Ugin de la Madona o Topographie des Terror

Lo so che è tutela. Lo so che senza, la situazione del Lambro tra Monza e Milano sarebbe peggiore. Lo so che è forzato richiamare il Museo di Berlino dedicato alla GeStaPo.

FotoStorica_page1_image1 Ma… ma… ma…

Ma correre un allenamento nel Parco della Media Valle del Lambro (PMVL) può riservare più di un brivido. Ho corso 13 chilometri in un’ora e dieci. Ho corso dopo una notte insonne, dalle 2:30 quando sono andato ad alzare le tapparelle per agevolare l’ingresso dell’aria. Ho corso perché l’avevo detto che avrei corso alla prima pioggia.

Sono uscito in un mattino grigio, con cinquanta sfumature di nuvole. Ho frenato il mio naturale Drang Nach Osten (che mi avrebbe portato al Parco Increa) e mi sono diretto a ovest.

A San Maurizio c’è un parco con due collinette, ricavate dai rifiuti della Falck di Sesto. Tutto bonificato, si intenda, però a me sta cosa dà sempre da pensare.

Comunque la vita fa il suo corso e queste collinette ne sono piene. Anche se si tratta di vita non umana. Centinaia di conigli che stavano di fianco ai sentieri e alle strade del parco. Parevano divertirsi a scappare. Erano tantissimi e mi hanno fatto sentire meno solo. Perché ero solo. L’ultimo uomo (anzi, il primo) sulla terra. Avevo la sensazione di correre incontro al mio destino. Ciascuno è solo verso il proprio destino (a parte coniglietti vari).

Sono salito sulla prima delle due collinette, quella famosa tra gli aquilonisti (è censita sul sito della Stack Italia) perché molto ventosa anche quando in giro di aria ce n’è poca, del tipo che vengono da tutta Lombardia (li ho visti, non è uno scherzo).

Ho fatto il giro, su e giù, l’erba della prima era gialla e secca come nella savana ma appena già sui pendii riprendeva colore verde. Dal lato ovest della collina l’occhio è caduto sul Lambro che incunea le sue anse tra gli alberi. Un vero bosco con un vero fiume, che il Parco della Media Valle del Lambro tenta di tutelare.

Ma l’occhio non ha potuto evitare di vedere il peduncolo di collegamento tra la Nord e la Est (tangenziali). Il Lambro sabato mattina era marrone e limaccioso per le forti piogge della notte. Lui era il vero confine una volta, ma ora la sede autostradale – barriera insormontabile e grigio sbrego del territorio –  l’ha soppiantato.

Sono salito sulla seconda collina, sempre contornato da festosi conigli che mi acclamavano, e ho potuto ammirare a nord il paesaggio del Resegone, Grigne e giogaja varia, con il puntino chiaro del santuario di Montevecchia che si staglia sempre sul verde-grigio dei monti e delle colline circostanti. Poi ho girato lo sguardo a sud, est e ovest: ho visto la distesa della città e dell’Hinterland e ancora più giù, i palazzi della nuova Milano. Il sentimento era un mix di gioia e dolore. Una vista vastissima su un territorio devastato dal cemento.

Quando ho completato il giro della seconda collina, la meno frequentata, ho deciso di seguire il Lambro fin dove potevo. Beh, per mia grande sorpresa (positiva) oltre al pezzo che già conoscevo, hanno dotato il Lambro di una regolare alzaia che lo costeggia fino al punto più a nord del Parco di San Maurizio.

Preso bene da questa cosa ho deciso di continuare, oltre il semaforo appena a nord. E lì ho scoperto che l’alzaia continuava, più infestato di piante e con un cartello all’inizio che ammoniva: Attenzione Scavi. Pericolo di annegamento. Ma si riusciva a procedere. Solo dopo aver percorso il tratto, ho capito che il cartello era riferito proprio all’area in cui era messo, non all’alzaia. Ho corso guardingo,con un leggero stato di ansia. Ero solo.

Un cane con il suo abbaiare mi ha spinto a proseguire oltre l’alzaia che si abbassava e abbandonava il bordo fiume. Dopo un paio di chilometri a bordo fiume, dopo un paio di curve ghiaiose, mi sono trovato davanti al cunicolo che mi ha ricordato il Topographie. Giusto una sensazione.

A San Maurizio al Lambro dovevano esserci molte devote alla Madonna, di cui si conserva una statuina aldilà del peduncolo autostradale. Tanto devote che all’imbocco del cunicolo c’è una scritta in bianco su fondo cementizio: “Ugin de la Madona”. Gli “occhietti” della Madonna, se non traduco male. Forse qualche anima gentile ha voluto indicare la strada per le pie donne. Ma il cunicolo (per carità, abbastanza alto perchè ci si passi in piedi) di 80-100 metri è buio, sporco, umido: tanto che non ho mica capito COSA ci fosse, là sotto. Non ho visto proprio. Anzi, stavo per tornare indietro ma la curiosità mi ha spinto, forse proprio per quella scritta bianca. Forse proprio quel richiamo a una fede che travalica le difficoltà più grandi. Qualche pia donna lo doveva pur percorrere per arrivare davanti al Trattamento Acque di San Rocco di Monza. O lì è ancora Brugherio?

Perché si sa, dove ci sono i confini, ci sono i traffici più strani. Il confine tra Cologno Monzese, Brugherio, Sesto San Giovanni e Monza è un concentrato di nefandezze a livello di disegno della città. Lì la macchina del progresso ha piazzato varie cose, tra cui uno impianto di depurazione, con i suoi ampi vasconi e la potenzialità di un puzzo fetido. Sabato mattina non esalavano, altrimenti sarei morto. Per questo parlo di Topografia del Terrore, data la concentrazione di artefatti umani devastanti: svincoli, depuratori, caselli. Il cammino intorno è tale da scoraggiare i più fedeli. Intanto le pozze d’acqua del cunicolo sono provocate dalla parete che è confinante e allo stesso livello del Lambro. Sapere che l’acqua con il suo potenziale devastante ti sta passando di fianco a un muro di distanza non è rassicurante. Rimarresti schiacciato senza scampo. E poi quando si esce dall’altra parte, magari uno è contento del cielo, ma si deve guardare dalla terra, passa di fianco alla tangesan maurizio al lambro anni 50

Ho trovato la statuetta della Madonna, un busto per la precisione, vera meta di chi si imbarcava in questo tristo viaggio. Il busto tanto venerato per cui qualcuno affrontava lo sporco cunicolo per andare a omaggiarlo. Così piccolo che si capisce quanta forza abbia per rimanere lì, a difesa
di un mondo che non c’è più.

Il resto dell’allenamento è storia, un pezzo percorso della Marcia del Mulino al contrario per un po’, costeggiando il Mulino Occhiate dove a maggio, quando c’è la gara, ti danno polenta e salsiccia al ristoro (segnatevi la gara, se siete carnivori e/o buongustai). La polenta è fatta con la farina che macinano lì. Il Mulino è un altro esempio di resistenza passiva al dilagare delle parti perverse di città. Andrebbe tutelato con frequenti occhiate. Penso a quando la famiglia che lo gestisce lascerà, non ci sarà più nessuno a rappresentare il vecchio mondo e una matrice da’asfalto si impossesserà per sempre di quella zona.

Poi giù verso casa, e un giro più largo su via Imbersago per raggiungere i 13K tondi tondi che scoccano davanti a casa. Quello del Parco delle Collinette Falck, è uno dei posti più interessanti dove correre a Cologno, con buona pace dei “secessionisti” di San Maurizio: il territorio è stato cucito con spago di cemento.

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Marcia ACLI 2014

Ho pensato a lungo alla 40.a Marcia ACLI a cui ho partecipato nonostante la poca preparazione. Ci ho pensato, dopo. La premessa era che avrei fatto un lungo lento e così NON è stato.

La valutazione della marcia dipende da che tipo di allenamento si sia prospettato per questa gara:

1. mentale: l’allenamento è stato fantastico. Ho tenuto duro fino in fondo, negli ultimi tre chilometri ho addirittura ripreso alcuni per lasciarli indietro con un rush finale convincente (ultimi 150 metri di Carminio segnati sotto i 4’/km)

2. fisico: l’allenamento è stato un azzardo. Ho tenuto un ritmo medio di 4’50” (finendo in 1h13’14” i poco più di 15K). Quando sono arrivato ai 777 decametri, ho notato di aver fatto un tempo di 2 secondi appena superiore a quello di giovedì sera. Avrei pensato che sarei schiattato dopo il ristoro dei 9k. E invece ho retto. E ho fatto un tempo molto buono (anche se l’anno scorso avevo chiuso in 1h10′)  Troppo, per un fisico che si è appena rimesso in movimento. Secondo me ho esagerato.

marciaACLI15KDitemi se sbaglio o se sottovaluto il mio organismo. La testa ha preso il sopravvento ancora una volta… Ovvio che sto a mille con la condizione generale, con buone prospettive per il futuro. Ma il lavoro da fare ora è rendere regolare il lavoro di allenamento, dare un tono più moderato e con meno colpi di testa.

La Marcia ACLI è stata una festa per la O.S.G. Podistica, un gruppo di podisti appassionati dove ho ritrovato moltissimi amici. Fondato l’anno scorso, il gruppo, che partecipa a moltissime gare (maratone e mezze maratone), si prepara a nuovi traguardi: l’anno prossimo prenderà in carico l’organizzazione di questa classicissima di S.Giuliano in Cologno Monzese.

 

Allenamento 2 Giugno. The XXXXing Franz.

Dopo tre settimane di latitanza, rieccomi.

11 maggio era la data dell’ultimo allenamento, poi un periodo di impegni e micro-infortuni (spalla sinistra) e scazzo generale, tanto che un giorno ho visto un tale correre e mi sono detto “ma come fa?”. Non riconoscevo piu’ il potere taumaturgico della corsa, vedevo quell’uomo e la sua ala grigio-nera di capelli che sbatteva sciatta contro la capoccia, come si fa a ridursi in quel modo, ho pensato e stavo pensando a me.

Insomma tutto normale, molto Franz-style.

Oggi, dopo un duro lavoro per liberare il terrazzo (compreso lo sciogliere un gelsomino dall’abbarbicamento su una grata di legno, ve lo consiglio come esercizio zen), alle otto di sera non mi sono piu’ trattenuto.

Premessa: sabato sera sono andato a fare un test. Abbiamo camminato per 9 km lungo il naviglio io, Salva, David e suo figlio Matteo. Li abbiamo percorsi in un’ora e mezza (qui trovate il resoconto endomondo in prestito dal Salva). Il test era per vedere come ci trovavamo a camminare, in vista di una vacanza “a piedi”. Da quel punto di vista il test non ha dato indicazioni precise. Infatti bisognerebbe vedere meglio l’accumularsi di piu’ ore di cammino e poi di piu’ giorni consecutivi. D’altronde lo sapevamo: era solo un inizio di esplorazione.

Mentre per quanto riguarda in senso lato, camminare mi ha fatto tornare la voglia di correre. E questo e’ positivo. E per questo che stasera sono andato a correre, ho fatto 9 km in 42’38”, con tre pause di poco meno di un minuto (al 3, al 6 e al 7,6 k) per via dello smalto nel soffrire che e’ venuto meno.

Intanto il titolo indica che il multiforme Franz non solo corre, non solo si riposa, non solo va a male e si fa prendere dallo scazzo (tutto cio’ in momenti diversi, ma avolte anche in concomitanza) ma scrive anche in un blog collettivo (eaZywriters) che raccoglie ed estende l’esperienza fatta in un corso di scrittura creativa da parte di vari partecipanti. Usciranno un bel po’ di racconti, insomma. Hanno gia’ iniziato a uscire! L’idea del blog e’ esposta qui. Se son writers scriveranno.

Marcia ACLI del 7 Aprile e quei 10K corsi il 6

Weekend di fuoco per il reparto corse.

Domenica 7 Aprile comincia alle 7 e 20 del sabato. Mi alzo e vado a fare 10K in scioltezza. In scioltezza? Beh… 46’53” è un po’ tirato per me, con un allenamento a settimana sulle spalle nell’ultimo mese. Però questi 10K sono venuti tanto bene che ne sono felice. Mi han dato l’idea che il mio ritmo potesse essere migliorato.

Cosa che ho potuto verificare il giorno dopo, finalmente domenica: la partecipazione alla 39esima marcia ACLI – in quel della pieve di S.Giuliano a Cologno Monzese – ha esaltato la prospettiva di una media sostenibile di 4:35 per distanze sui 15 chilometri.

Partiamo al rintocco delle 9 del campanile della chiesa romanica sotto una pioggia fitta, che aveva iniziato a scendere sempre più insistente una ventina di minuti prima della partenza (le avvisaglie si avvertivano da poco prima delle 8 del mattino). Tanto è vero che ho iniziato a pensare di avere una sorta di maledizione: le ultime quattro gare (Greifenseelauf, S.Maurizio, Stramilano e ora questa!) sotto la pioggia.

pievesangiuliano

Invece dopo il 5° chilometro non c’è più stata pioggia e addirittura un po’ di sole è uscito verso la fine e ha salutato l’arrivo dei corridori al campo sportivo dell’oratorio.

La squadra della Podistica O.S.G. è schierata quasi al completo insieme ad altre centinaia di persone che hanno sfidato il tempo inclemente dell’inizio per meritarsi poi il solito bel percorso.

I primi quattro chilometri li corro tranquillo appena sotto i 5′ godendomi una Cologno non chiusa al traffico ma – per il momento del passaggio almeno – tutta per il serpentone colorato di gente allegra nonostante il grigio. Mi accompagna Bobo.

Ottimo (come sempre) il servizio d’ordine composto da volontari singoli e da quelli della protezione civile. Ogni punto di svolta del percorso è presidiato (soprattutto la SP che va da Cologno a Cernusco, vero punto critico del percorso) e la zona di via Pirandello a 1 chilometro dall’arrivo.

Il resto del percorso prevede vie tranquille (e assonnate) e poi il pezzo forte sul Naviglio dal campo di rugby di Cernusco S/N a Vimodrone.

Dopo il 4° chilometro inizio a scaldare i motori, pensando di stare sui 4:40 a km. Saluto Bobo alla svolta tra Dante Alighieri e Ugo Foscolo e vado a prendere Attilio un po’ più avanti. Lui mi dà subito della gemella Kessler per via delle gambe lunghe che mi ritrovo. Insieme a lui passiamo a Cologno Nord cercando di calcolare a quanto dovremmo andare. Io non lo capisco. Si punta verso sud. Sono dubbioso del fatto di tenere quella media (non ci smuoviamo dall’intorno dei quattro e mezzo) ma poi, vuoi per i pungolamenti di Attilio vuoi il fatto che sto bene, decido di correre ai 4:30 a km. Poi si vedrà.

Lascio indietro l’Attilio e faccio la circonvallazione pedonale del cimitero (un sentiero pedonale bianco, illuminato molto bene anche con il buio e circondato da alberi e cespugli) e scorgo Luciano un po’ più avanti. Con lui andiamo a fare merenda al 10° km per poi prendere il lungo Naviglio. Intanto ho adocchiato un runner che ha un passo poco più lento del nostro (l’abbiamo davanti da un pezzo) e piano piano lo raggiungiamo. Al primo ponticello del Gaggiolo provo a tenere la stessa frequenza ma allungare il passo. A usare queste gambe da gemella Kessler, insomma.

Dopo averlo raggiunto, i giochi si fanno interessanti, perchè ne vedo un altro là davanti e cercando di raggiungerlo tengo il mio ritmo alto (altissimo per me!) segno per 2K un 4:23. Penso che adesso la pagherò, dopo il 13° rimango da solo. Il tipo ha agganciato un compagno in difficoltà e ha rallentato un po’, Io fronteggio gli ultimi due chilometri in solitaria. E’ il momento peggiore ma – considerando che sono quasi arrivato – stringo i denti e alla fine riesco a tenere i 4:30 anche nell’ultimo tratto, peraltro in alcuni tratti in falsopiano (traditore).

Ho messo molta volontà in questa gara. E testa, anche. All’inizio la testa mi ha frenato un po’ (sempre la solita testa che diffida ) però poi ha collaborato a raggiungere l’obiettivo.

 

Allenamento 13 Gennaio. Citofonare Mente.

«Una vocazione può essere rimandata, elusa, a tratti perduta di vista. oppure può possederci totalmente. Non importa: alla fine verrà fuori. Il dàimon non ci abbandona» (da “Il codice dell’anima”, James Hillman)

Scendendo dalle scale – ad un’ora insolita (le 10 del mattino) – per andare a correre ripassavo mentalmente cosa avrei fatto: 2K di riscaldamento ai 5, 4K a 4’50”, 2K a 4’35”, 4K a 4’50” e l’ultimo chilometri a 4’30”. Non ero pronto per quello che avrei vissuto di lì a poco.

Per i primi 3 chilometri sono stato costretto a fermarmi perché non reggevo il ritmo di riscaldamento. 5.09, 5.01 e 5.15, non stratosfera bensì terra terra. Davanti alla vista del laghetto della cava al Parco Increa dal lato Cernusco S/N, mentre osservavo i brandelli di una lettera d’amore sparsi intorno in un’area di 20 metri quadri, ho dovuto riflettere a fondo se tornare a casa con la coda tra le gambe oppure continuare.

Ero, in quel momento, ferito nell’orgoglio. “Ma come? proprio oggi?”, pensavo. Con le scarpe nuove (tra l’altro comodissime) che mi davano un friccico nel cuore ogni volta che le guardavo, così azzurre impossibili e un marchio che mi è familiare; “Proprio oggi”, mi chiedevo, “deve capitare?”. In un altro periodo, senza questa testa sulla corsa, avrei desistito e magari avrei piantato lì per un po’ di correre. Ma ieri no. Anche perché il brandello di lettera che ho tirato su, come a una pesca di benificenza, recitava qualcosa sul “dover andare comunque avanti”.

Bene. L’ho fatto. Non ero io quello sconosciuto amante (anzi, probabilmente era una lei, a giudicare dalla grafia e dall’accorato appello) ma comunque ho preso il vaticinio come per qualcosa che mi veniva offerto. D’altronde, ero io che avevo deciso di raccogliere un pezzetto di carta e proprio quello per giunta. “Proprio oggi”.

Citofonare Borgognoni su Cannocchiale
Citofonare Borgognoni su Cannocchiale

Così ho ricominciato a correre. Stavolta il corpo l’ha presa bene e da un’iniziale 5.07 sono passato a tempi dai 5 ai 4’55”, con un ultimo chilometro (il 13°) a 4’34” che è stata una liberazione. Una conferma. Liberatoria da vecchi schemi dove alla prima difficoltà si desisteva. Il chilometro finale è stato un’esplosione di gioia: quello che ho fatto percorrendo via Carlo Alberto Dalla Chiesa passando davanti alla Piscina Comunale e infilandomi verso la tangenziale, con lo sprint “finale finale” fatto nel sottopasso, prima scendendo e poi con trenta metri fatti in salita.

Alla fine ho fatto anche il ditone al Garmin (stiamo proprio diventando amici inseparabili!) perché io avevo previsto di finire in bellezza nel buio del sottopasso e dài, ci ho azzeccato con uno scarto di 30 metri: come a dire, non ho bisogno di te, 210! Lo definirei un atto di “luddismo soft” verso un apparecchio che invece mi aiuta tantissimo a tenere ritmi e gironzolare dove mi pare, perché è lui che tiene i conti.

Veniamo al corpo. Ad un certo punto il corpo ha citofonato su alla mente e ha chiesto di fare poco casino, con tutti quei pensieri così schematici con il determinismo del faccio un chilometro così e poi uno cosà. Certo, la mente è partita e – complici le scarpe – ormai viveva in una sua dimensione. Il corpo ha citofonato tre volte e credo abbia pensato di chiamare i caramba, ad un certo punto,

Penso che le ripetute di venerdì siano state corse troppo veloci. Se la tabella prevedeva a 4’30” perché le ho fatte a 4’15”? Penso che il mio corpo, più specificatamente il mio cuore, abbia voluto bussare prima che fosse troppo tardi. E poi ha  accettato di continuare a correre solo perché ha capito che la testa si era di nuovo portata ad altezze sostenibili.

L’allenamento in sé poi è stato bello, un mucchio di runner a quell’ora per me insolita. E poi la colazione a mezzogiorno con una confettura di rabarbaro, pesche e lamponi comprata quest’estate in Corsica, al Casinò.

(per i dati tecnici, visualizzare l’attività)

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