Pensiero stupendo

“Quid est ergo tempus? Si nemo ex me quaerat, scio; si quaerenti explicare velim, nescio” (Sant’Agostino)

Se qualcuno mi chiede quale sia il mio tempo per chilometro, non so rispondere.
Ma se nessuno me lo chiede, nel silenzio che sento ora nella mia testa, lo so: più lento di quanto io stia correndo in questi ultimi giorni.

Sabato ho avuto una conferma che la testa va tenuta d’occhio. E che probabilmente se uno si allena da solo è solo questione di tempo perchè si faccia male. Va fatto crescere sia l’atleta che l’allenatore interno (inner coach). Infatti non sai mai quando l’inner coach imporrà ritmi o chilometraggi impraticabili. Deve studiare anche lui, prendere qualche certificazione. Non basta l’università della strada, non basta sentirsi bene.

L’anno scorso l’errore era stato più marchiano, avevo preso a fare troppi chilometri, con scarpe non più adatte (scarpe del 2013, per quanto usate poco). E avevo pagato con un dolore all’anca che mi aveva fatto disputare una Stramilano sotto tono. Basta così poco per rovinare mesi di preparazione!

Quest’anno invece ho ripreso a correre tanto da novembre e per ora è andato tutto bene (ecco che me la attiro addosso, la sfiga…). Sto seguendo la tabella e non sto facendo partire l’escalation di chilometri.

Finchè finisco intrappolato da un pensiero riflesso: ma quanto sono veloce!
Ripetute molto veloci (sui 4′, 4’10”), un paio di mezze in allenamento e, giovedì scorso, 12K a una velocità pazzesca (per me, intesi!). Narcisista del running.  E pensare che mi soo anche candidato a diventare frontrunner per la ASICS. Ma se mi faccio male, l’unica cosa che mi resta è quella al PS. E quest’anno ci sono già andato.

Torniamo al riflesso (al “pensiero stupendo”, creato da una mente slegata dalla realtà fisiomeccanica). Succede che sabato mattina esco e non mi ricordo neppure cosa c’è scritto in tabella. Esco e inizio a correre, mi infilo pure in una strada con il brecciolino nuova da via Cavriana (davanti ai prefabbricati dove vivono gli operaio della M4) fino al canile che sta a ridosso della tangenziale uscita Forlanini. Un godimento estetico aumentato.

Insomma, mi diverto molto e intanto faccio 4’50” o 4’55” a chilometro. Tengo nella mano mezzo litro di integratore powerade. Era nella sacca della Stramilano scorsa ed è pure scaduto, ma ho deicso che lo eliminerò passando dall’interno del mio corpo. Devo spesso cambiare mano perchè pesa maledetamente.

Inizio a bere dal 7° chilometro e diventa un assillo anche solo decidere QUANDO bere. Mi impongo di aspettare ogni 5K, ma poi finisco per sorseggiare la bibita ogni 2 o 3. L’obiettivo infatti ora è anche di ridurre il peso. E poi di solito non bevo mai durante la corsa e sempre la mia testa narcisista decide che questo può essere un test per la mezza.

Così arrivo al parco Forlanini e dopo mi dirigo all’Idroscalo. All’ingresso del Magnolia incrocio quattro runner e mi pare di averli incrociati anche sulla pista ciclabile verso Linate Paese, nei primissimi chilometri dell’allenamento.
Mi sorprendo e li saluto calorosamente. Loro rispondono, ma probabile che non fossero quelli di prima. Non sono altrettanto calorosi e io ci rimango male. I colori delle loro tenute erano compatibili ed anche il numero di runner.

Quell’incontro però mi mette sull’avviso: sto andando forte, sono ancora a una media ragguardevole, e probabilmente questo ha iniziato a farmi sragionare. Nel giro di poco questo pensiero scava come un verme la polpa delle mie convinzioni.

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Dall’incontro con quei tizi: 1) mi sono sentito solo; 2) ho iniziato a pensare che non ce l’avrei fatta a correre altri 7K così 3) a pensare che non dovevo correre ancora 21K 4) che era assurdo uscire sabato mattina presto e correre così veloce dopo l’allenamento velocissimo di giovedì.

E il verme mi farà fermare un paio di chilometri dopo. Ad un certo punto, dopo il 16°, la convinzione della corsa si disperde nell’aria appena nebbiosa dello scalo. Evaporata ogni sensazione di benessere, inizio a pensare che sono a 5 chilometri da casa e che camminarla sarà lunga. Totalmente in dis-agio. Solo questo pensiero mi porterà a completare l’allenamento con 10 minuti di corsa veloce (2.18K) e poi, dopo un’altra pausa breve, con un altro chilometro veloce.

Ma arrivato a casa, mi pare di essere Forrest Gump quando dice “Sono stanchino, tornerò a casa”. Dopo tutti questi chilometri in questi mesi non è rimasto più nulla.
O almeno, nelle due ore successive mi dibatterò come un salmone fuor d’acqua torcendomi tra dubbi. Dov’è finito il benessere? E la mia voglia di correre?

Fortunatamente la saggezza del corpo ha avuto la meglio stavolta. Quando mi sono ripreso (ora sto bene e non vedo l’ora delle ripetute di domani) ho capito che l’allenamento fatto è stato molto valido. Ma ho capito anche che se avessi continuato a correre di seguito, la media sarebbe scesa notevolmente e mi sarei consumato, rischiando un serio burnout mentale.

Ora sono sempre più convinto che le tabelle di allenamento siano l’ancora di salvezza per chi si allena da solo: scritte a mente fredda da gente esperta, permettono al runner spocchioso e supponente (quale sono stato in questi ultime due settimane) di non farsi male o almeno di capire dove hanno iniziato a farsene.

Sono contento di questo pericolo scampato. Ora so che posso proseguire gli allenamenti con più leggerezza e magari arrivare alla mezza con la voglia di un personal best. Ma soprattutto so che il prossimo passo sarà contattare un allenatore e una squadra. Ne ho una famosa vicino casa, Sono proprio un fottuto verme narcisista solitario…

 

 

 

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Una corsa al limite del lattato

Giovedì pomeriggio, appena dopo aver letto su carta gialla ATLETICA LEGGERA TUTTE (a questa età, vedi alla categoria Grandi Successi) esco per buttarmi nel 12K previsto dal programma. Ho pensato a come dividerlo. Da un iniziale 1K + 10K + 1K  (facile – soglia – facile), nella mia testa si trasforma in progressivo: 6k a 5′ seguiti da 6K a 4’40” (che poi è la velocità che mi piacerebbe tenere per i lunghi).

Ovviamente la prima cosa che succede è il golpe delle gambe che decidono di fare un po’ come caz… gli pare. E in particolare, dopo il primo a 4’50”, scendono ai 4’35”, 4’30” etc… e continuano così fino a che al sesto chilometro penso “ora scoppio!”.

 

E invece, all’Idroscalo, alla salita dietro le baracche delle canoe inizio a pompare con le braccia (suonare la batteria, if you know what I mean) per salire veloce. E da lì la testa visualizza l’obiettivo vero: fare 8K a manetta per poi farne 4K un po’ più lenti. 8K, 5 miglia (tu vuo’ fa’ l’amerigano…), che percorro in 36’25” ed ora la mente è in subbuglio e vuole arrivare ai 10K veloci. Lì – mi assicura – poi mi lascerà gigioneggiare fino a casa.

E invece succede che ho le ali ai piedi e dopo aver corso 10K in 45’33”, confermo sostanzialmente il tempo finendo i 12K in 54’38”. Questo risultato è frutto di tre mesi di applicazione all’obiettivo di crescere passo passo. Sono soddisfatto per questo risultato che mi fa sperare di poter correre la mezza con un ritmo tra i 4’45” e i 4’50” a chilometro. In fondo a questi 12K ho trovato una freschezza incredibile (e la solita energica post-running).

 

Lunghissimo

Sabato ho corso 20K in un’ora e 43. La settimana prima avevo corso un 21.1K in un’ora e 49 o meno.
Due allenamenti simili ravvicinati e con tempi simili indicano solo una cosa: plateau. Senza scendere nei dettagli, specifico subito che si tratta di plateau mentale, non fisico. Sentirsi incapaci di progredire oltre (negli ultimi 2/3 mesi sono migliorato già molto).

Mi sto chiedendo: e ora cosa faccio?

Infatti intravedo fine marzo (Stramilano) e mi chiedo: che senso ha correre la distanza un mese e mezzo prima, con un tempo (5’10″/K) che è lontano dall’obiettivo sulla mezza (avrei voluto abbassare 1h42’26” che è il mio tempo migliore, quindi se va bene 20 secondi a chilometro più lento).

Ho già detto qualche giorno fa che sto seguendo una tabella per la maratona ma che non correrò quella distanza a breve. La seguo solo per avvicinarmi con coscienza ai lunghissimi, dove sono un po’ carente. Il mio obiettivo è correre fino a 3 ore senza spaccarmi (come è fondamentalmente successo l’anno scorso a febbraio) intendendo fare 32 o 34 km.

20K e una domanda muta: e ora?

Quindi c’è un po’ una sovrapposizione di obiettivi che confonde il tutto:

1) di getto avevo pensato di fare la maratona a Milano, e giù a seguire una tabella per quel obiettivo
2) poi ho pensato che prima dovevo fare i lunghissimi, non per la maratona ma per abituarmi alla distanza
3) e infine mi sono svegliato e ho detto: “devi correre la Stramilano!”

Alla fine il punto numero 2) sarà l’obiettivo principale. Il resto sono chiacchiere che la mente imbastisce per distogliermi dall’obiettivo. Però bisogna stare attenti a non mischiare gli obiettivi, soprattutto in corso d’opera, altrimenti succede un casino: ci si trova con una preparazione che ti farebbe correre una distanza, mentre è poco efficace per un’altra. E una domanda muta si affaccia: e ora?

 

E certe volte anche alla sfiga

“Resistere agli urti della vita? Sì, grazie” (da un adesivo ecologista e introspettivista)

Iscriversi alla Stramilano 2017 e rimanere bloccato alla spalla destra per la cervicale è stato un tutt’uno. Lo interpreto come un segno: il segno che tutto va bene. Infatti il corpo si è definitivamente ribellato alla mente. Era tempo che lo facesse!

Il corpo non accetta le cazzate, insomma…

– e vedi di non fare più una pirlata come 23K quando non è il caso nè il timing giusto. Capito?
Dopo questa sfuriata, la mente si ritrasse per due giorni in anfratti bui e maleodoranti, la cattiva coscienza, mentre il corpo si rivolgeva al T.A.R. del Lazio

Per due giorni, il mio sostegno psicologico VERO è stato preparare le verdure che c’erano nel frigo. Melanzane, spinaci, ho preparato anche l’hummus (ma i ceci della COOP, dioscampieliberi!, gonfiano la pancia da far male).
Ho letto un po’ del mitico Danilo Mainardi (L’uomo e altri animali) e un po’ di Lisa Scottoline (Guarda ancora).
A livello di nome non ancora classificato se “Scottoline” mi ricorda di più una polizza auto online o un asciugatutto venduto nei supermercati veneti. Ma aldilà di questo, beh, Lisa tiene su bene la tensione, in questo thriller, ma arrivo dalla lettura di Misery (Stefano Re), de Il talento di Mr Ripley (Patrizia Altofabbro) e Running Dog (Donato Delillo) e la Scottoline paga un po’ pegno. Mi spiace quando divento posh (o choosy, se preferite)  mi fa odiare le letture, soprattutto quella di Delillo che sembra confermare le paranoie che girano nella mia testa.
Ho visto un po’ di TV, anche, a segnare il momento anormale in cui cado quando sono a casa in malattia. Non devo permettere alla mente di vagare (ma anche divagare) libera, la devo ancorare a qualcosa di reale. Altrimenti è finita.

Steve Martin e le sue vertebre
Steve Martin e le sue vertebre

Che poi la cervicale non c’entra direttamente con l’allenamento di sabato, ma è stata originata da un movimento delle braccia e delle spalle. Va così: la sera di sabato la mia dolce metà dice che sono incriccato, “va bene l’allenamento della corsa, ma ci vuole anche flessibilità”. Altrimenti il cribro darwiniano è pronto per me (NdA. il “cribro” l’ho dovuto mettere assolutamente in questo post dopo averlo incontrato sul libro di Danilo Mainardi)

E io le ho dimostrato che flessibile non sono. Mi spezzo ma non mi piego. Lo prendo come ammonimento (e anche un po’ come ammonizione). Tornando alla vertenza Corpo – Mente, 1 – 0 palla al centro. Quando torno in azione – presto comunque – mi concentro sulla mezza. Basta stramberie. La mente, alla prossima ammonizione, salterà il turno successivo.

Ave cursores, pectoralis 2222 vos salutat.

Las entrañas del Forlanòn

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Stamattina era la mattina del lungo, tanto atteso e rimandato di una settimana. Lungo a toccare la distanza della mezza. E c’erano pure -3°C…
E proprio stamattina non mi risolvevo a decidere che percorso fare, perchè un po’ ero attratto da tornare a est di Paperino ma d’altra parte mi scocciava non passare dal percorso che più mi dà soddisfazione (e nutrie) attualmente:
– Linate paese, con il barista gentile che mi salvò in un giorno di giugno con un bicchiere d’acqua (non sono più passato a bermi una birra, però)
– il Ponte Viola che viola non è più per poi inanellare Parco Forlanini (alla svelta e di sbieco), aeroporto e Idroscalo…

Solo che facendo questo percorso per poi allungare a Malaspina Besozza e Pestazza (e magari Castello) temevo che risultasse troppo – anche se più o meno, a fare mente, locale si sarebbe potuto fare poiché il chilometraggio c’era.

Ma cosa avrei fatto se la benzina fosse finita? Mi scoccia tornare a piedi, quando non riesco più a correre.

Come al solito, quando si è bloccati l’importante è iniziare a fare che poi la soluzione viene da sé, magari tramite un’intuizione, come è successo stamattina.

Quindi mi sono avviato e ho salutato il fetido incedere del Lambro (particolarmente acre today) e poi via via le nutrie, alcune nascoste tra i rovi, e poi gli splendidi uccelli bianchi, sempre due, e le loro compagne grigie. Almeno così penso che sia la faccenda, qualche ornitologo mi aiuti. Uno di questi “aironoidi” mentre passavo traversava un canale di fianco con aria furtiva come per sfuggire al malefico predatore nero-vestito. Da S.Ambrogio, chiesetta di Linate, il percorso sale un po’, diventa un po’ più faticoso, forse c’è una piccola salita, ma è impercettibile: non te ne accorgi e inizi a fare fatica e pensi di essere tu a non farcela più.

In altri tre chilometri, un po’ desolati devo dire, si arriva al ponte viola che unisce l’Aviazione al Parco Forlanini. Si passa dietro gli hangar dei voli privati – Linate Prime o quel che è – con il portato di NCC, gioielli Tiffany, aperitivi in qualche luogo esclusivo e quant’altro. Ma a quell’ora c’è poco movimento. Dall’altro lato della strada invece movimento ce n’è: i lavori di messa in sesto degli argini del Lambro intanto procedono e fanno intravedere una specie di quella che io definirei “balza”, circa a metà dell’argine, dove ci starebbe bene una ciclopedonale. A parte la puzza del Lambro stesso in certi giorni, sarebbe bello poter sfruttare un percorso “nella natura”.

Mentre correvo, il panorama cambiava (lo fa sempre drammaticamente) e le nutrie che sotto Linate paese sono vive e vegete, qui le trovi morte. Il ritmo quello no, sempre fisso sotto i 5’/k, tanto che mi sono detto: qui rovino l’allenamento, come faccio ad arrivare a 21K?

L’illuminazione è arrivata sul Ponte Viola, quando toccavo i 6,5 chilometri. Mi sono chiesto: ma qui al Forlanini non corro mai veramente, ci passo solo di lato… Un po’ mi dispiace, questa cosa. E prima che finisse il ponte (e un bel ponte di circa 200 metri, vero GPM del percorso con culmine sopra il viale Forlanini) ecco che avevo deciso: scaverò nelle budella del parco un percorso soddisfacente. A conti fatti avrei dovuto fare più o meno 8K all’interno del parco. Mi è venuta in mente una canzone degli Inti-Illimani (eh già!) che a un certo punto fa:

“Un día el cobre se alzará
y en las entrañas del carbón
temblará el grito contenido de la tierra.
¡Para el traidor no habrá perdón!”

(Canto a los caìdos)

Per il traditore non ci sarà perdono, e questa cosa l’ho un po’ legata a una notiziuola che mi fa ribrezzo (mi fa muovere le budella): si torna a parlare di intitolare una via (o un luogo toponomastico, insomma) di Milano a un uomo politico che ha profondamente diviso l’opinione pubblica: Bettino Craxi. Io sto tra quelli che mai e poi mai vorrebbero una via intitolata a questo uomo politico morto e sepolto ad Hammamet. Cioè, in fuga, soprattutto dai suoi misfatti. Mi dispiace, ma proprio mi si rivolta lo stomaco. So anche che quando un sindaco (il simpatico e disponibile Beppe Sala, che non guarda mai alò profitto ma solo all’onorabilità del suo operato…) tira fuori l’argomento, vuol dire che ha convenienza a farlo, per ottenere qualche appoggio in più. Io, fortunatamente, posso permettermi il lusso di avere schifo di ‘sta roba.

Insomma, mi si rivoltavano las entrañas anche mentre correvo. E mentre pensavo a questo, intanto io stavo rivoltando ben bene tutti i passaggi nel Parco, arrivando anche ad abbracciare il centro Saini per poi ripiegare sul parco, sul laghetto ghiacciato, sui viali interni sempre placidi e dominghi (anche se oggi era sabato). Il sole giocava con gli alberi e ho visto erba verde lucente e smeralda sotto i pini ad un certo punto, talmente bella che volevo fermarmi. Ma dovevo continuare, i 21.1 aspettavano il mio ritorno. E così non mi sono fermato.

La cosa incredibile oggi è stato di nuovo andare fuori dalla comfort zone, finendo i 12K in 58’15” (quasi un minuto in meno di domenica scorsa sui 14K) con un tempo molto veloce (per me) e poi continuando a lottare con chilometri (dal 13 al 19) sui 5’00″/km per lasciare qualcosa al 20° (5’10”) e 21° (5’20”).

Ma grande sodddisfazione, questo percorso, lo chiamerò “vado a correre al Forlanini” anche se per arrivarci, al Forlanini, in A/R ho da fare 13K. In ogni caso, ne vale la pena e poi si può modulare la distanza che si vuole.

Ora so anche un’altra cosa: mi sa che a ‘sto giro abbattere il muro della 1h40’ il 19 marzo sarà difficile (mai dire mai però), ma potrei benissimo abbassare il mio PB. il muro si trova a 4’9″, mentre il PB (fatto a marzo 2013) sta a 1’42”. Fattibile, che dite? Comunque il mio obiettivo è fare 1h39’59”. Tiè!

 

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