I like it a lot

Ci sono foto che diventano un manifesto sotto-traccia, foto che all’interno di una grande festa riescono a farsi esse stesse leit-motiv che spazza l’arco di decenni. Il vecchio che cerca di rubare un dono al giovane, nello scherzo fin troppo facile del sentirsi chiamare in un’aula e rispondere, d’istinto. Ma il dono è per il giovane ed allora via, il vecchio le mani legate dietro la schiena .

 

Il conoscersi per sentito dire da sempre e dal vivo mai, il chiamarsi con lo stesso nome+cognome. Il potere dell’onomastica ( vedi alla voce ONOMASTICA (odp#146), “perchè un nome era tutto quel che davi“). Pensare che prima della nuova accoppiata (che vedete in figura 1) ce n’era una scaturita da questo episodio: io che, bimbo di 7 o 8 anni, scopro nel cimitero del paese l’esistenza di una tomba con su il mio nome+cognome – e ci rimango un po’ stranito. Ora l’immagine la cambio volentieri con questa, più consona al mio modo di essere, che qualcuno definirebbe elfico… diciamo che nei frizzi e lazzi ci sguazzo come pochi.

 

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Figura 1

 

Questo genere di scherzi infiniti mi piacciono un casino. I like them a lot. Questa è la dimostrazione che io sono qui nel presente e la vita esiste – ed esiste l’identità –  ed essa andrà avanti anche dopo di me.

 

Avrei voluto usare il filtro “Hope” su pixlr.com (che trasforma l’immagine in un manifesto di Obama, per intenderci), ma qui la speranza non c’entra, c’entra il riconoscersi capaci di far festa come nessuno. Ed allora, ci sta molto di più il richiamo a Jim Carrey.

 

O trasformare anche il più piccolo fotogramma in una riflessione sulla vita e citare il Whitman di “O me! O life!“, the powerful play goes on, and you may contribute a verse. La vita come pièce teatrale dove puoi contribuire con una battuta.

I like it a lot.

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Là dove s’interra

“Sapessi com’è strano, effettuar lo scarico a Milano”

Così ho preso la macchina e sono andato a nord. La minaccia di pioggia è stata stornata da uno strano vento, lo stesso che soffia dentro me. La giornata, l’ennesima a mettere a dura prova la mia resistenza psicologica. L’insicurezza di orizzonti è meglio renderla qui con le immagini di Koyaanisqatsi e la musica di Philip Glass. Non saprei come spiegarla altrimenti. Mi sento come Pruitt-Igoe, un quartere di St. Louis che ha iniziato a corrompersi subito dopo essere stato completato nel 1956 e che scorre nelle immagini qui sotto dal minuto 1:00 e rotti. Andrei raso al suolo e destinato ad altri usi.

Così, l’effetto dello scarico post-Stramilano, in una zona di Milano in cui non vado ormai più, è stato un toccasana. Lungo il Naviglio Martesana che per me è terra mitica ed è stato la palestra delle mie prime corse, da ragazzino. Anche se io frequentavo altri tratti, più esterni di questo. Ma se è vero che non ci si bagna due volte nello stesso fiume, è anche vero che lo stesso corso d’acqua unisce idealmente tante persone, che magari non si conoscono. Fiumi, laghi, monti, rappresentano segni del territorio in cui facilmente ci si può riconoscere. Per 35 e passa chilometri, la comunità della Martesana unisce terre e popolazioni diversissime, dalla città metropolitana ai paesini fuori dalla cinta milanese.

All’inizio mi è parso strano di prendere la macchina per correre in un posto lontano da casa. Di solito io esco di casa e corro, ma stasera ho preso la macchina e sono andato a nord. Ringrazio il fatto di aver corso con un runner che ha una passione vera per la corsa (e per la vita) ed è una gran brava persona. Ci siamo trovati là dove la Martesana si interra, come se fossero le sorgenti, ma al contrario. Francesco è la sorgente di un mucchio di racconti che originano da lì per sfociare nei più svariati angoli dell’immaginario collettivo. Ha uno stile diretto e non si perde in arzigogoli, come faccio io. Va dritto al punto e tocca corde profonde. Se potete, leggetelo.

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