Parkrun Milano Nord 2/12/2017

Da buon 4milionesimo e rotti iscritto alla formula delle parkrun, vi riporto qui le mie impressioni, sperando di darvi delle good vibes. Lo sventolerò come se avessi appena scoperto una cosa che non sa nessuno, ma sappiate che mi rendo conto di  essere tra gli ultimi. D’altronde, sono così rare per me le ventate di ottimismo, che mi piacerebbe dare una mano a chi magari è un po’ in difficoltà (podisticamente parlando) e cerca stimoli. Alle parkrun, gli stimoli li trovi di sicuro!

parkrun

Ho partecipato alla prima parkrun al Parco Nord, sabato 2 dicembre. Sfruttando un momento per me positivo nella corsa (a Novembre sono arrivato a fare 80 km con una decina di uscite), ho deciso di provare una formula per me nuova: la gara su distanza corta. Ho trovato molto di più!

Di solito uso gli allenamenti fino a 6 o 7 km per ciò che si chiama corto veloce. Sabato ho rispettato la regola (il corto è veloce!) ma sono riuscito a fare il mio PB (22:21) sulla distanza abbattendo di 40 secondi il precedente, grazie alla sana competizione che sempre accompagna le gare. Una cosa naturale: vedi uno che ti supera e, se proprio non sta andando il doppio rispetto a te, provi a seguirlo.

Così poi ti accorgi che fai fatica, ma ne vale la pena e quando decidi che ne hai avuto abbastanza e rallenti, di poco, ti accorgi che rimani in contatto. Forse perchè anche l’altro ha bisono di una pausa. Che poi mica ti fermi, eh?!? Ed allora così che, si forma un gruppetto di 4 o 5 che si controllano, anche se magari non se ne rendono conto. Semplicemente provano a stare dietro a quell’altro, per poi (chi ne ha) sferrare l’attacco finale. Al tempo, al recordo personale, non all’altra persona in sè.

parkrun GBMa il bello è che il PB è solo uno delle cose che la parkrun ha da offrire. Innazitutto, non è una gara ma più un modo di vivere un parco responsabilmente: non devi presumere di avere la precedenza su altri utenti del parco solo perchè stai correndo una gara. Piuttosto insieme ad altri ti rendi testimone di quanto un parco sia vitale nel contesto urbano. Poi c’è l’aspetto della volontarietà (servono volontari per gestire questo evento gratuito), e quello della socializzazione senza l’ansia del ritiro dei pacchi gara; la genuinità (o sono io che la vedo così…) di un evento dove non c’è troppo clamore ma tanta voglia di correre e infine l’offerta di una rete internazionale di gare in tutto il mondo che si traduce, in soldoni, in altri parkrunners che arrivavano dal mondo (Inghilterra e Russia, stavolta) e partecipano. Questo è una bella cosa: se uno è in viaggio e vuole correre, una parkrun è un luogo dove di sicuro trovi persone che condividono con te la voglia di correre. Almeno, io consulterei il sito, ecco quello che farei… Scorrendo le liste delle parkrun in giro per il mondo si capisce che la rete è ben rodata. Se ti trovi in giro, controlla che non ci sia una parkrun che ti aspetta proprio nella città dove sei!

Così di quel sabato corso in un parco che dista da me 20 km rimane un’impressione buonissima, che spero di ripetere. Ovvio che ora il PB sui 5K me lo dovrò sudare, d’ora in poi. Che non è che penso di fare il ganassa e ottenere – che sò – 21:40 la prossima volta!

Altri siti correlati: Parkrun Italia e Parkrun global

 

A dare un occhio alle statistiche globali, si vedono parkrun che hanno anche mille iscritti e più a settimana…. wow!

parkrun global stat

 

Dicono del parkun

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Imprinting

Gli animali ci aiutano a ristabilire quell’immediato contatto con la sapiente realtà della natura che è andato perduto per l’uomo civilizzato” (Konrad Lorenz)

Se c’è un pregio nell’avere una famiglia è quello di costituire una riserva di memoria supplettiva. Quindi grazie Max! Questa riserva funziona, soprattutto quando uno tende a dimenticare pezzi di passato. E io ne sto dimenticando tanti, di pezzi.

Ma di questo, è quasi un delitto dimenticarsene.

tricetratops.jpg

Si tratta di un salto di 40 anni. A piè pari. la prima volta che avevo a che fare con una paura viscerale, che Jurassic Park mollami proprio. Invece, Museo di Storia Naturale di Milano, 1976, 1977. Un bimbetto con le gambe magre magre segue il procedere delle sale del museo. Fino a che, ad un certo punto, il terrore gli si para davanti. Un paio di occhi gialli con strisce nero carbone iniziano a fissarlo. Quello che c’è intorno è indescrivibile, una vera e propria massa minacciosa. Qualcosa di limbico scatta. Il contatto c’è stato, la sapiente realtà della natura, appena mascherata dall’opera umana di ricostruzione, ha fatto intendere a quel bimbetto cosa può essere la forza della natura.

Spaventato, Franz gira i tacchi e prende a correre, a perdifiato, verso l’uscita… o comunque in direzione contraria a questo mostro indescrivibile che gli ha sbarrato il passo. Passa in velocità qualche milione di anni di evoluzione, passa anche davanti ai coleotteri che non lo possono seguire perchè sono inchiodati nelle loro teche (altrimenti, pensa lui, sarebbero già scappati). Sarà la sua prestazione migliore. Proprio lì si trasformerà nel Running Franz che dovunque deve andare ci va correndo. Lo fermeranno – anzi, si fermerà da solo per la verità – appena fuori dalle porte a vetri del Museo. Infatti si sa che un paio di porte a vetri potrebbero fermare chiunque non sia dotato di mani prensili. Anche un animale che nei tempi migliori cubava tra le 6 e le 12 tonnellate.

A ripensarci, questo esemplare (ricostruito) di Triceratopo è il primo vero impulso a correre che io abbia ricevuto. E chissà che io, in fondo, non corra per la paura del grande predatore.  Che, detto tra noi, era erbivoro. Ma non lo dite al Running Franz in erba di 40 anni fa. Per favore.

8° Straforla

Anche quest’anno la STRAFORLA è arrivata e invaderà le strade del Quartiere Forlanini!

Ed è l’ottava volta, una bella storia che piano piano si dipana, anche grazie all’energia dei comitati che la organizzano (tra cui l’ASD Francesco d’Assisi) e alla disponibilità delle associazioni che cureranno la sicurezza sul percorso. Tra le altre cose, si tocca anche l’abbazia di Monluè, un gioiello da valorizzare, ma soprattutto da vedere.

Una grande festa: di fine anno scolastico, di sport, di quartiere, dove l’accento è posto sul partecipare.

Visitate anche la pagina facebook dedicate: Sabato 20 Maggio 8° Straforla.

Percorsi da 3, 6 e 12 chilometri con partenze differenziate (come da volantino) a partire dalle 10:30 fino alle 11:00. Iscrizioni in loco anche la mattina stessa.

una grande festa popolare!

 

Fortemente Off Topic /40 La finta abside

Stamattina mi sono recato in centro e per uno di quei rimbalzi strain che oltre che nello spaizo ti fanno viaggiare nel tempo, mi sono trovato a passare per via Torino. Proprio vicino al Duomo, ci sta una rientranza in cui è incastonata una chiesa, che non si vede se non ci passi proprio davanti.
Io stesso, stamane, ho fatto fatica a trovarla, in quanto cercavo una chiesa e non la sua assenza. Si vedono San Giorgio e San Bartolomeo, ma non questa chiesa che cercavo io. Avvicinandomi, mi ci sono imbattuto quando ho provato a guardare dentro a un vicolo, che non era un vicolo ma l’umile spiazzo su cui la chiesa si affaccia. Se non avessi saputo che là c’era una chiesa, e non avessi guardato, avrei potuto anche saltarla a piè pari. La sua facciata, da sempre tetra e un po’ scura come se recasse lo sporco della città addosso, mi ha fatto l’occhiolino. Quindi ci sono entrato.

Il professore di educazione artistica delle medie si chiamava Zangara (lo visto anche tre o quattro anni fa, nel mio paese d’origine, quindi per quanto riguarda si chiama ancora).  A lui, proprio a quel professore, sono legati i più bei ricordi della mia selvaggia stagione alle medie, fatta di amori sudati e svoglaitezza. L’amore platonico per Vanessa a cui facevo contrappunto con le mie ascelle sudate e la mia scarsa igiene, segno di una maturità di là da venire. Amori sudati, no?
La notte magica del Mundial vinto, in giro da solo come un piccolo teppista: pentolone e mestolo in mano, mi muovevo nella calca festosa, avendo conquistato una libertà serale insperata.
Il quaderno mai scritto che feci finta di aver perso (conteneva tutti i compiti di matematica di un’estate).
Il canto della Divina Commedia che io e il mio ccompagno Antonio tralasciammo per occuparci di giornaletti nascosti in casa sua sopra un armadio (di cui lui era venuto a conoscenza “per caso”)

Di tutta quella stagione così campata per aria, “le medie”, per forza si stagliano i progetti del professor Zangara, che a vederli ora erano richiami a come poi funziona la vita. A richiamarli così son poca cosa, ma ci sta tutta una drammaticità dietro:
1. La costruzione di armi e scudi in polistirolo, per rappresentare il canto XXII dell’Iliade, in cui io facevo la parte di Ettore: Mica che potevo fare Achille, no?

2. La realizzazione di un cartellone sul modello delle pubblicità progresso: venne fuori che il tema affidato alla nostra squadra (tre persone) era la droga. Quel cartellone lo realizzai io – gli altri non me li ricordi molto partecipi – con colori cupi, con un braccio con laccio emostatico e siringa, su un fondo viola e, in un angolo la morte con la falce. Era la prima volta che potevo lavorare autonomamente e fui soddisfatto del risultato. Ero già un metallaro in pectore, un metallaro che suonava Mozart e Bach.

3. Poi una ricerca, che solo ora scopro essere su me stesso.

Perchè non mi toccò in sorte Sant’Ambrogio o San Carlo o una più famosa chiesa, ma una chiesa tutto sommato sconosciuta?

Solo stamattina, mentre mi ci avvicinavo (avevo deciso di andarci per una furia improvvisa della memoria) mi rendevo conto che – più di trent’anni fa – veniva posata una pietra miliare della mia vita. Una di quelle cose che stanno lì, nascoste dove c’è più luce (questa espressione è bellissima, mi pare fosse un titolo di una pièce teatrale di non so chi, ma italiano e di questi ultimi anni) ma solo quando c’è la giusta inclinazione, allora te ne rendi conto e la vedi. Il significato delle cose (e della vita) ci sfugge e noi dovremmo cercarlo a fondo.

Il nome del santo eponimo di quella chiesa, non fa affatto riferimento all’immaginario collettivo che uno avrebbe in mente pensando a racoglimento e preghiere. Faceva venire in mente più che altro visioni di fauni e di boschi.

Inoltre, l’elemento architettonico che il professore ci aveva spedito a studiare era un trucco, una finzione, un colpo da maestro: un’abside costruita dal Bramante con la maestria della prospettiva. Su un muro piatto. La chiesa di San Satiro, se ci passi da dietro, sembra un muro di cinta in mattoni rossi. Se vedi l’altro lato del muro, dentro la chiesa, è un’abside profonda che sparisce più ti avvicini all’altare. Insomma, la ricerca fatta alle medie nascondeva una triste verità di cui mi sono accorto solo oggi trent’anni dopo: nella mia vita avrei solamente scalfito la superficie delle cose. Avrei dovuto lottare per estrarre un grammo d’oro da una miniera di carbone.

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