Semel in anno licet insanire

(Auguri a Francesco! Lui sa perchè…)

Semel in anno… Pianifico un’uscita di 30K, collinare. Andata 15 chilometri e ritorno 15 chilometri. Quanto di più semplice, no? Corri, ti sbatti, arrivi a un punto e poi ti volti e torni indietro. No? Pianifico è una parola grossa, perchè è giusto un occhio buttato al foglio IGM n°71, due minuti e ho deciso.

Ma sbaglio a guardare la mappa 1:25000. Sbaglio di grosso, intendo. Quel tipo di errore che sottende una sottovalutazione del percorso a dir poco intenzionale. Come a dire: oggi devo scappare, devo andare più lontano possibile da me stesso. Per cui, diventa tutto piccolo (anche le notti là in America…). E il percorso, insosenibilmente lungo.

In tal modo sottovaluto che lo spostamento in Val Curone è di 4 chilometri (circa parallelo alla valle Staffora), prima di attaccare la salita per tornare di là, verso casa. Quando arrivo a Momperone, chiedo a un capannello di persone dove devo  prendere per Zebedassi e una tipa sgrana gli  occhi e mi fa: – “Ma che autonomia hai?” Gira male, penso. Ma comunque faccio il gradasso e dico: – “No, ma tranquilla, arrivo da sopra Godiasco, non c’è problema”. Col cavolo. Inizio a preoccuparmi, però dico,  sicuramente non corre,  non sa. E invece quello che non sa sono io (è la prima volta che da Colletta scendo a Momperone).

In più mi incaponisco a passare per Zebedassi che diventa un congiuntivo, dopo che ci sei salito dalla Val Curone. Infatti presa Torrino, dopo S.Vittore arrivando da Momperone, significa una salitozza dura dura che mi taglia le gambe. Arriva in alto a Ca’ del Bruno alla Costa delle Forche (se non ho letto male) per poi scendere su San Lorenzo.

Totale, dopo 22K desisto – o picchio De Sisti – e faccio 6K camminando prima di decidermi a telefonare. Infatti non riesco a capacitarmi che mi trovo a ben 12K da casa. E la fatica e la mancanza di risorse si fa sentire. Mi guardo sperso, il panorama così conosciuto mi pare portato in un’altra dimensione. Continuo a ripetere: “Che ci faccio qui?”

Finisce con l’aiuto da casa. Una volta all’anno, finisce sempre che lo devo usare.

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— per chi volesse approfondire, qui la pagina della zona Volpedo – Serra del Monte

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(Oggi 8)^(-1) – A Mind Full of Ness

“A MInd Gfull Of Ness. I.”

Rivolgiamo questo “Oggi 8” al contrario. Oggi 8 è un’espressione che significa “fra 8 giorni”. (Oggi 8)^(-1), invece, la voglio usare per rivolgere all’indietro lo sguardo agli ultimi 8 giorni – a partire da ieri. Quindi [ (Oggi 8)^(-1) – 1 ].

Sono stati giorni di running, orami non c’è che dire: 15K+1,5 domenica, 17K martedì, 14,5K+1 sabato, 12K domenica. Fanno sessanta chilometri, tra l’altro in uno dei periodi più caldi dell’anno. A dimostrazione che se uno vuole, può. Anche farsi male, ma non è questo il caso. So che però ora non ho più il problema di ripartire (l’ho fatto senza accorgemene) e posso preparare qualcosa per settembre (forse farò una 30K).

Ho diviso le mie corse tra Forlanini e Idroscalo, per due volte li ho toccati tutti e due. Il giro che comprende tutti e due prevede quella grossa tirata per salire fino al Ponte Viola (è azzurro, tranquilli, ma per me rimane il Ponte Viola), svariati chilometri dopo i quali scollini il ponte e poi ricominciare da zero. Così spesso mi sento, come se lì iniziasse la corsa. Martedì mattina addirittura ho circumnavigato l’Idroscalo e poi mi sono spinto all’ingresso di San Felice per poi tornare verso casa da Mezzate. Mentre ieri sera ho rivisto il Cagatoio n.5: era bello nella luce della sera, con le sue pareti esterni giallo limone acceso. Mi sono quasi commosso, satvo per fermarmi a fotografarlo,ma l’incongruenza della cosa mi ha fatto desistere. Già non stavo in piedi e mi mancavano 4 chilometri a casa… ci mancava solo la foto panoramica di un blocco servizi igienici.

Mentre corro, pratico la mindfulness, l’attitudine mentale del restare consapevoli – che va ricercata tramite un programma formale e molto preciso. Nell’ambito (molto sperimentale e molto mio) della corsa si concentra tutta tra: 1) sensazioni velocizzate di appoggio dei piedi; 2) respiro e 3) sensazioni nel petto. Ci sono delle regole: quando devo fare attraversamenti affollati o di strade, la consapevolezza va a quelli (e tutto sommato posso anche fermarmi: l’iea è meglio un inconsapevole vivo che un buddha morto). Tutto il resto, deve essere 100% dedicato alle sensazioni fisiche della corsa.  Quando arriva un pensiero gentilmente – ma con risolutezza – lo accompagno fuori dalla mente e continuo a stare sintonizzato su quello scampolo di me: mentre corro così mi sono accorto di essere un petto affannato con dei colpi che provengono da sotto, cadenzati e incessanti. E sono vento sulla pelle.

Rimanere focalizzati sulle sensazioni fisiche della corsa è proprio la chiave della rinascita di Running Franz (dalle ceneri che ne erano rimaste). Infatti, io domenica 18 ero uscito per provare a correre. Visto che il mercoledì prima avevo fatto un tempone (7K in 32’15”) allora mi sono detto: “Ok, oggi corro mindful e vedo dove mi porta”. E mi ha portato lontano, a 15 chilometri che poi sono diventati 16.5 perchè ho aggiunto un pezzo in più (separato però dal corpo di allenamento principale). Non male, ragazzi, non male. Mi faccio anche meno problemi se devo fermarmi e camminare un po’ lo faccio. Perchè restando concentrato sul corpo significa che lascio perdere gli obiettivi che la testa vorrebbe imporre e pongo l’accento su ciò che il corpo mi dice.

Per maggiori informazioni “sulla” Mindfulness – in particolare sui corsi MBSR (Mindfulness Based Stress Relief) –  informatevi presso l’Associazione Italiana per la Mindfulness o scrivete a:aim.mindfulness.

 

 

Humilitas

– Ma va’, non sei niente. Sei solo chiacchiere e distintivo…

– Qui finisce la lezione

– Sei solo chiacchiere e distintivo, chiacchiere e distintivo… Sei solo chiacchiere e distintivo

Ancora non ha capito, la mente. Ancora stamattina, dopo una settimana senza corsa, millantava i 18 o i 20, era sicura, lei, di poter fare come se nulla fosse. Come se il blocco della spalla, e un dolorino alla schiena e all’anca (tutto risultato dei 23K più l’aggiunta della dimostrazione di quanto sono bloccato) non contassero.

humilitas

Invece il corpo, lui lì bello. Il corpo è la legge che è dentro di noi, l’autonomia. Cioè, auto nomia è il darsi una regola da sè. Se la mente è paranoia, iperbole, progetto, futuro, visione, il corpo è la stabilità, la legge, la terra, il già costruito, il presente.

Spero di imparare che per uscire dalla zona di comfort ci vuole più pianificazione di quello che sembra. Probabilmente anche solo correre era uscire dalla zona di comfort, oggi.

Di suo, la corsa è andata bene. Ho visitato un posto che si chiama Villa Zurli, che è subito diventata Zurlì. Villa Zurlì sta di fianco (a circa 1K) a un “campo di gas” (lì mancavano già gli zuccheri, la mia testa spaziava, è lì che ho messo il pilota automatico): strane palle arancio all’interno di sacchetti a retina tenuti fermi nel terreno da un picchetto, tubi con una testa gialla ingrossata e forata come a far sfiatare immense quantità di letame sotterraneo, un impianto di raccolta di montagnole grigio-marroni i reflui di chissà quali intestini. Beh, quando da in mezzo ai campi mi sono trovato in questo strano posto ho avuto timore, l’aria un po’ più grigia, il sole appena accennato rosso arancio dietro una cortina di nuvole e nebbia perlacee. Mi sono buttato verso il punto estremo del campo, per evitare l’operatore meccanizzato che operava sulle montagnole. Al confluire degli alberi che lo delimitavano ho trovato un passaggio, con tanto di ponticello risibile in cemento su un canale limaccioso e di abbondante flusso, grigio verde. Ho visto una strada, aldilà, la libertà e la possibilità di allontanarmi da quel posto che sembrava la tristezza fatta luogo.

Ripresa la strada asfaltata, il cartello Paullo, uno stormo di una ventina di uccelli puntava verso nord – ‘la primavera che torna’,  ho pensato –  e il sole luccicava un po’ più convinto. Forse il Mago Zurlì aveva fatto una magia e il mondo era tornato al suo posto.

Da lì il ritorno è stata una passeggiata, ho costeggiato anche il castello di Mirazzano a voler intendere quella umiltà che il paese porta sul suo vessillo e che devo fare mia. Un’umiltà che è l’altra faccia della capacità di sfidare se stessi; che ci lega alla terra, al presente, al corpo. Un corpo che oggi ha corso 15K in 1h15’20”, Absolute 5’/K.

Corrente carsica

 

Corro, eh?! Il mio silenzio significa solo che i film che mi faccio mentre corro sono andati più in profondità e stanno lambendo zone più difficile da comunicare, in vissuti che si intrecciano continuamente e che si ravvivano quando meno te lo aspetti. Se scrivo oggi è per dirvi che la corsa c’è e la testa c’è. La consapevolezza di un correre che rasenta lo sciamanesimo. Non mi aspetto che voi capiate tutto ciò che scrivo perché sono cose molto personali che non voglio spiegare, ma l’importante è che capiate come la corsa sia profondamente radicata nell’uomo. E non per le diete o i programmi di allenamento su riviste patinate, ma per la sopravvivenza stessa. Non corriamo per vincere ma, per citare un runner martesano, “perché correndo si va avanti”. Si procede nell’esplorazione dei sentieri che ci sono nella testa.

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Nelle ultime tre settimane ho diminuito il chilometraggio del lungo, arrivando a fare “solo” 15K. Per due volte questi 15K sono stati fatti su un percorso collinare. Risalire una china tortuosa e impegnativa e vedere lo Staffora scintillare là in basso è stata una soddisfazione, come pure osservare l’ampio svaso della valle omonima. Osservare il territorio è un po’ diventarne padroni, percorrerlo a piedi è farlo proprio. Tutto ciò mi ha riempito di nuovo l’anima ed è pure rafforzato un proposito che avrei di percorrere l’Anello del Re (40 km) in una sorta di trail in solitaria (ma sono ben accetti altri caballos).

Il raffronto “tecnico” tra ieri e due settimane fa è convincente. Ieri ho camminato solo una volta in salita e in discesa ho dovuto affrontare la scivolosa terra calcarea che creava pericolose pattine di fango sotto le suole. Ma appena avevo un piano o una salita nel bosco, le gambe guizzavano, come pure, di nuovo sull’asfalto, aggredivano la strada senza paura.

Rifare il percorso fatto il 24 aprile è stato rinforzare il legame con la collina e il territorio, sentire le gambe sia pesanti che leggere, radici incredibilmente potenti.
La corsa pervade silenziosamente la mia vita. Magari anche non così tanto silenziosamente.

Ieri sera mi è ricapitato tra le mani un libro sulla linea ferroviaria Voghera-Varzi ed ho pensato: pensa come sarebbe bello organizzare una corsa sul vecchio tracciato ferroviario o nelle strade limitrofe. Sono 32 chilometri di tracciato, quindi non è impossibile farlo. Potrebbero diventare 35 considerando eventuali deviazioni che il tempo ha necessariamente introdotto. Già, perché la linea Voghera-Varzi non è più in funzione da 50 anni. Ciò che rimane è il legame di resistenza tra pianura e montagna, descritto bene in un libro dedicato. Sono pronto a dire che potrebbe essere una gara di richiamo che potrebbe far vivere un certo tipo di turismo in Valle Staffora, dove salite, discese e panorami certo non mancano. Perché la bellezza non ha senso se non è condivisa. Se ve la racconto io, ci potete credere, ma se la correte voi, ci crederete di più.

Lambrlboro Country

“Come when the nutrias are”

Settimana sportiva. Dopo il lunedì 25 aprile con camminata veloce, il giovedì ho partecipato nella mia frazione a una staffetta 3×1100 metri, dove nella mia frazione (e non mi ripeto) ho spuntato un tempo di 4’03”, cioè 3:37/km.

E sabato mattina sono andato a correre, per fare 15K. Invece di farli tutti insieme, però, il mio corpo ricordava ancora la maiuscola prestazione di giovedì sera e mi ha costretto a un 4’50” al chilometro per 10K. I primi chilometri ho tollerato che il corpo cercasse di ricollegarsi alla sensazione di velocità, poi ho deciso che al ponte viola avrei iniziato a girare più lento. E invece, dopo il normale rallentamento sul dosso artificiale del ponte, ho ripreso a correre forte anche nel Parco Forlanini. Ecco dov’è nata l’idea di fermarmi al 10°. Così, ho pensato, non mi sarei spompato. E ho scoperto una nuova cosa: lo stazionamento di ben 5 minuti tra i 10K e il seguito.

Camminando nei dintorni del campo da rugby dell’Idroscalo, ho immagazzinato gli alberi verdi e il cielo blu e concepito i ragionamenti qui sopra. Mentre per quanto riguarda il significato del titolo e del claim, beh, è presto detto: correndo sulla pista ciclopedonale intorno alla pista di Linate mi sono imbattuto in ben due nutrie – una a distanza di cento metri dall’altra – che pigramente prendevano il sole sgranocchiando un qualche tipo di rifiuto/cereale/legume/legno/materiale sconosciuto… Beh, vi giuro che sembravano loro le padrone e mi ha fatto pensare a quegli sgherri (tipo bravi) che da secoli vengono usati per il controllo del territorio dai vari signorotti del posto. In questo caso, il signorotto di Lambrlboro Country. Perché dove c’è nutria c’è acqua e il potente fiume che bagna questa porzione di provincia è il Lambro.

MARLBORO

 

 

 

 

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