La corazzata Potëmkin

«Братья!» / «Fratelli!»

“Sera del 26/06/17, Piazza Maggiore, Bologna. Migliaia di persone – non meno di quattromila – applaudono in piedi La corazzata Potëmkin di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, film breve e dritto al punto, avvincente, popolare, bellissimo. Film girato novantadue anni fa.”

La corazzata Potëmkin fu censurato in molti paesi per timore che scatenasse rivolte popolari e spingesse i soldati all’insubordinazione. Anche in URSS, al principio, non fu proiettato nei cinematografi ma soltanto nei circoli operai. Il poeta Majakóvskij minacciò fisicamente alcuni burocrati perché avesse una regolare distribuzione.
E il film si rivelò presto un grande successo.

Oggi è considerato una delle più grandi opere cinematografiche del Novecento, viene riproiettato di continuo in tutto il mondo, nel 2004-2005 lo hanno sonorizzato i Pet Shop Boys. […] Qui da noi, in Italia, il film è stato segnato da un destino davvero imprevedibile, che lo ha trasformato in qualcosa di diverso da quel che è”.

“Grazie a tutte e tutti, anche a chi, senza pensarci un momento, è partito subito con gli insulti. La stolidità altrui ci spinge a fare meglio, a sforzarci di essere più chiari.”

La lunga discussione avvenuta su Twitter il 4 luglio 2017 incorpora riflessioni di diverse persone è qui sotto:

 

There is a limit to what a man can take“.

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Fortemente Off Topic /24. Cargo

« Auster et Occasus, Septemptrio novit et Ortus quantos bellorum superavi Ianua motus.» (Iscrizione di Porta Soprana)

Sto leggendo Cargo di Georges Simenon. Visto il gerundio, non posso dare un giudizio definitivo ma, per le prime 100 pagine che ho letto delle 350 nell’edizione Biblioteca Adelphi (n°489), posso dire questo:

1. se volete sapere come ci si sente da fuggitivo dovete leggerlo;
2. Se volete sapere come ci si sente a essere un figlio d’arte (in questo caso anarchico) leggete cosa ne pensa Mittel;
3. Se volete fare un plauso al copywriter che ha ideato il personaggio del vecchio comandante nella pubblicità dei sofficini findus di qualche anno fa (potrebbero essere 30, gli anni), leggetevi Cargo per studiare la figura del comandante Mopps: la stessa aria bonacciona, furbo il giusto, sprezzante del pericolo epperò capace di controllare situazioni intricate e intriganti.

Eppoi mi sta dando un tal senso di libertà, come quella libertà avvertita leggendo di Bernard Moitessier e della sua vita in giro per il mare. Anche se qui si tratta di un cargo, un pesante animale da nutrire se vuoi che muova la sua stazza (e dovreste leggere un altro libro, “Multinazionali del mare” di Sergio Bologna, per capire di cosa stiamo parlando quando parliamo di stazza).

C’è qualcosa nelle navi che mi attrae, qualcosa per cui mi viene automatico portare rispetto. Sono artefatti umani, le navi, capaci di solcare la superficie dell’abisso, di travalicare il mero essere oggetto e portarti in salvo, facendoti attraccare in un altro porto.

Improvvisamente, mentre navigavo insieme ai personaggi (non vi svelo nulla, spero, dato il titolo e la copertina) ho pensato a Genova. Ci ho pensato perché è la città portuale che conosco di più. Sono passato dal porto, soprattutto da piccolo, per prendere le navi e per me quel posto era magico. Tanto magico che, ci ho pensato ieri, se avessi abitato a Genova mi sarebbe venuta la voglia di partire e l’avrei nutrita abbastanza da farlo. Non sarei rimasto fermo in un terminal hinterland a 150 chilometri dalle rotte del mondo. Un mio personaggio, una volta, lo faccio trottare per le montagne con l’obiettivo di arrivare a Genova e prendere un cargo per il Sud America.

Immagine

La conosco un po’, Genova, per come si abbarbica sulle scoscese pareti dei monti. Sono salito nei palazzi e ho visto l’effetto che fa a guardar giù. Quella città è quasi è come se fosse affacciata, con tutto il busto fuori dalla finestra, ad aspettare il rientro di qualcuno. O a veder qualcuno che se ne va. Genova la Superba, Genova la Dominante. Oggi, la Martoriata.

Una città sospesa, tanto che qualche anno fa mi ha ispirato un piccolo pezzo. Ok, c’entravano anche i Negazione e ci facevo volare il povero Zazzo (Guido Sassola) dalla finestra. Il pezzo era corto, conteneva in libera punteggiatura il testo di “Serenità di un attimo”, si intitolava “Suiciding Guido” e andava così:

Dalla finestra Guido vede le nuvole sfilacciarsi in basso mentre i gabbiani trapuntano di bianco e nero lo spazio grigio sopra il porto. L’attività portuale giace indaffarata intorno ad una manciata di cargo in partenza per il Sud America. Sotto i suoi occhi.

La cornice in controluce della finestra sparisce, e Guido si affaccia. La città sembra sporgersi sul mare in una pausa senza tempo. Nevica. Un lieve spessore bianco rende malleabile l’odore di acqua morta che si sparge tutto intorno, lo fa quasi sparire.

La visuale scende verso il basso quasi a seguire un immaginario uccello dalle piume variopinte che si lancia nel vuoto a rallentatore. E’ solo un attimo.

Ora come allora rumori lontani e soffusi, cose perse ed acquisite. Ma il tempo è veramente andato. Puoi trascrivere ogni minuto e puoi trascrivere messaggi. Quello che sai è che pochi capiranno le sottili analogie tra l’altezza più sublime e il più profondo baratro.
Ora come allora granelli di polvere in un raggio di sole che fa breccia dal di fuori. Ma non è tutto uguale. Ora e solo ora, frammenti di passato viaggiano dentro di me in un’unica direzione.

Mentre viaggia senza speranza sulla lettiga che lo porta all’ospedale, Guido gusta il suo tramonto che vivrà dei nostri sorrisi sui volti scavati dal pianto. Ma lo spirito continua.

Rileggendolo, scopro che Genova non è citata in questo pezzo. Ma è proprio a Genova che pensavo scrivendolo.

Leggere di passaggi in nave mi porta lontano, molto più lontano che una crociera nel Mediterraneo. In “Cargo”, verso pagina 100, i protagonisti arrivano a Panama. Intorno a pagina 100 si preparano a attraversare il canale. Sono le 4 del mattino. Splendido orario per salpare.

 

2 Agosto 1980

Non posso esimermi dal ricordare la strage alla Stazione di Bologna, un fatto sconvolgente che mi colpì moltissimo.

Il 2 Agosto 1980 avevo 8 anni e mezzo. Capii che la vita presentava zone d’ombra. Zone d’angoscia. Nella mia ingenua intuizione sulla natura del mondo, non sapevo nemmeno quanto avevo ragione.

Quando penso a Bologna – città che ho poi imparato ad amare per molte ragioni – nella tela rimane sempre uno squarcio che non va affatto diminuendo. Questo dramma rimane a vagare in città e nel paese intero e, come l’autobus della linea 37, va in cerca di vittime da raccogliere e trasportare verso un senso più alto di verità e giustizia.

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