Hallelujah

Una sera di settimana scorsa – erano circa le 22 e andavo verso il Centro Saini – ho visto una volpe che cercava di attraversare la circonvalla dell’Idroscalo. Era timorosa.

Nel secondo di tempo che è stata illuminata dai miei fari, ha avuto un movimento ondulatorio di paura. Ha ritratto la zampa e spostato la testa verso il boschetto da cui proveniva. Poi il buio su di lei.

Subito dopo, un minuto al massimo, dalla radio Bob Revenant ha messo su “Halleluja” di Jeff Buckley, dopo che aveva parlato di fratellanza e citato qualche messaggio degli ascoltatori. Mi ha fatto pensare a una serie di conicidenze, un po’ sentite lì per lì e un po’ ricostruite. Che vanno più o meno così: a mezzogiorno dello stesso giorno avevo comprato un libro da regalare a mio fratello, “Il fondo della bottiglia” di Georges Simenon.

In quel libro il fratello minore – quello debole, irresponsabile, sfortunato, eppure dotato di un inquietante potere di seduzione –, chiede al maggiore di aiutarlo a passare la frontiera. Io sono il fratello minore, io sono la volpe, io chiedo di attraversare la frontiera delle mie paure (quelle rappresentate dalla circonvallazione). Lui, il maggiore, mi ha sempre protetto. Lui sapeva vivere e difendersi, io mi rifugiavo sotto le sue ali.

La poesia musicale di Buckley l’ho presa come un buon segno per l’animale. E un ottimo segno per me.

“But you don’t really care for music, do you?”

Ho rallentato q.b. e me la sono goduta tutta, con i brividi sulla schiena. Non c’era nessuno o quasi e nonostante le due corsie della circonvallazione invitassero – e lo fanno sempre – a correre più degli 80 km/h del limite consentito, io sono andato alla velocità delle emozioni che lentamente affioravano. Era come veder spillare una birra senza gas in un pub con sedili e pannelli di legno in un soffuso senso di anticipazione del gusto. Una sensazione di comfort che solo chi raggiunge spesso il fondo della bottiglia può capire.

E non esiste modo migliore – per descrivere la sensazione – che questo:

“The fourth, the fifth,

the minor fall

and the major lift”

Il senso di trasporto dell’accordo maggiore.

Mentre, fra odio e amore, rancori e sensi di colpa, sbronze e scazzottate, si consuma la resa dei conti tra i due fratelli. Non ho mai fatto a pugni con mio fratello. Ho perso l’occasione di prenderle e imparare qualcosa dalla vita. Ma non è mai troppo tardi. Nemmeno a cinquant’anni.

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Cagatoio n.5

A metà tra Chanel e Vonnegut. Definirei così l’ultima mia uscita di corsa. Domenica, ore 10 del mattino, dopo aver tirato il pacco al mio amico Francesco di correndosulnaviglio (perchè correndo si va avanti) e non essere andato a Opera. So che non è … Opera sua, questa cosa. Il titolo, che riporta già ampio significato di ciò che è successo, me lo sono tirato addosso io. Quando si esce a correre pieni, si rischia grosso. E solo la presenza di spirito – che mi fa dirigere verso il blocco servizi numero 5 dell’Idroscalo – evita il peggio.

 

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Uscito alle 10 circa, dicevo, di una bella domenica maggiolina. Caldo allucinante e corpo decisamente non allenato. Primi tre chilometri allegri (4’45” circa) e mettiamoci anche il 4° allegro. Verso il 6° chilometro della mia corsa (al giro intorno alle baracche delle canoe, lato nord dello scalo, appena prima della salita per chi come me sta girando in senso orario) inizio ad accusare una certa pesantezza. Penso che questa pesantezza sia legata alla giornata intense (emozioni, cibo, vino) del giorno prima e al generale calo del numero di allenamenti in questo periodo. Ma quella, la pesantezza, non ci crede e non desiste.

Arrivato al chilometro sette, la questione si palesa in modo diverso. E mentre mi dirigo nella zona di bosco lato est dell’Idroscalo, ho una visione: un blocco di servizi su cui campeggia un 5 gigantesco. il Cagatoio n.5 sarà la mia salvezza?

Entro circospetto e trovo un ambiente asettico, piastrellato in bianco, un quadrato di 8 metri per 8 sui cui lati ci sono: alla mia sinistra, le turche di cui solo una con porta, davanti i lavandini, alla mia destra i più Occidentali’s WC. Scelgo la turca con porta, con tutto ciò che comporta (cioè essere l’unica usata veramente, mentre le altre conservano un lindore soprannaturale). Il bianco tutto intorno mi fa pensare alla stanza di un macello comunale dove il sangue deve scorrere via veloce, e la ceramica bianca deve rimanere limpida dopo l’uso.

Mentre sono lì penso che 7,5 chilometri non sono abbastanza. Uscito dal blocco, mi metto a correre (più leggero) ma sento subito che qualcosa non va. Infatti sarò costretto a fermarmi dopo altri 3,5 chilometri (dopo essere passato sul ponte di legno all’isola delle Rose) per il caldo eccessivo, fare due chilometri a piedi sospinti (funzione Camminata del Garmin attivata) per poi decidere di correre l’ultimo chilometro, dopo essere stato superato da un altro runner. Totale, ho fatto anche la figura dello stronzo perchè ho tirato, superandolo dopo 300 metri e andando a 4:40, 4:35: 4:30. Un ultimo chilometro con i fiocchi, visto l’andamento generale della seduta (alla fine risultata di 12K…. spezzettati).

Pranzo della domenica, corsa della domenica

Oggi, a causa di intoppi logistico-sanitari, la corsa l’ho corsa appena dopo pranzo. Siccome poi alle 16:15 dovevo fare altro, non ho fatto i 21K.

Del tipo 14:05 finito di pranzare, 14:15 fuori a correre. E ho provato la conversione immediata del carbo-load in energia (lavoro interno).

Non è andata male, dai: 14K in 1h09′ invece di trovarmi a bordo strada a vomitare. Percorso che ho fatto mio: zelo, Linate, ponte viola al Forlanini, Linate aeroporto, Idroscalo entrata Magnolia, isola delle Rose, back home.

Un passaggio di 49’10” ai 10K, 59’10” ai 12K. Sostanziale tenuta. Qua si può ragionare sui tempi di allenamento, ora.

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Lambrlboro Country

“Come when the nutrias are”

Settimana sportiva. Dopo il lunedì 25 aprile con camminata veloce, il giovedì ho partecipato nella mia frazione a una staffetta 3×1100 metri, dove nella mia frazione (e non mi ripeto) ho spuntato un tempo di 4’03”, cioè 3:37/km.

E sabato mattina sono andato a correre, per fare 15K. Invece di farli tutti insieme, però, il mio corpo ricordava ancora la maiuscola prestazione di giovedì sera e mi ha costretto a un 4’50” al chilometro per 10K. I primi chilometri ho tollerato che il corpo cercasse di ricollegarsi alla sensazione di velocità, poi ho deciso che al ponte viola avrei iniziato a girare più lento. E invece, dopo il normale rallentamento sul dosso artificiale del ponte, ho ripreso a correre forte anche nel Parco Forlanini. Ecco dov’è nata l’idea di fermarmi al 10°. Così, ho pensato, non mi sarei spompato. E ho scoperto una nuova cosa: lo stazionamento di ben 5 minuti tra i 10K e il seguito.

Camminando nei dintorni del campo da rugby dell’Idroscalo, ho immagazzinato gli alberi verdi e il cielo blu e concepito i ragionamenti qui sopra. Mentre per quanto riguarda il significato del titolo e del claim, beh, è presto detto: correndo sulla pista ciclopedonale intorno alla pista di Linate mi sono imbattuto in ben due nutrie – una a distanza di cento metri dall’altra – che pigramente prendevano il sole sgranocchiando un qualche tipo di rifiuto/cereale/legume/legno/materiale sconosciuto… Beh, vi giuro che sembravano loro le padrone e mi ha fatto pensare a quegli sgherri (tipo bravi) che da secoli vengono usati per il controllo del territorio dai vari signorotti del posto. In questo caso, il signorotto di Lambrlboro Country. Perché dove c’è nutria c’è acqua e il potente fiume che bagna questa porzione di provincia è il Lambro.

MARLBORO

 

 

 

 

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