Il Principio Speranza

Mi ricordo di questo titolo. Mi ricordo del mio tentativo (venti e passa anni fa) di leggere questo pluri-tomone di Ernst Bloch (1885-1977) che si chiedeva in soldoni chi siamo da dove veniamo dove andiamo e cosa ci aspetta. Ma lo faceva dalla prospettiva filosofica marxista, ed io ero privo di formazione in tal senso. Ogni tanto mi mettevo in mente di leggere cose impossibili (per me), ultimamente ho smesso di farmi del male da  solo.

Who are we? Where do we come from? Where are we going? What are we waiting for? What awaits us? [1]

Scendendo più in basso nella gerarchia dei massimi sistemi, recentemente ho condotto un assessment del mio carattere. Su 24 caratteristiche fondative del profilo caratteriale umano (ref. Seligman, VIA Insitute), nel mio caso la Speranza occupa la 24esima posizione.

Many only feel confused

Un po’ mi ci ritrovo, non è che la mia visione del mondo sia così pienadi speranza. Ma comunque pensavo che si attestasse a metà classifica, mica ultima! La prima cosa che ho pensato è che non avessi capito bene le domande. Vedere nell’assessment la Speranza dietro la Leadership (che non ho) e il Coraggio (di cui sono ampiamente privo) mi ha fatto una certa impressione. Vorrei spezzare una lancia in favore della mia predisposizione alla speranza. La mia capacità di sperare va a ondate. E ogni volta devo avere un bel coraggio per tirarmi fuori da certi pozzi bui in cui cado.

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L’invenzione della ruota

 

Ho comprato quattro ruote dal Re Merlino. Le ho comprate così, perchè mi ha preso la voglia di usare una tavola da compensato che ho in garage per farne un carrellino. Un carrellino che poi non saprò dove mettere (e come usare). Solo che ho questa tavola di 1 metro per 1 e mezzo circa. Dovrò poi inventarmi un gancio sulla parete per appenderlo. Insomma, il perfetto cliente dei magazzini DIY.

 

tellurerota

Vado alla cassa, e mi accorgo del nome della ditta che ha prodotto quelle ruote. Mi ricordo che da piccolo c’era una squadra di ciclismo sponsorizzata così, con quel nome un po’ geologico, che mi faceva venire in mente un terremoto. Come mi faceva sognare, sempre. Googlo un po’ e scopro al massimo che c’erano traguardi volanti con quel nome. Traguardi volanti Tellure Rota (senza l’accento circonflesso…). In pratica mi ero fatto tutto un film.

Rimango un po’ così. Poi ci ripenso, e capisco che è stata la mia mente a creare tutto ciò. Torno contento: ognuno in fondo è perso dentro un mondo interiore dove riesce a compensare le delusioni della vita. Tellure Rôta. Una azienda italiana che progetta e produce ruote e supporti per uso industriale, civile e domestico.

 

E’ un partner qualificato per oltre 2.000 clienti distribuiti in 70 paesi, grazie a una propensione all’innovazione sviluppata in oltre 60 anni di esperienza nello sviluppo del prodotto. Capito sul loro sito, e vedo un video in cui si dipana una storia molto chiara, che appartiene all’uomo. Rimango abbagliato dalla tecnologia dietro la ruota, Cerco di catturare il video in un’immagine sola (che ho pubblicato qui sopra)

 

Come mi piace l’ambito manifatturiero, le aziende che producono qualcosa, la materia che viene plasmata e prende forma. Il processo distributivo che alla fine mi porta a casa quattro ruote belle stabili che, ovviamente, userò sproporzionatamente ma che per un attimo mi hanno fatto vedere una prospettiva nuova, un comparto industriale composto da persone che… sanno come fare la ruota! Insomma, persone il cui lavoro è nato millenni fa, all’invenzione della ruota.

Insomma, in questa ditta ci lavorerei volentieri. Peccato che sta fuori Modena (Modena Park) ed è un po’ fuori zona…

 

Scratch a Russian and you find a Tatar

« Gratta un russo e troverai un tartaro. » Joseph de Maistre

 

Sabato pomeriggio benefico. Direi quasi balsamico, se la birra fosse un balsamo. Ma lo è, se poi a berla insieme a te c’è un grande amico che ti porta sempre quell’emozione particolare di completamento.

Lui è il chitarrista dei Rajastan. Ma fino a qualche ora prima, era il chitarrista dei Lost Fortune (N.R.). Poi si è cambiato la t-shirt che era già pezzata.

 

Insieme, abbiamo fatto un raid al centro commerciale vicino casa. Aldilà del fatto che abbiamo comprato due coppie di t-shirt in modo da averle uguali (siamo giovani, in due facciamo un bel gruppo di 6 adolescenti) abbiamo creato un mostro (penso che sarà il nostro nuovo leitmotiv cazzaro per un bel po’ di tempo).

 

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Il Cotodo Montezulla. O il Medice Aranmagno. Dopo aver impiegato dieci minuti per comprare le due magliette (in due posti diversi!) ci siamo recati nella libreria Giunti dove Moglie si attardava nella scelta di non so che libro. Ad un certo punto, mi salta all’occhio la faccia di Monty, che occhieggiava furba come a dire: “Ahò! Leggi un po’ la summa del Monty Pensiero, è una raccolta di genialità di comunicazione e marketing, tipo Codice Atlantico. L’ho chiamato Codice Montemagno”

Il Cotodo Montezulla

Ma appena abbiamo tolto il libro dallo scaffale per dargli un’occhiata (ah, by the way: il “Monty scritto” non fa la stessa impressione del “Monty visto/sentito”) da sotto è spuntato Salvatore Aranzulla. Un po’ come quando alzi un sasso che sta su un terreno e sotto ci trovi un mondo.  E davvero non sappiamo se anche questa è una scelta di marketing della libreria o un co-branding tra Salvatore e Marco o ancora un trompe-l-oeuil dovuto alle cucuzze glabre (complice il format della collana di cui i due libri fanno parte).

Insomma, il vecchio proverbio che dice gratta un russo e sotto ci trovi un tartaro, lo possiamo declinare così, in salsa web marketing: “Gratta un Monty, e troverai un Aranzulla”. Ah, e non pensare, Salvatore, che non abbiamo notato che ti sei messo nella stessa posa di Stefano”Bonanima” Lavori.

N.R. Significa Never Regained.

ps. ogni volta che vedo Montemagno, mi viene in mente Alberto Sordi che dice al gigantesco piatto di pastasciutta “Mo’ te magno!”

il mondo un posto migliore

Joan-Didion-2

«Non vi dico di rendere il mondo un posto migliore, perché non penso che il progresso faccia necessariamente parte del pacchetto. Vi dico solo di viverla. Non di tener duro, di sopportare, di tirare avanti, ma di viverla. Di tenere gli occhi aperti. Di provare a entrare nel quadro. Di vivere dissennatamente. Di osare. Di costruire il vostro mondo e di farvene vanto. Di cogliere l’attimo. E se mi chiedete perché dovreste farlo, vi dico che la tomba è un posto carino e privato, ma non c’è nessuno da abbracciare. E non si canta lì, non si scrive, non si discute, non si ammira l’alba sull’Amazzonia e non ci sono più figli da toccare. Questo è quel che c’è da fare e da ottenere, finché potete: è questo che vi auguro». (Joan Didion)

 

Ogni giorno è un mondo.

 

Joan Didion, dal discorso che tenne all’inizio dell’anno alla University of California di Riverside, nel 1975.

Grazie a Il Post, Ogni giorno è un mondo.

Continuando la ricerca su Joan Didion (non pensiate che io la conoscessi prima, è tutto un caso, per questo ringrazio Il Post) trovo un articolo su Rolling Stone dedicato a un documentario che è uscito su Netflix. Il titolo è degno di una saga insterstellare, oppure politica, oppure fantasy: the center will not hold.

Ecco il passaggio:

“Ed eccolo qua, allora, il centro di tutto: quel racconto del dolore, anzi, della vita che ne è attraversata e ne è, a suo modo, il risultato, è la cifra più universalmente nota della scrittura di Didion e anche qui prende, insieme alle storie famigliari e in modo naturalmente intrecciato a esse, un enorme spazio narrativo.”

Ed è una cifra ancora da svelare questa, ma chiunque indaghi il dolore e l’irrequietezza,  è mio amico.

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Slow Down

“It’s good to warm my bones beside the fire” (‘Time’, Pink Floyd)

 

Also if it is just an illusion,
start you couch invasion.
Take your time, strike a pose
if SuperOp forces you to pause

It’s good to slow down, from time to time.

 

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