato, più o meno con le proprie mani.

Gabbiano sulla Torre di Galata, Istanbul

Ho paura che sia vero quel detto che dice che uno inizia a dare buoni consigli quando non è più in grado di dare il cattivo esempio. Ho paura anche solo di pensare che la mia mente stia cercando di aderire a modelli statici, perché questo orientamento mentale improntato alla staticità è l’inizio della ricerca di dio e del senso ultimo della vita. La vita non ha senso se non nel cercare la bellezza, vivere per la bellezza, coltivare una propria bellezza, dinamica, senza cercarvi un significato derivato (un ”dio”) per forza. Quello che uno deve fare è continuare ad imparare a volare, a non dare nulla per scontato, a cambiare punto di vista per cercare una soluzione a tutto. A volte sono così fermo, da farmi quasi paura. Come se non dovessi muovermi più. Quando poi mi muovo, penso che in fondo è stato facile farlo e allora penso che la mia mente è intrisa miscela chimiche diverse. A volte mi prende quella sbagliata, una sorta di veleno immobilizzante micidiale. Quando torno a volare con le mie possenti ali, però, da lassù è bellissimo.

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(Apparso su understatement in data 21 Febbraio 2008)

Perchè corro

Avevo provato a scrivere un post più articolato, ma al terzo autore citato ho deciso di buttar via tutto. Se inizio a riempirlo di ragionamenti troppo complicati, questo spazio non raggiunge l’unico obiettivo che ha, quello di registrare ciò che mi succede con e per la corsa.

Quindi butto giù qualche appunto – molto semplice e senza pretesa – riguardante i motivi per cui corro:

 

Parkrun FAmigoni - piccolo1. La corsa è uno dei pochi veri calmanti di cui dispongo.

2. L’esperienza del movimento tramite la corsa è una cosa potente. Mi rende più forte, mi rende più reattivo.

3. Durante la corsa, butto via la spazzatura che ho nella testa e mi libero dalle preoccupazioni.

4. Mentre corro vivo il momento presente.

5. Mentre corro dialogo con il mio organismo e ascolto con attenzione i segnali che mi dà.

6. Sto cercando di avere un approccio più essenziale alla vita: la corsa mi aiuta a farlo.

7. Forse corro anche per invecchiare meglio, ma questo è ancora un “pensiero nascosto”, diciamo, una prospettiva. So che la corsa mi aiuterà.

post scriptum: non ce l’ho fatta stamattina, e quindi per recuperare stasera andrò a correre. Spero in una bella docciata, come quella di qualche tempo fa.

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