Il mattino ha l’oro in bocca

Quando corro alle 6 del mattino, vuol dire che prima di tutto mi sono svegliato.

Sembra banale questo fatto, ma ultimamente non lo è. Perché passata “l’età dell’oro” in cui ero sveglio come un grillo a causa dell’insonnia, negli ultimi anni faccio proprio fatica a svegliarmi di mattina. Per me la corsa di mattina è una cosa meravigliosa.
Grazie al caldo insopportabile, poi, succede una mattina (quella di oggi in particolare) di riuscire a staccarmi dal letto alle 5:45, dopo due ore e passa di tormenti sudati, e prepararmi per uscire. E fuori trovare un po’ di pace, quel po’ di aria che in casa non c’era.
Non mi faccio domande su dove andare. Quello arriva dopo un po’ di uscite, quando la mia mente vuole nuovi orizzonti. Quando devo ricominciare a macinare chilometri, i primi allenamenti li faccio al Parco Increa, comodo a un paio di chilometri da casa. In dieci minuti di corsa ci sono e in altrettanti ritorno. Poi scelgo quanti e quali giri fare.
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Se pensate che là intorno al Parco resiste ancora un po’ di campagna, seppur minacciata da progetti di costruzione di poli logistici per i centri commerciali di Carugate, questo è stupefacente. Se pensate che si vedono i leprotti – per qualcuno di voi sarà normale, ma per chi abita nell’hinterland potrebbe non esserlo – questa cosa è inestimabile. Osservare la roggia che trasporta l’acqua e sentirsi come il mezzo tramite il quale si sviluppa e trasporta l’energia della corsa, questo ha del miracoloso. Vedere il sole apparire sopra la verzura e su uno specchio d’acqua (sebbene questo sia il lascito di una cava è pur sempre acqua) è bello, soprattutto alle 6 di mattina quando non è il martello cocente che sarà durante la giornata. Si capisce come un tempo fosse venerato come un dio che portava la luce – lo è ancora ma ce ne siamo dimenticati, forse. Sentire che le gambe vanno, che riesco a fare 10K con un paio di stop (perché ancora non sono in formissima) a volte tirando un po’ per sentire i muscoli, è appagante.
Mi ricordo sempre della sensazione avuta una volta durante una corsa mattutina, iniziata un po’ prima con il buio: la sensazione di venire alla luce, di nascere, di smollare tutte le giunture contratte e di ricevere energia dalla corsa più che perderne. Per me la cosa bella della corsa è questa: mi aiuta a ricaricarmi.
Fossi rimasto a letto fino alle 7, avrei forse ottenuto un blando riposo, magari crollando dopo ore di veglia. Ma non avrei ottenuto quella tonicità e reattività che ho sentito per tutto il giorno, al costo veramente minimo di uscire in strada e mettere un piede davanti all’altro per meno di un’ora.
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2015. Anno della scarpa gialla.

 

《C’ho il popolo che m’aspetta e scusate vado di fretta》(Je so’ pazz, Pino Daniele)

Sul finire del 2014 ho messo la zampata finale, 3 corse da 9 chilometri e mezzo.

Dopo tutto quel fermo, andavano benone così come sono state corse, con qualche pausa quando serviva.

Volevo dare il senso di quello che potrebbe essere il 2015: l’anno della ripresa.

Il 2 Gennaio ho sfondato il tetto dei 10K, correndo mezzo chilometro sopra quella distanza. Come si dice? Chi ben comincia è a metà dell’opera e 10,5 sono circa metà di una mezza, no?

Era tanto che non andavo sopra i 10K.

Ho avvertito il mio motore che cercava subito l’andatura abituale. Ho visto Carminio sui 4’27”. Ho dovuto frenare il mio impulso.

I primi 6 chilometri li ho chiusi in 29’50”, grazie all’essermi frenato nella seconda parte. Poi dopo è stato “il tracollo”, come sempre per chi spreca molte energie. Ho dovuto resistere per altri 4,5 (fatti in 23’40”).

Ed è questo il bello degli allenamenti: mentalmente può essere sempre molto dura, anche se è il percorso è pianeggiante, anche se la temperatura è ok (8-10°C tra le 13 e le 14), anche se sei vestito bene.

Comunque non so cosa/come/quando correrò. Soprattutto al Parco Increa. Ma distanze, eventi, tempistiche sono tutte da determinare.

Il mio obiettivo non cambia: trovare un punto fermo dentro me stesso. E usare la scarpa gialla acquistata a fine ottobre e destinata all’anno successivo.

Buone corse a tutti

Fortemente Off Topic /27 – Oblio

“Qualunque cosa ritorni dall’oblio, ritorna per trovare una voce” (Louise Glück in “The Wild Iris”)

Ho dimenticato, per molto tempo, di guardare il cielo mentre correvo. Errore molto grave. Il cielo è qualcosa di talmente immenso che ciascuno ci può trovare il complemento alla propria piccolezza, qualcosa che ti fa respirare, anche se sei preso da problemi in apparenza insormontabili.

E questo è solo l’inizio, perché il cielo ti smuove dentro qualcosa, anche quando è solamente dell’azzurro eponimo. E allora, quando alzi gli occhi e vedi un cielo grigio e arancione insieme, le gambe ti si fermano e per il minuto o due che lo osservi prima di riprendere a correre, ti senti in pace come vorresti si sentisse in pace questo mondo straziato ogni giorno da mille lotte fratricide. E quando riprendi a correre, il battito del tuo cuore è come il suono del mondo stesso.

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Il Parco Increa al tramonto, 16 novembre 2014

 

Ti sale dentro qualcosa che avevi dimenticato, come un borborigma, poi come un brontolio e poi come un eruzione di suono. Qualcosa (una forza, un’abilità, un contatto) che cerca la sua voce per dirti finalmente quello che sei. E soprattutto ti dice che ciò sei è soprattutto un essere umano, capace di contatti e vivo proprio grazie ai contatti con altri esseri umani, che con te hanno condiviso spazi in tempi diversi e che convergono verso un senso comune. Se qualcosa ritorna dalla dimenticanza in cui la vita l’ha gettato, è perché deve dirti qualcosa e prima o poi ti butterà in faccia la verità. E la verità è che tu sei vivo e che devi essere un pazzo per lasciare che anche solo un’ora passi senza sentirti scorrere addosso l’energia che l’essere vivo può produrre.

THE WILD IRIS (by LOUISE GLUCK)

At the end of my suffering
there was a door.

Hear me out: that which you call death
I remember.

Overhead, noises, branches of the pine shifting.
Then nothing. The weak sun
flickered over the dry surface.

It is terrible to survive
as consciousness
buried in the dark earth.

Then it was over: that which you fear, being
a soul and unable
to speak, ending abruptly, the stiff earth
bending a little. And what I took to be
birds darting in low shrubs.

You who do not remember
passage from the other world
I tell you I could speak again: whatever
returns from oblivion returns
to find a voice:

from the center of my life came
a great fountain, deep blue
shadows on azure seawater.

(in italiano, la raccolta di poesie L’iris selvatico di Louise Glück è stata curata da Massimo Bacigalupo, per i tipi di Giano, 2003)

Ho visto nascere mille soli

Ma me ne sono accorto dopo.

Stamattina stavo correndo in piena consapevolezza. Sul ponte sulla tangenziale per accedere al Parco Increa, mi sono dovuto fermare per ritrarre rhododactylos Eos, l’alba dalla dita di rosa, io, che avevo piedi di piombo. Era un’immagine talmente bella che non potevo ignorarla.

Poi ho fatto un giro nel parco e sono tornato verso casa, puntato verso ovest. La luce intorno saliva di intensità, i verdi degli alberi e i fiori delle tonalità più tenui risaltavano in quella semi-oscurità che diventava accesa. Insomma la luce irrompeva.

Solo dopo, alla fine di 8,5K mattinali, mi sono girato verso est. Vedere qualcosa che nasce porta sempre una grande energia. Ma che sorpresa vedere quelli che avevo immaginato essere lampioni (nella foto se ne vede qualcuno) quando si rivelarono per quello che erano: mille soli che sorgevano nello stesso istante.

millesoli

KEEP RUNNING

Sostieni l’uomo che corre.

Sostieni The Running Franz.

Tornato a casa dal lavoro, sfrutto la complicità di una spesa imprevista che tiene impegnata la famiglia e mi lancio verso una corsa rigeneratrice al Parco Increa. Ne ho proprio bisogno. Altrimenti la serata sarebbe molto triste, sono un po’ abbattuto.

E così ne viene fuori un 777 decametri da favola… beh, insomma, ho guardato i tempi. Il 9 marzo ho fatto la stessa distanza in 39’25”, mentre ieri sera sono riuscito a concluderla in 37’06”. Direi che ci siamo proprio. 777 è diventato il mio numero della bestia. Inutile farne dieci, inutile farne sei. Il mio corto ideale è 777 decametri. Sapevatelo.

 

 

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