Tennent’s

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Devo entrare per accorgermene. Dopo mesi di frequentazione della zona, per ragioni logistiche di accompagnamento, entro in quel bar che da fuori non ha nulla di speciale. Entro con un mio amico, una cosa veloce prima di riprendere le ragazze in piscina. Entrare in un bar per me è evento raro. Non succede più molto spesso, almeno da quando eravamo giovani che si andava a passarci le serate, nei bar. Poi da meno giovani, i ristoranti e poi con i figli tutti a casa. La trafila la conoscete bene. Passata è la stagione.

 

Abbiamo avuto una riunione con la dirigenza che ci ha asciugati. Interessante nei contenuti, piena di spunti, ma lunga. Dopo tre ore i nostri gargarozzi in fiamme chiedono un balsamo. Anche se non abbiamo parlato. Entriamo nel bar, gestito da cinesi. Sembra una banalità dirlo ora, ma mica tutti i cinesi sono uguali e me ne accorgo quando chiedo una media alla spina e il barista mi fa: “Chiara o Tennent’s?”.

Voglio piangere. Tutte le volte che sono andato fino al centro commerciale a farmi un hamburger con una media di dubbia provenienza, mentre a pochi metri c’era la Tennent’s alla spina. Ed ora la stagione sta sgocciolando via, la condensa sul bicchiere un pallido ricordo. Il barista dà una passata di straccio al bancone. Noi si finisce la birra, si saluta e si va.

Ps. per la cronaca: la birra chiara è una Warsteiner, mentre come ‘terza via’ hanno una Menabrea 7.5°. Birre comunque valide. Ma se io torno lì, è per la Tennent’s.

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Il colore azzurro

Un libro riuscito, una narrazione che va in buca al primo colpo, la vedi dalla trama della narrazione, dai rimandi che certi fili intrecciati si passano lungo tutto il vestito.

“Il club dei bugiardi” di Mary Marlene Karr è così. Ho sempre l’impressione che la storia dopo incredibili traiettorie porti le palle in buca. Non ho potuto trattenere un fischio di ammirazione per quando è successo, spesso in tutto il libro, perchè Mary Karr mi ha condotto per mano in una storia imprevedibile e a tratti angosciosa. Il suo altalenare tra una vita di patimenti e una speranza (a volte cieca) crea un movimento che ha elevato la mia conoscenza del mondo.

Volevo soffermarmi a pagina 450 dell’edizione BUR Scrittori Contemporanei Original. Siamo verso la fine del memoir. Poche pagine prima la scena si è spostata dal 1961 (dove in due corposi atti, Texas e Colorado, vengono raccontate le vicissitudini vissute da ragazzina di 7/8 anni) al 1980. Una ragazza ormai grande torna a casa dal padre e dalla madre. Insieme al padre va all’Associazione, il posto dove si riuniva in passato il Club dei Bugiardi. Sta godendo del fatto di aver fatto duemila chilometri per essere lì in quel momento. Al biliardo a tirare colpi con la stecca. Sentite cosa dice.

Feci buca al primo colpo. Poi mi produssi nel tiro di sponda più improbabile della storia che, dopo un’incredibile traiettoria a V, mandò altre due palle in buca. Papà fece un fischio di ammirazione. Fuori dalla finestra il cielo si era fatto dello stesso azzurro del gesso in cui stavo immergendo la punta della stecca, una sfumatura insieme compatta e luminosa, come il turchese puro che nei dipinti rinacimentali si usava per la veste della Madonna. Nella mente vidi scorrere istantanee del corso di storia dell’arte. Per un istante prestai fede a quel colore, come se avesse un significato che rendeva la mia mente più esuberante.

All’improvviso mi ritrovo proiettato in excelsis. Partendo dal gesso azzurro che diventa materia prima e pura, quasi che il mantello della Madonna potesse essere stato dipinto con quello stesso gesso che si usa al biliardo. La mia mente, senza che la Karr abbia detto una parola, si trova a pensare a quante volte nella vita trovi la meraviglia nei posti più impensabili . L’ho detta laicamente qui, perchè non stiamo parlando di madonne qui. Un po’ la stessa meraviglia di quando vedi per strada certe pale d’altare tracciate con i gessetti da artisti senza nome, del cui atto ti dimenticherai quando entrerai nel prossimo bar, al ristorante o dovunque tu sia diretto. Un colpo di spugna a rendere la lavagna di nuovo lucida e nera.

Per rendere credibile l’apparizione della Madonna, l’autrice aggiunge che quei mantelli li aveva visti per via dei suoi studi. Ma lo dice dopo. Intanto l’impressione di avere avuto un’epifania è fortissima in me. L’immagine si è impressa fortemente nella mente, che ora ha un’immensa parete circolare azzurra (la parte interna del mio cranio). Poi dopo la precisazione sul cursus studiorum, butta un altro carico. “Prestai fede a quel colore”. Prestar fede, ed anche lì Mary Karr gioca con l’esperienza di elevazione ma sta anche nel momento presente, concentrandosi sulla punta della stecca che ora porta quel colore come lasciapassare divino per il prossimo colpo.

Quando intendo che leggere i libri è bello, intendo questi momenti di pura gioia, in cui faccio fatica a raccogliere le parole per esprimere cosa sta succedendo nella mia testa.

L’invenzione della ruota

 

Ho comprato quattro ruote dal Re Merlino. Le ho comprate così, perchè mi ha preso la voglia di usare una tavola da compensato che ho in garage per farne un carrellino. Un carrellino che poi non saprò dove mettere (e come usare). Solo che ho questa tavola di 1 metro per 1 e mezzo circa. Dovrò poi inventarmi un gancio sulla parete per appenderlo. Insomma, il perfetto cliente dei magazzini DIY.

 

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Vado alla cassa, e mi accorgo del nome della ditta che ha prodotto quelle ruote. Mi ricordo che da piccolo c’era una squadra di ciclismo sponsorizzata così, con quel nome un po’ geologico, che mi faceva venire in mente un terremoto. Come mi faceva sognare, sempre. Googlo un po’ e scopro al massimo che c’erano traguardi volanti con quel nome. Traguardi volanti Tellure Rota (senza l’accento circonflesso…). In pratica mi ero fatto tutto un film.

Rimango un po’ così. Poi ci ripenso, e capisco che è stata la mia mente a creare tutto ciò. Torno contento: ognuno in fondo è perso dentro un mondo interiore dove riesce a compensare le delusioni della vita. Tellure Rôta. Una azienda italiana che progetta e produce ruote e supporti per uso industriale, civile e domestico.

 

E’ un partner qualificato per oltre 2.000 clienti distribuiti in 70 paesi, grazie a una propensione all’innovazione sviluppata in oltre 60 anni di esperienza nello sviluppo del prodotto. Capito sul loro sito, e vedo un video in cui si dipana una storia molto chiara, che appartiene all’uomo. Rimango abbagliato dalla tecnologia dietro la ruota, Cerco di catturare il video in un’immagine sola (che ho pubblicato qui sopra)

 

Come mi piace l’ambito manifatturiero, le aziende che producono qualcosa, la materia che viene plasmata e prende forma. Il processo distributivo che alla fine mi porta a casa quattro ruote belle stabili che, ovviamente, userò sproporzionatamente ma che per un attimo mi hanno fatto vedere una prospettiva nuova, un comparto industriale composto da persone che… sanno come fare la ruota! Insomma, persone il cui lavoro è nato millenni fa, all’invenzione della ruota.

Insomma, in questa ditta ci lavorerei volentieri. Peccato che sta fuori Modena (Modena Park) ed è un po’ fuori zona…

 

Iponatremia

Sulla strategia di pubblicazione sul blog.

Mi ricordo di quando pensavo: ‘pubblico un post a settimana così non ho problemi di dilapidare tutti i contenuti‘. Mi dicevo ‘questo è prezioso, vorrei pubblicarlo in un momento più consono‘ (ma quale?). ‘Quell’altro lo lascio lì e ci penso ancora un po’‘. Poi a volte dicevo: ‘adesso inserisco un bell’intervallo di 10 giorni così mi do un tono‘.

Macchè. (in inglese, avrei scritto ‘Bullshit!’).

Che tenerezza di approccio! Che miopia! L’unico modo per farti sentire è scrivere regolarmente.

I contenuti sono vampiri, ti succhiano l’anima.

Se inizi a scrivere regolarmente, quelli continuano a chiederne ancora e poi ancora.
Finchè poi non ti ritrovi a corto di sodio narrativo, una situazione che in fisiologia si chiama iponatremia e che in narrativa non esiste.

Non puoi mai arrivare all’arresto delle funzioni narrative, perchè più tiri fuori contenuti più lasci spazio ad altri contenuti, elabori concetti nuovi. E il sodio narrativo entra da altri orifizi e ritorna ai livelli normali.

in inglese, avrei scritto ‘Bullshit!’

 

mansarda verde copyright

 

Cambiamo punto di vista: se continui ad avere in testa la stessa persona che ti ha deluso/mollato/fatto incazzare, come fai a cambiare? Esci, vedi gente, fai sparire quella persona dalla testa.

Lo stesso con i contenuti che stanno lì da tempo: scrivine, fanne uscire lo scheletro dall’armadio.

Potrai finalmente guardare altrove.

 

Potresti scoprire che ne vale la pena e che sei apprezzato. (Hai paura di essere apprezzato?)

Scrivere regolarmente è simile a un processo di disintossicazione dalle cose che dentro fanno male, dai pensieri che a stagnare diventano ombre minacciose. Se li lasci lì, ti costringeranno a non muoverti più, chiuso nella tua caverna mentale.

Scrivere regolarmente, allora, somiglia ancor di più a uno sgombero solai. Dai una bella pulita al solaio, poi colora il pavimento con vernice epossidica colorata, costruisci nuove identità e nuovi spazi.

Insomma, apri le finestre. Vedrai che qualcosa è già in cerca di te.

The commitment

Nell’ambiente del podismo si parla molto di impegno, di commitment, per raggiungere i grandi risultati. Mi viene subito in mente Yuki Kawauchi, vincitore della maratona di Boston 2018, settimana scorsa. Assurto subito a eroe degli atleti disagiati, quelli che sentono un’urgenza di correre e non sanno spiegarsela. Un uomo, Yuki, che ha superato tanti altri che si erano preparati, che erano in forma, che erano favoriti (Galen Rupp, a handful of kenians, …), il cui lavoro è quello di correre, dormire, fare cross training, mangiare giusto. Ma non hanno saputo correre fino in fondo a quella gara (sfortunata dal punto di vista del meteo):  ci voleva qualcuno capace di rimanere sul pezzo fino all’ultimo. Un giapponese, lui sì.

Di primo acchito, la notizia è arrivata così: Yuki Kawauchi, carneade podistico, nonostante il fatto di non avere sponsor, lavorando tutto il giorno e preparandosi con levatacce la mattina alle quattro, è riuscito a fare il miracolo.

Non è proprio tutto così, Yuki corre e stracorre maratone, E le vince spesso.
Ma al popolo che corre (e ai brand che vendono) serve un personaggio così.

Comunque, tutto ciò non era per sminuire il personaggio. Anzi. Io lo vedo tuttora così: personaggio mitico, eroe del silenzio. Nel senso che li ha lasciati tutti muti. A me ha fatto piacere che ci fosse che vincesse un “outsider”. Un podista non atteso. Perchè ogni tanto la favola possa avverarsi. Tu ti impegni e – a divinità piacendo – ottieni qualche risultato.

Ma il tema del titolo è the commitment. L’impegno. E il mio è: leggere la saga di Percy Jackson. Lo sto facendo nel modo giusto. Per le ragioni giuste. Anche se avevo pensato di lasciar perdere, perchè oltretutto davanti a me, dopo il primo che sto leggendo,  ci sono altri quattro libri, dopo il primo (senza contare poi la seconda serie, e quella dopo).

Mollare, dunque. Invece.

Robert Graves – image from the famous people (dot) com

Mia figlia è una vera appassionata di PJ e io sto condividendo con lei questa sua passione.

Un bel ripasso di mitologia greca non fa mai male. In più, letto in lingua originale (inglese, dico, quella della saga!). Credo che Salvatore Rizzo inorridirebbe a sentirmi dire questa cosa.

Chi è Salvatore Rizzo? Un professore. Anzi, il MIO professore di latino e Greco. Mi dava un sacco di pacche sulle spalle se dicevo qualche castroneria. Tanto, diceva lui, ero un contadinone bergamasco e quindi una pacca non mi poteva fare male.

Ricordo quando mi diceva di avvicinarmi alla cattedra. Avevo la certezza di aver detto qualche boiata.

E poi è il professore che mi ha regalato l’emozione più grande della mia carriera da liceale (amori curriculari esclusi). Un ricordo che con molta probabilità porterò nella tomba.

Anche se studiare i miti greci leggendo Rick Riordan non è come farlo leggendo Robert Graves (questo sì, un bell’impegno), beh!, ci guadagno l’imperitura riconoscenza di mia figlia. Vi pare poco?

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