The running Franz

Il nero va su tutto.

Torino. Museo Egizio. Prima visita, per me. Museo emozionantissimo. Il saluto del direttore Christian Greco che parla con reverenza di questa straordinaria collezione che è prima di tutto una straordinaria opera di diplomazia compiuta da Bernardino Drovetti, diplomatico italiano in forza alla Francia. Una collezione con i sacri crismi del nazionalismo ottocentesco, quando nazione faceva rima con ‘speranza per tutti’ (e non esclusione degli altri).

L’audioguida è molto interessante, propone anche degli approfondimenti da parte di studiosi, in lingua originale. Mi bevo quelli in francese e in inglese senza battere ciglio, ascolto con attenzione quelli in tedesco e ogni tanto sbircio i sottotitoli.

Entro nell’ennesima stanza (se non ricordo male, la terzultima). Dopo un’ubriacatura di stanze, sarcofagi dai molti colori, statuette funerarie, mummie, false porte, canopi e statue gigantesche nella sala dei re, un lampo nero cattura il mio occhio. La semplicità e la potenza della semplicità. “Grovacca!”, penso subito, “questa sì che è un sarcofago”. La sua superficie liscissima fa il resto, mettendo a suo modo un punto fermo a questa collezione. Tutto bello, per carità, ma il mio cuore è rimasto in quella stanza, in un canopo di fianco a quella nera bellezza. Gemenefherbak mi sorride sornione. Lo fa da un’eternità. E sono sicuro che continuerà. Per forza, anch’io sorriderei con un coperchio così.

(c) foto mia, 24 giugno 2018

p.s. è stato un weekend intenso, cominciato con il Kosovo che vince con la Serbia e poi continuato alle 00:30 della note tra venerdì e sabato con la Milano Linate Night Run, corsa di 9,75 km dentro l’aeroporto di Milano molto suggestive, dove il nero e la penombra imperavano. Buono il rilevamento cronometrico 43’07”.

 

Annunci

Una crepa

“Una crepa” è un racconto, scritto da me durante il corso di scrittura creativa tenuto da Walter Pozzi nel 2015 (Cologno Chapter) e presentato nella sessione finale tenuta con una bellissima cena a casa (bellissima) di Giovanni, con i colori del pomeriggio che stemperano nella dolcezza di una sera estiva e danno la sensazione del calore dei rapporti umani costruiti con cura.

 

Ricordo con piacere i miei compagni di viaggio. Anche se poi li ho abbandonati (oppure sono sceso io dalla nave in uno dei miei accessi di inquietudine).

In questo mondo viviamo tutti a bordo di una nave salpata da un porto che non conosciamo, diretta a un porto che ignoriamo; dobbiamo avere per gli altri una amabilità da viaggio” Non conosco Fernando Pessoa, ma il Libro dell’inquietudine viene citato da Andrea Marcolongo nel suo libro “La misura eroica” che sto leggendo ora. E mi colpisce il fatto che io reclami esclusivamente per me un problema che sembra comune a tutti – “Dove vado?” – e che su questo io costruisca un muro verso gli altri, incapaci di capire le mie pene e i miei fallimenti nel processo. Invece, basterebbe una parola e quel muro verrebbe giù, l’umanità di questo non sapere ci renderebbe fratelli. Nessuno sa la meta finale del proprio viaggio. Ma io penso di essere il solo e non sono amabile nei confronti dei miei compagni di viaggio.

Questo non è un ritorno, perchè il ritorno implica la nostalgia. Questo post è un colpo di tosse, perchè non riesco a stare zitto e fermo nemmeno per un minuto. Forse è una promessa. Quella di lavorare finalmente su quella capacità – di scrivere, di comunicare – che però va forgiata con un lavoro costante e minuzioso, io che costante non sono e minuzioso sono a spanne larghe. Questo è anche un tardive e sentito grazie per tutti coloro che mi sostengono anche se sono così non amabile.

Buona lettura (n.b. il racconto è più o meno 13 pagine di un libro di misura “standard”, I commenti sono i benvenuti).

 

 

Una crepa

«E’ meglio un chiodo in più che un uomo in meno. Soprattutto quando quest’uomo, sono io» (Georges Livanos)

 

Verso mezzanotte si alzò il vento.

‘Giovanni ci ha preso anche stavolta. Non sbaglia mai su queste cose’.

Era stato un pensiero muto, tanto è vero che non era condito dalle male parole che di solito usava quando si esprimeva ad alta voce. Ma era soprattutto un pensiero rivolto a Cico, l’altro che occupava la parete con lui, due metri in diagonale più in basso a destra. Chissà cosa stava pensando, Cico che in quel momento pareva dormire. Essere appesi a mezza via su una parete verticale per passare la notte, mentre iniziava a sbuffare, forse non era il modo ideale per pensare. Eppure ora una soluzione si doveva trovarla.

 

‘Bivacco!’, aveva quasi gridato nel tardo pomeriggio agli altri, ‘Altrimenti io e Cico non arriveremo mai in vetta prima degli altri’.

 

Poteva ancora sentire la sua frase frangersi contro la roccia di Giovanni. Dopo una marcia di avvicinamento alla parete durata sei ore, con Cico dolorante, si erano imbattuti nella guida più esperta della valle. Quasi come se fosse naturale trovarlo lì, come si trova uno stambecco o un monito silenzioso nel volo di un rapace. Alla parola ‘bivacco’ Giovanni aveva cambiato postura, come se si preparasse a una lotta. Aveva risposto paziente, argomentando sui pericoli del tempo che cambia, con i suoi occhi grigio-azzurri immutabili e la barba bianca. Aveva fatto appello alla saggezza che deve contraddistinguere un montanaro. Poi, visto che nulla valeva, dopo dieci minuti di confronto aveva guardato gli altri due con occhi fermi, marcando la distanza che ora era più che reale: Giovanni in una tenda 200 metri più in basso. Loro due appesi alla parete, piantati in mezzo alla roccia da un orgoglio stupido, senza la possibilità di fare alcunché, se non addossarsi alla nuda roccia, cercando di esporre meno superficie possibile al vento.

 

L’accampamento improvvisato era direttamente sulla cengia d’attacco della parete, una striscia di erba e pietrisco. Da quel posto lui e Cico erano partiti alle otto di sera sfruttando fino all’ultimo la luce estiva. Appena il tempo di rifiatare un po’ e massaggiare i polpacci dopo la lunga camminata. Sapevano dove fissarsi per la notte, non dovevano cercare l’appiglio per il bivacco come succedeva per una parete sconosciuta. Sarebbero bastate due ore, tutto era predeterminato. Giovanni non sarebbe ridisceso a valle, non di notte con i lupi in giro, e avrebbe dormito là sotto.

 

Con la luna piena di quella sera, dall’alto la cengia era una striscia argentea con una macchia di sangue, la tenda rossa di Giovanni virata al nero per via della luce. Dove fosse la crepa tra lui e Cico, Claudio non lo sapeva. Ma c’era. Davanti a Giovanni si erano dichiarati uniti. Una parete non era poi così terribile e tante altre volte avevano passato la notte in bivacco. Era pure bello, una cosa nobilitante che pochi potevano fare: un modo per andare in fuga dal mondo pieno di rammolliti. Ma gli eventi atmosferici cambiano tutto e riaprono partite che si consideravano chiuse. E così sapeva che Cico ora stava ruminando una rabbia sorda nei suoi confronti. In fondo l’orgoglio ce l’aveva messo lui, sempre a caccia di conferme del proprio valore. Cico era un appassionato di montagna, ma non poteva andare più in là per mancanza di tempo. Davanti a una parete scura si sarebbe fermato. Era già bravo a tornare in valle per una decina di escursioni all’anno. La sua vita ormai era nella città in mezzo alla grande pianura, dove aveva intrapreso una carriera da manager.

 

Giovanni diceva che voler cercare di recuperare il tempo perduto sugli altri gruppi era un’azione da ragazzini. Ma Claudio aveva sfruttato il senso di colpa di Cico, che era l’origine del loro ritardo di mezza giornata, per convincerlo. La montagna sembrava essere l’unico luogo dove Cico si trovasse a disagio, perché non era lui a gestire le cose e soffriva in posizione di subalternità. La mattina dopo avrebbero potuto riprendere alle quattro, aveva detto Claudio, con il favore della luce. Bastava riconoscere gli affossamenti, gli appigli e tutte le ombre benevole della roccia che ti facevano salire in alto, in barba alla forza di gravità. In un’ora sarebbero giunti a riprendere il cammino e sapevano di essere forti, a correre sui sentieri. Alle cinque di mattina, gli altri non sarebbero partiti da troppo tempo. Un’ora al massimo, e un’ora si recuperava in fretta. Erano capre di montagna, e l’avrebbero fatta vedere agli altri. Avrebbero vinto il primo premio in quella gara che ogni anno attirava un centinaio di persone.

 

Ma Giovanni poi aveva detto che verso mezzanotte si sarebbe alzato il vento. Nella mente di Claudio ogni singola frase del confronto con Giovanni risaliva su per le pareti dell’esofago. Esposti com’erano al vento, le quattro del mattino erano un traguardo distante, un cimelio non raggiungibile. A maggior ragione se fosse diventato un gioco psicologico a distanza e poi fisico: bilanciamento del peso, prese sulla roccia, tutto più difficile ora.

 

Claudio guardava in basso. Non accettare la sconfitta per orgoglio, anche quando è così palese e si erge davanti a noi come una montagna. Appeso alle funi, comprendeva bene che l’eroismo era solo per i disperati e che per aver sfidato così la sorte per un capriccio, avrebbe meritato di volare giù. Lo strapiombo già lo chiamava da sotto, nel buio irreale di una notte di giugno inoltrato, con le luci dei paesi giù in valle che sembravano un presepe statico e morto.

 

Sapeva che Giovanni il mattino dopo sarebbe sceso a valle a denunciarlo. Avrebbero ritirato il patentino di guida alpina anche a lui che denunciava, per via dell’abbandono di alpinisti. Quell’estate non avrebbe potuto lavorare come guida, ma Giovanni era capace di questo: se c’era di mezzo la sua esperienza di montagna, non doveva essere scalfita da alcun dubbio. Ed era giusto punire Claudio, che si era dimostrato sventato, anche a costo di rimetterci qualcosa. Giovanni si sarebbe ritirato alla malga in quota a produrre il formaggio per tutta l’estate, piuttosto. Nella valle, era uno tra i più anziani. Lo chiamavano “vècio”, una grande onorificenza. La montagna era un posto abbastanza ostile dove i più anziani erano ancora i più ascoltati.

 

Una smania di muoversi prese Claudio. Come un fastidio o un formicolio alle gambe che lì, infagottato e orizzontale com’era, servivano solo a farlo apparire un lungo verme grigio-verde. ‘Sta fermo!’, gridò Cico, ‘Devi stare fermo, cribbio!’

La voce di Cico, innaturalmente ferma nel fruscio del vento, l’aveva colpito. Nonostante la vita fosse affidata a picchetti d’acciaio e funi di nylon intrecciato, sembrava avere ritrovato il piglio decisionista che l’aveva abbandonato prima della salita.

‘Ascolta, Claudio, appena fa luce sarà più prudente scendere e lasciar perdere questa stronzata…’

‘E’ più corta a salire, la metà del tempo…’

La crepa si stava manifestando, e Claudio sapeva che doveva convincere Cico in fretta. Le loro voci rimbalzavano sulla parete con un’eco strana e venivano disperse in folate verso l’alto. Giovanni non sentiva, ma tanto sapeva già cosa sarebbe successo.

‘Ma è più rischiosa, e non credo che abbiamo le energie.’

‘Ma io le ho!’

‘Ti devo ricordare che siamo in due! E io non le ho, le energie. Quindi ‘noi’ non le abbiamo.’

Cico si mostrava fermo sulla sua posizione e continuò.

‘Ho fatto una cazzata a darti retta, l’ho capito troppo tardi. Dio, spero solo che non succeda nulla’.

 

Cico aveva grossomodo trent’anni, la stessa età di Claudio, ed era originario della valle come lui. Fino a che furono alle medie avevano vissuto in simbiosi, frequentando gli stessi amici e gli stessi posti. Poi Cico aveva scelto di frequentare il liceo nel capoluogo, lasciando Claudio all’istituto professionale a metà strada, e dopo quello l’università dove si era laureato in fretta. Aveva testa, quel ragazzo. Era destinato a cose grandi, come aveva detto la madre di Claudio. Lei non si rendeva conto che ogni volta che agitava l’altrui futuro radioso, si formava un cono d’ombra dove viveva suo figlio.

 

Quel ragazzo era rimasto legato alla valle, come spesso capita ai fortunati che riescono nel mondo: rimangono radicati. Oppure succedeva il contrario e avere salde radici l’aveva aiutato a fiorire così bene? Tornava spesso in valle. Ogni volta che poteva. Diceva che ogni volta ritrovava se stesso. E quando era via, parlava della valle agli altri, la promuoveva in ogni momento. Era il suo modo di ringraziare. Negli ultimi anni, arrivati i primi guadagni, aveva iniziato a contribuire economicamente alle iniziative locali. Claudio pensava che a Cico sarebbe stata dedicata una sezione del museo o della biblioteca, a imperitura memoria. E pensava anche che non fosse giusto, nei confronti di tutti coloro che nella valle si sacrificavano quotidianamente. All’incirca all’inizio dell’università di Cico erano iniziati i primi silenzi imbarazzati davanti alle birre. Un tetto da sistemare, una stalla da rimettere a nuovo, lavoretti di idraulico ed elettricista, le guide da marzo a ottobre. Le giornate di Claudio erano così, il suo mondo corrispondeva alle sue radici. Difficile che la differenza tra lui e Cico non pesasse. A Cico piaceva parlare, convincere, gestire le situazioni. Con il passare degli anni si faceva sempre più rada la loro frequentazione, il loro rapporto sempre più freddo. Fidanzate, mogli, figli, diventavano parti estranee, scomode, d’intralcio. Pretesti per mollare la presa.

 

Una lunga pausa di silenzio era scesa in parete, durante la quale Claudio sentì il fastidio degli occhi grigio-azzurri del vècio che Cico cercava di gettargli addosso. Ci mancava solo il convitato di pietra, perdio! Cico non era capace di imporsi sulle sfide della montagna, si poggiava sempre sul giudizio degli altri: cercava quello più autorevole e non era capace di mediazione tra l’esperienza altrui e la propria volontà. Cercava sempre un appoggio forte, per andare alla conquista dell’ennesimo pezzo di ragione. D’altronde era vero che il potere delle parole e sulle parole presupponeva sempre altre forme di potere, alleati, manovre. Quello che ora dava più fastidio a Claudio era che doveva collaborare con uno che alla fine, anche solo per un momento, s’era dimostrato debole. Perché la vita era fatta di momenti cruciali ed in quelli un uomo veniva misurato. Claudio doveva contare solo sulle proprie forze, perché di Cico non poteva più fidarsi. L’aveva capito anche ora e ciò gli aveva ricordato quanto era successo poco tempo prima.

 

L’anno precedente, Claudio aveva perso il lavoro. Una sera di settembre inoltrato, dopo averci pensato vari giorni si era deciso a chiedere i soldi all’amico.

‘Cico, ho bisogno del tuo aiuto… ho perso il lavoro…’

‘Cosa vuoi che faccia?’

‘Ho in ballo certe spese e ho bisogno di soldi.’

‘Ascolta, non è un periodo buono per me, sul fronte soldi…’

‘Ma non mi serve una cifra alta.’

‘…sono proprio a zero: Quest’estate la chiesa di S.Antonio, ricordi? Il cotto lombardo per rifare il pavimento, 150 Euro a metro quadro… un disastro…’

‘Eh, ma, non avrai mica pagato tutto tu? Insomma, avrete fatto una cordata, cose così…’

‘Beh, no, sai… Il parroco mi ha chiesto un aiuto come favore personale, ho dovuto brigare per racimolare soldi in giro. Soldi che devo restituire. Per questo non ne ho più.’

 

Il discorso sui soldi era rotolato come pietre, le frasi di circostanza che venivano giù in gravità, mentre la vergogna saliva, per aver fatto la richiesta alla persona sbagliata. Era un terremoto, per il mondo semplice di Claudio, fatto di scadenze, rate, bisbocce con i valligiani e compleanni dei figli. Era la prima volta che vedeva un suo conoscente costruire delle relazioni complesse per ottenere qualcosa che andasse aldilà della routine quotidiana, fosse fama o magari il potere. Relazioni che avrebbe definito pericolose, per il rischio di compromissione che portavano con loro. Cico era alla ricerca di agganci in valle, quindi. La sua voglia di aiutare – i soldi dati gli anni passati alle associazioni turistiche – ora prendevano tutto un altro valore dopo questa ammissione non richiesta. Claudio aveva aperto il suo cuore, esponendo un suo problema privato in nome della vecchia amicizia, aveva sentito il terreno fra loro creparsi. Cosa stava facendo in valle, il suo vecchio amico? Stava approntando una maschera da personaggio pubblico, uno che provvedeva ai bisogni della comunità mettendoci del proprio. Solo che i bisogni non erano certo quelli dei poveri. Somigliavano piuttosto a un ‘do ut des’ per giungere ad affari più grandi.

 

Una folata di vento rimbalzò sulla parete e infilandosi tra questa e il sacco a pelo, lo spinse verso l’esterno. Le leggi della natura era molto precise sui flussi di aria incanalati e sulle vele al vento. Claudio vide nel buio i centimetri di fune appena visibile staccarsi dalla parete di mezzo metro per poi essere richiamata indietro. Il friend teneva. Non aveva mai sbagliato un ancoraggio. Ancora una volta, era rinfrancato dalla sua perizia nella preparazione dell’uscita. Come quando da piccolo si allacciava forte gli scarponi ed era già segno che non gli sarebbe successo nulla. All’improvviso gli venne un’idea. Il vento era un’indicazione, era lì non per farli muovere a suo piacimento, ma perché si muovessero. Aspettare e resistere quattro ore sarebbe stato stancante. Avrebbero usato le torce dei caschi. L’indomani non sarebbero servite, l’indomani sarebbe cambiato tutto. La gara che aveva scatenato il suo stupido orgoglio non aveva più senso.

 

‘Cico, senti…’

‘Oh! Cosa c’è?’

‘Ce la possiamo fare, se ci muoviamo ora.’

‘Ma te sei matto! Siamo troppo stanchi.’

‘No, senti… se stiamo qui fino a domani ad aspettare la luce, allora sì che saremo nei guai… stanchi da morire…’

‘Non si vede una mazza, perdio!’

‘Usiamo le torce da casco…’

‘Non riesco bene nelle prese, ho gli avambracci indolenziti… ‘

‘Usa di più le gambe, allora. Vai in opposizione il più possibile. Fai riposare gli avambracci usando una tecnica diversa.’

‘La vedo male…’

‘Fra quattro ore la vedrai anche peggio, scendere e salire saranno entrambe cose impraticabili…’

 

Da sotto si sentì gridare. O almeno così era parso. Quello che era sicuro era che sulla cengia c’era una luce che si accendeva a intermittenza. Doveva essere un S.O.S. Giovanni con la torcia non si sarebbe schiodato dal suo sonno per comunicare alcunché d’altro a Claudio. Il vento portava tutto verso l’alto e lontano da loro e così non permetteva loro di capire cosa volesse il vècio. L’effetto ottico era quello della luce intermittente delle stelle, poi tutto si oscurò di botto. La luna si era appena affacciata oltre la parete per dare al torrente parvenza di carta stagnola. Era sorta tardi e venne spenta in un secondo. Lo sbuffo di nuvole sospinte recava nel contorno l’ultimo segno dell’infarto lunare. Poi più nulla. Le nuvole viaggiavano veloci e ci manca solo che piovesse. Giovanni aveva spento la torcia.

 

Si sentì rumore di ferraglia, a giudicare dal rumore arrivava da una cinquantina di metri sopra. Un urlò si sovrappose e passò di fianco a loro, per fermarsi poco dopo con un agghiacciante suono di corda tesa, un gemito che spezzava il fiato al malcapitato. Chiunque fosse, cazzo ci faceva da solo in parete? Sembrava fosse da solo, visto che non si udivano voci né rumori da sopra.

 

‘Oh! Ci sei?’, arrischiò Claudio, ancora spaventato.

Un ‘Aiuto…’ asfittico fu tutto quello che gli venne in risposta, la voce flebile di qualche costola incrinata e del grande spavento. Mentre si accingevano a muoversi, ci fu un tintinnio metallico che si perse giù verso la cengia. La fune del tizio stava per staccarsi anche dall’attacco superiore, Claudio avrebbe giurato che quello che era passato era un chiodo di appiglio. Doveva essere assicurato con qualche altro appiglio, dovevano muoversi per legarlo alla loro cordata. La battaglia di posizione sullo scendere o salire era rimandata.

 

A un tratto, si sentì l’urlo del cielo abbattersi su di loro e il primo scroscio di un temporale estivo. Una scarica di sassi scese dall’alto, appena a trenta centimetri di distanza da Cico, che lanciò una bestemmia verso il cielo nero. Claudio alzò lo sguardo verso l’alto. Quello che vide, lo ammutolì. C’era una ombra scura e solida proprio sopra di loro, come un pavimento di catrame steso sulla parete. Dava l’impressione di scendere con un alito fetido, una specie di nebbia fluorescente che si disperdeva dentro la massa. Pareva che le funi delle loro vite fossero tenute da un burattinaio nascosto là dentro. Una di quelle funi richiamò la sua attenzione. Era lasca, Cico si muoveva strisciando verso di lui.

 

‘Senti, Claudio, non siamo obbligati a salvarlo. Siamo in pericolo’

‘Ma che cazzo stai dicendo? Ma sei fuori…’

‘Con il tempo di merda che c’è…’

‘Senti, stronzo, non ci provare. Stai dicendo un mucchio di cazzate…’

‘Ma questo da dove salta fuori? Andare in parete da solo, come cazzo sta?’

‘Non importa cosa abbia fatto, ora è un essere umano in pericolo’

‘Nessuno sa dove fosse. Soprattutto dove fossimo io e te. Potevamo essere lontanissimi da qui’

‘Dimentichi Giovanni, forse? Lui sa che siamo qui’

‘Non vede nulla nemmeno lui. Le vedi le nuvole sono tutto intorno!’

 

Claudio non sentiva più la pioggia che continuava a frustarli. Per un po’ non ci fu altro che rimanere appesi con l’acqua che scorreva.

 

‘Sei un bastardo approfittatore, un po’ l’avevo capito già l’anno scorso’

Si sentiva dentro una furia montante al cospetto della quale il temporale era niente. Era una furia covata mesi, ma Cico insisteva.

‘Cazzo c’entra l’anno scorso? Ti ho detto la verità, cosa vuoi di più?’

‘Mi hai reso libero di pensare, tutto questo inverno. Ecco cosa. A cosa stessi combinando qua in valle.’

Cico riattaccò con foga, per lui era una lotta per la sopravvivenza.

‘Ma non capisci? Si tratta di lui o di noi’

‘Non c’è nessun ‘noi’, tu hai fatto sempre i tuoi calcoli per la maggior convenienza. Ti avevo quasi inquadrato, ma stanotte l’hai detta davvero grossa ‘

‘Tutti fanno così…’

‘Taci, stronzo. Non avrei mai immaginato che potessi essere così malvagio. Domani vedrai, a chi daranno ragione’

 

Una ventina di minuti dopo, la furia delle intemperie si afflosciò. Il tutto era durato una mezzora e potevano ritenersi fortunati. Claudio riannodò i capi di tutta la faccenda. Mentre spioveva, aveva recuperato la fune del terzo uomo. La collegò alla loro, piazzò un chiodo in modo da offrire resistenza ai movimenti bruschi. Cico stava a guardare, non poteva fare granché d’altro, non avendo esperienza nelle situazioni d’emergenza in montagna. Claudio preparava una barella. Una sana voglia di fare aveva preso il posto della voglia di vendetta. Mentre era infuriato, aveva pensato di far volare giù Cico, in fondo se lo sarebbe meritato per le stronzate che aveva detto. Ma poi aveva pensato a Giovanni, era contento che lui fosse lì sotto con il suo metro di giudizio. Nonostante poche ore prima l’avesse infastidito con la sua presenza, si rendeva conto di quanto fosse saggio. Bastava sapere aspettare e la giustizia del mondo faceva il suo corso. E quella non bisognava sfidarla.

 

La luna riapparve quando erano in basso a poche decine di metri dalla cengia. In quel preciso momento Claudio si voltò in basso e incrociò lo sguardo di Giovanni, a non più di tre metri da loro. Si era arrampicato in modo da dare una mano al trasporto dell’infortunato. L’ombra di un sorriso beffardo, a metà tra rimprovero e approvazione, apparve sul volto del vècio. La giovane guida aveva stoffa. Una volta a terra, medicarono il malcapitato e aspettarono le prime luci dell’alba per tornare in valle. Avrebbero avuto i giorni seguenti per chiarire cosa fosse successo in parete quella notte, ora ci si doveva dedicare a chi aveva veramente bisogno. Una cosa era sicura: Claudio avrebbe ricordato la crepa tra lui e Cico per dividere ciò che era stata la vita prima e dopo quella notte, una pietra miliare della sua vita. Non si potevano unire mondi così diversi tra loro, come quello della città e quello della montagna. Le logiche che le regolavano erano troppo diverse: la prima divideva gli uomini in lotta tra loro, la seconda univa gli uomini in lotta con gli elementi avversi della natura. La crepa era lì per marcare la distanza che li separava.

_____

Parts Unknown

«E’ con immensa tristezza che confermiamo la morte di un grande avventuriero e di un grande amico». (Eric Ripert, parlando di Anthony Bourdain)

 

Parti sconosciute.

 

Questo post segna la mia sparizione dalla scena almeno per un po’.
Infatti, proprio come non conoscevo Anthony Bourdain (che presumibilmente si è ucciso), mi viene da pensare: non conosco così bene me stesso. Non così bene da scrivere tutti i giorni qualcosa di originale. Forse nemmeno lui conosceva così bene se stesso.

 

 

Sarà meglio conoscermi un po’ meglio. Capire cosa voglio scrivere, dopo aver dimostrato di poter scrivere tutti i giorni per un paio di mesi. Ora devo dimostrare che posso somigliare a me stesso.

La mia parte l’ho fatta, ora mi toccano le parti sconosciute.

 

All this is disappearing, all this could be gone, it’s vanishing before our eyes” (Anthony Bourdain, last episode of Parts Unknown, Jun, 3 2018)

Il congiunto

Vorrei qui ricollegarmi al ringraziamento per il Presidente Mattarella perchè una delle cose che più mi ha addolorato nei giorni scorsi è stato quando c’è stato un attacco alla memoria di un suo congiunto sui social adesso non ricordo esattamente”  (Giuseppe Conte)

 

Non so se questo da parte di Giuseppe Conte sia stato un modo furbo per dire che in fondo al governo attuale non frega nulla del passato (facendo per giunta passare questo modo furbo per un ringraziamento); oppure se piuttosto sia pura incapacità comunicativa.

In qualsiasi modo la si prenda, è una grave mancanza da parte del primo ministro italiano. Se si vuol citare un fatto grave e cogliere l’occasione per chi quel fatto l’ha subito, almeno ci si dovrebbe documentare, citare nome, grado di parentela e denunciare la gravità del fatto.

Piersanti!

Non si dovrebbe dire “adesso non ricordo esattamente”, perchè la cosa più grave – tra le molteplici cose dette nei giorni caldi della trattativa –  è stata: “DOVREMMO FARGLI FARE LA FINE DEL PEZZO DI MERDA DEL FRATELLO”.

Questa altro non è che una minaccia mafiosa a cui non si risponde con un generico e omertoso, con un ‘adesso non ricordo esattamente’, ma con una ferma contrapposizione al metodo di minaccia tipico di una associazione a delinquere.

Da questi dettagli – nei dettagli si nasconde il diavolo – si vede come sia forte il disprezzo (come minimo) di questo nuovo governo verso le istituzioni, se non lo si vuol vedere come un piano atto a destabilizzarle, con parole e opere populiste che parlano alla pancia del paese.

 

“Signor Presidente del Consiglio si chiamava Piersanti, si chiamava! Piersanti!“, ha poi detto Graziano Delrio. Piersanti! Un nome è importante, tramite il nome si ricordano le cose che a quell nome sono legate. “Un congiunto” diventa un modo per diluire l’offesa subita (dal corpo dello Stato oltre che dall’attuale Presidente della Repubblica), per farla diventare una cosa vaga e imprecisata.

 

Oppure – sto cercando di  forse è uno stile, quello di Giuseppe Conte, incentrato sul non voler lasciare parole cui possa inciampare nel suo incerto incedere dei primi giorni di governo, come un Pinocchio tra il Gatto e la Volpe. “Piersanti”, cioè l’indicare chiaramente chi ha subito il torto, rischierebbe di trasformare questo burattino nelle mani di altri in un uomo abbandonato a se stesso.

Liliana Segre – Senato, 5/6/2018

L’intervento di Liliana Segre (Gruppo Misto) al Senato per la fiducia al Governo Conte  

“Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi senatori, prendendo la parola per la prima volta in quest’aula non possa fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali, razziste, del 1938 facendo una scelta sorprendente: nominando quale senatrice a vita una vecchia signora, una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia che porta sul braccio il numero di Auschwitz.
Porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito non solo di ricordare, ma anche di dare, in qualche modo, la parola a coloro che ottant’anni orsono non la ebbero; a quelle migliaia di italiani, 40.000 circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società, quella persecuzione che preparò la shoah italiana del 1943-1945, che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano.
Soprattutto, si dovrebbe dare idealmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento. Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri.
In quei campi di sterminio altre minoranze, oltre agli ebrei, vennero annientate. Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti, che inizialmente suscitarono la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le famiglie erano lasciate unite; ma presto all’invidia seguì l’orrore, perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche vuote regnava un silenzio spettrale.

Porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito non solo di ricordare, ma anche di dare, in qualche modo, la parola a coloro che ottant’anni orsono non la ebbero

Per questo accolgo con grande convinzione l’appello che mi ha rivolto oggi su «la Repubblica» il professor Melloni. Mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere, mi opporrò con tutte le energie che mi restano. Mi accingo a svolgere il mandato di senatrice ben conscia della mia totale inesperienza politica e confidando molto nella pazienza che tutti loro vorranno usare nei confronti di un’anziana nonna, come sono io. Tenterò di dare un modesto contributo all’attività parlamentare traendo ispirazione da ciò che ho imparato. Ho conosciuto la condizione di clandestina e di richiedente asilo; ho conosciuto il carcere; ho conosciuto il lavoro operaio, essendo stata manodopera schiava minorile in una fabbrica satellite del campo di sterminio. Non avendo mai avuto appartenenze di partito, svolgerò la mia attività di senatrice senza legami di schieramento politico e rispondendo solo alla mia coscienza.
Una sola obbedienza mi guiderà: la fedeltà ai vitali principi ed ai programmi avanzatissimi – ancora in larga parte inattuati – dettati dalla Costituzione repubblicana. Con questo spirito, ritengo che la scelta più coerente con le motivazioni della mia nomina a senatrice a vita sia quella di optare oggi per un voto di astensione sulla fiducia al Governo.

Valuterò volta per volta le proposte e le scelte del Governo, senza alcun pregiudizio, e mi schiererò pensando all’interesse del popolo italiano e tenendo fede ai valori che mi hanno guidata in tutta la vita.

Liliana Segre, senatrice a vita

 

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑