Là dove s’interra

“Sapessi com’è strano, effettuar lo scarico a Milano”

Così ho preso la macchina e sono andato a nord. La minaccia di pioggia è stata stornata da uno strano vento, lo stesso che soffia dentro me. La giornata, l’ennesima a mettere a dura prova la mia resistenza psicologica. L’insicurezza di orizzonti è meglio renderla qui con le immagini di Koyaanisqatsi e la musica di Philip Glass. Non saprei come spiegarla altrimenti. Mi sento come Pruitt-Igoe, un quartere di St. Louis che ha iniziato a corrompersi subito dopo essere stato completato nel 1956 e che scorre nelle immagini qui sotto dal minuto 1:00 e rotti. Andrei raso al suolo e destinato ad altri usi.

Così, l’effetto dello scarico post-Stramilano, in una zona di Milano in cui non vado ormai più, è stato un toccasana. Lungo il Naviglio Martesana che per me è terra mitica ed è stato la palestra delle mie prime corse, da ragazzino. Anche se io frequentavo altri tratti, più esterni di questo. Ma se è vero che non ci si bagna due volte nello stesso fiume, è anche vero che lo stesso corso d’acqua unisce idealmente tante persone, che magari non si conoscono. Fiumi, laghi, monti, rappresentano segni del territorio in cui facilmente ci si può riconoscere. Per 35 e passa chilometri, la comunità della Martesana unisce terre e popolazioni diversissime, dalla città metropolitana ai paesini fuori dalla cinta milanese.

All’inizio mi è parso strano di prendere la macchina per correre in un posto lontano da casa. Di solito io esco di casa e corro, ma stasera ho preso la macchina e sono andato a nord. Ringrazio il fatto di aver corso con un runner che ha una passione vera per la corsa (e per la vita) ed è una gran brava persona. Ci siamo trovati là dove la Martesana si interra, come se fossero le sorgenti, ma al contrario. Francesco è la sorgente di un mucchio di racconti che originano da lì per sfociare nei più svariati angoli dell’immaginario collettivo. Ha uno stile diretto e non si perde in arzigogoli, come faccio io. Va dritto al punto e tocca corde profonde. Se potete, leggetelo.

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Allenamento 18 Marzo. Giant Leap Social Run.

Come ha detto Neil Armstrong «That’s one small step for [a] man, one giant leap for mankind».

«Questo è un piccolo passo per l’uomo, un gigantesco balzo per l’umanità».

Potrei dire la stessa cosa della corsa di ieri sera per le vie di Arese. Con mio fratello.  Se caricassi i dati di Carminio, si potrebbe dire che questa è una corsettina di quasi 4K. Ma per l’umanità che c’era dentro, è stato un balzo gigantesco.

Mi piace la riflessione – inserita nel post “Selfie” di Carol – sulla tendenza a isolarci proprio tramite i social network che promettono di connetterti con il mondo intero.

E’ un po’ un suonarsela e cantarsela e applaudirsi da soli, tendenza solipsistica del governo delle cose umane. Cosa c’entra la tensione del a solo con la corsa di ieri sera? Dove sta l’umanità? Beh, sappiate solo che erano decenni che non correvo con mio fratello. E lo facevamo, sapete?, quando la Martesana diventava terra mitica, lui c’era. E’ come quel quadro delle due dita che si toccano, uomo e dio, con un uomo in più e un dio in meno, però.

Ecco che cosa c’entra: urge il contatto umano. Se ci si infila nel vortice dell’isolamento, scoppieranno sempre più conflitti (nano, micro, mini, maxi, mega, tera, peta, …) e non basterà un papa che abbaia contro la Baia dei Porci. Anche se si chiama Francesco.

Anzi, già che ci sono mi faccio gli auguri da solo. Papà Francesco. E allego selfie. 

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Allenamento 28 Settembre. (Gn)Afa.

Dopo una pausa di una settimana, sabato 28 mi ripresento all’Increa in ora antelucana. Era un po’ che non riuscivo a correre prima della luce. Stavolta, complice l’andata a letto con le galline della sera precedente (sono sere che crollo!) mi sveglio senza problemi alle 5.45. Faccio un rapido controllo: tutte le membra sembrano rispondere ai comandi. E allora mi alzo davvero e mi preparo.

Le cose per correre sono state pronte tutta la settimana, tanto pronte quanto disattese. Ma ora riesco ad andare. Alle 6.20 cerco i satelliti ma i satelliti non rispondono. Inizio a camminare un po’ e fare esercizi di riscaldamento. Dopo un tempo infinito – 10 minuti – riesco a “prendere la linea”. E corro.

La corsa è tranquilla. Al chilometro 2, supero un signore in pantaloncini e maglietta – faccia nota nei dintorni podistici dell’Increa – che per saluto mi fa il resoconto del come e del perché abbia dovuto togliere la tuta perché stava per annegare nel sudore. E conclude: “Fa caldo”. E io lo saluto con un: “Fa caldo sì”. Ma poi ho pensato ‘Geez, questo qui ha già corso!’ e non posso fare a meno di pensare a quando ero io a correre alle 5 di mattina. Che matti siamo. Invece di stare a dormire.

In effetti si corre e si suda, sarà la cappa delle nuvole che trattiene l’aria fresca dall’alto. Ma vado, vado per un bel po’, senza preoccuparmi troppo del tempo, sia meteorologico che podistico. Taglio il Parco Increa in mezzo, per evitare il buio degli alberi che so essere fitto, poi esco e dalla cascina Torriana mi butto a piombo sul centro di Cernusco.

diorama-fiumi-lombardi
Diorama dei fiumi lombardi

Voglio fare la Martesana al ritorno, perché ho dei conti in sospeso con il tratto di Vimodrone (a Luglio quasi collassavo durante un allenamento) ma al parco dei Germani mi accorgo che la Martesana è vuota. Se c’è qualcosa di inutile è un letto vuoto. Sarà il mio, che ho lasciato a casa, sarà quello del Naviglio, ma l’idea non mi va. Quindi torno indietro girando verso i vigili cernuschesi e verso lo spaccio Levi’s, dove potrò trovare un sentiero che ancora resiste e fa da contorno a una delle tante cave che ci sono in zona.

Tornato a bordeggiare l’Increa, mi concedo 500 metri di camminata veloce, per poi riprendere a correre verso casa. Ho corso 14K con Garminio, più mezzo chilometro prima riscaldamento e mezzo chilometro dopo per defatigare un po’ e arrivare decontratto alla sessione di stretching post-corsa. Mi sono concesso i 500 metri finali di corsa a 4’15”, per saggiare la gambe.

Inizia una fase lunga di mantenimento, magari con un allenamento a settimana, forse due. L’ho capito dal tempo che è cambiato – nonostante il sabato tropicale in cui ho corso – e dell’autunno che è arrivato.

Allenamento 4 Settembre. Batteria scarica, ma non la mia.

«Il lettore deve sentire che l’autore sta parlando con lui, non assumendo una serie di pose» (David Foster Wallace)

Diciamo pure che erano tre giorni che cercavo di andare a correre. La mattina, non ce la facevo ad alzarmi io, in un tempo ragionevole per poi andare in ufficio. La sera, avevo le batterie scariche. Della macchina.

Vicissitudini, che io potrei chiamare “Le Batteriadi”. Lunedì avevamo i cavi, ma le pinze (di plastica) si erano rotte e non tenevano più i denti conducenti. Risultato: perdita di tempo e rinuncia alla corsa (mettici anche che prima abbiamo fatto la spesa e siamo rientrati alle nove!) Allora abbiamo aspettato martedì sera: passaggio al Carrefour, compro cavi (quelli belli semplici con pinze belle prominenti, coi manici rivestiti di gomma plasticata) e – già che ci sono, giusto per evitare un nuovo viaggio – una bella batteria 45Ah precisa precisa. Anzi ha uno spunto di 400 A, ben più di quello da 325 montato ora sull’auto. Aldilà di imprecisioni tecniche, avere uno spunto più alto è importante, no? Sia per le auto che per chi corre.

Martedì sera carichiamo la batteria, faccio un bel giretto in macchina, La batteria regge. Tutto a posto. L’unica cosa è: non riesco a correre. Va bene lo stesso, l’importante è aver risolto.

Mercoledì mattina, giorno 4. La radiosità della giornata viene subito smorzata dal fatto che la batteria non ha retto. La macchina non parte. Dovremo attuare il piano B. Sostituzione della batteria. E qui, la sera stessa, scoppia il dramma.

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Allenamento 19 Giugno. Vengo mangiato.

“Vedete, io avevo un grandissimo vantaggio sugli altri: avevo avuto la poliomielite, ed ero totalmente paralizzato. L’infiammazione era così forte che avevo anche una paralisi sensoriale. Potevo però muovere gli occhi, e anche l’udito non era stato menomato. A forza di stare a letto mi veniva la malinconia, impossibilitato com’ero a muovere qualsiasi cosa tranne le pupille.” (Milton Erickson)

La citazione è tratta da storiedicoaching. Insegna che se hai uno svantaggio, lo devi girare a tuo vantaggio.

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Titolo con doppio significato, a questa mandata. Vengo mangiato dalle zanzare e vengo mangiato nel senso di dopo cena. Nel senso che se corri sul naviglio dopo cena, permettendo al tuo corpo di digerire almeno un po’, sarà quindi una corsa nella penombra, l’ora delle zanzare. La giornata è stata intensa a livello di nuovi orizzonti che si profilano. La corsa serve anche a questo, a fare un po’ di pulizia nei pensieri che hanno turbinato da mezzogiorno in poi.

Arrivo a casa, ci prepariamo per la cena, mangiamo. Poi esco, è tardi e non so se la cena mi si riproporrà dopo aver corso. Decido di mettere in pratica quello di cui mi lamentavo nel post precedente: salto a piè pari l’andare di corsa sul naviglio. Mi ci reco in macchina e corro solo sul naviglio. Mentre sono in macchina ascolto la replica di Alaska che parla della scomparsa di Michael Hastings,  giornalista scomodo imperdonabilmente giovane per morire in un incidente d’auto, che Marina Petrillo onora con una delle sue trasmissioni di qualità.

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