Bread to bread. Wine to wine.

Ancora sul concetto di “ceffone”.

Apro OneNote. C’è una section in un notebook (scusate, non voglio tirarmela, è che facendo mouse hovering sopra le icon del tool mi si presentano i nomi in inglese).

Questa sezione l’ho chiamata “Ceffone”.

Ama i ceffoni presi, perchè poche cose come i ceffoni ti fanno ripigliare. Ti picchiano sulle orecchie e ti dicono: “Oh, ciccio! Dove vuoi andare? Guarda che devi tenere gli occhi aperti”. Magari non ne ho presi abbastanza, comunque questo non è una “Call for ceffons”.

Ama il tuo prossimo (ceffone) come fossi tu stesso (un ceffone).

Dentro “Ceffone” ci sto mettendo tutti i ceffoni, i pizzicotti, i poke, gli spintoni, i mal di pancia avvertiti, i risollevamenti percepiti, gli sguardi stupiti su cose meravigliose, la meraviglia suscitata da un gesto, la fresca franchezza di chi ti dice pane pane vino al vino (bread to bread, wine to wine) che non ce n’è di cazzi: per essere te stesso devi agire da te stesso.

E dentro questa section ci sono gli agitori di ceffoni, gli spingitori di cavalieri, più importanti. Cristiana (una grande condottiera), Paola Fantini (una grande coach), Marco Montemagno (un grande comunicatore), Casey Neistat (un gran paraculo – absit iniuria – ma anche un gran comunicatore e un grande sceneggiatore, della propria vita mostly), Vladimir Harkonnen (un grande woodworker del XXI° secolo, partito nella sua ricerca dal concetto di ‘steampunk’).

E se devo caratterizzare questi personaggi, c’è una sola parola che potrei usare per accomunarli tutti. Già perchè loro fanno cose diversissime e hanno “funzioni” diversissime nell’economy della mia vita. Ma la parola che sento di dire è: Pragmaticità. Sì, con la “P” maiuscola. Gente che traduce in azione tutto ciò che tocca.

Azione. Poesia. Perchè la magia della parola ‘poesia’ è che la radice affonda nel verbo ποιέω (poiéo) che in greco significa “fare” (dare forma, fingere). Fare poesia equivale a creare, dare forma, fingere addirittura (ma non il fingere negativo, ad esempio, d unno che finge di cadere in area di rigore).

“Si può fare”

I took a peep (da Google Books) sul libro di Maria Paola Langerano, “66 ore di poesia”, sbirciando una paginetta che dice tutto ciò che ho espresso nell’ultimo capoverso.

Se uno ‘parla bene’ crea emozione, movimento. I discorsi più importanti, tenuti da persone giuste al momento giusto, hanno avuto la capacità di catalizzare l’attenzione, focalizzare i punti d’azione importanti, smuovere popoli (o anche solo i soci di una cooperativa).

***Alt! Contiene PAROLE che si capiscono SOLO se si guarda il film PRIMA*** 

 

Perchè sono finito qui? Ah già… la Pragmaticità! Sì, perchè la mia idea di pragmaticità va di pari passo con questa capacità di emozionare. Ognuno è pragmatico a suo modo. L’importante è fare, fare, fare. Anche dare un ceffone è smuovere, è fare.

 

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Una manata di Fragomeni sarebbe una carezza, in confronto.

 

Grazie coach, ora rifletto sulla frase. Perchè intanto stavo pensando a cosa fare e ho coinvolto mia moglie per mostrarle l’empasse in cui sono (in particolare dal punto di vista del blog) e questo ha iniziato a smuovere cose (domande nella mia testa… tipo “cosa voglio fare”, dove potrei dare il massimo, come potrebbe essere utile il mio blog alla “comunità” di lettori)… ma intanto, questa frase sulla sottrazione di merito è più…ficcante direi, ha una qualità più precisa

 

Sono ancora frastornato, il colpo è stato forte. Stavo tornando a casa e intorno alle sette di sera ho ricevuto un ceffone. Un ceffone bello forte dato sulla mandibola, ma appena sotto l’orecchio in modo che tutto il comparto uditivo venisse ingaggiato. Come dire: ‘Così lo senti di più’. Ho rifiutato l’offerta, da parte dell’autore, di mandarlo a quel paese. Anche perchè sono rimasto tra lo stordito e lo sbalordito, ma soprattutto perchè… quanno ce vo’ ce vo’.

Ma cosa ho fatto per ricevere un ceffone che a confronto una manata di Fragomeni sarebbe una carezza?

Presto detto: ho pagato il mio orgoglio di voler fare tutto da solo. Cosa direbbe Kobe? Vediamo, uhm… mi pare: “Aiutami a vedere cosa sbaglio, Coach Messina, please”. Sono qui che pirlo in giro – espressione molto milanese che dà molto l’idea – gironzolo senza scopo ed ora si aggiunge la sensazione che sia tutta colpa mia. Fatico a prendermi la responsabilità di questo vagare senza mèta. Un pirlare a spirale involutiva. Un bozzolo chiusissimo nella mia caverna mentale.

Ma io il confronto lo cerco o no? A me pareva di sì, anche se ammetto che ogni tanto lo rifuggo (perchè mi pare che potrebbe allontanare qualche lettore, sono i momenti in cui la mia autostima è a secco e non “solo bassa” come al solito).

E infatti per inciso ammiro chi va avanti come un treno a dire la sua, senza paraocchi, cantandola chiara e sostenendo il suo punto di vista. Lo fa e riesce a mantenere un aplomb, una signorilità e una rispettabilità di opinione. Prendi Francesco di Correndo sul Naviglio (blogspot), ad esempio.

Tornando al confronto. Ok, sì, lo cerco, questo confronto. Ma poi mi si dice: ti sbagli, tu temi che ti sottragga il merito. Cazzo, adesso si fa dura. Mi pare di essere a una fiera di paese, davanti a un oracolo meccanico che ha appena sputato il bigliettino di carta chimica con su scritto “Tu temi che il confronto ti sottragga merito”. Mi guardo in giro e meno male che nelle fiere di paese all’oracolo c’è sempre poca gente, anche perchè sull’oracolo c’è scritto “Tiro Ceffoni”. Chi si avvicinerebbe?

Non è solo per il fatto che non capisco e so che mi scervellerò su questa frase, ma anche solo per il fatto che non riesco a ricordarmela, ‘sta frase, senza continuare a leggerla dal biglietto. E ho l’impressione che a continuare a toccacciarlo, l’inchiostro se ne andrà. Alla luce, si scolorirà. Impilato all’ombra diventerà illeggibile per sfregamento. L’oracolo è l’oracolo. Ma perchè non incide i suoi output su comode lastre di marmo?

 

CONFRONTO <> SOTTRAZIONE DI MERITO

 

Non vi fate fregare, ho detto “oracolo meccanico” solo perchè lo vedi lì in forma tecnologica, ma è una forza mentale attiva che sa arrivare dove tu nemmeno sai che si può andare. E non fatevi prendere dalla tentazione di dirmi che dietro l’oracolo si cela qualcuno che ce l’ha con me. Potreste dire che è stronzo, oppure vuole qualcosa da me. Sarebbe una soluzione troppo semplicistica.

Forse ora capisco cosa mi manca. Un po’ di sano auto-riconoscimento… e collaborazioni! Perchè quando mi ci metto, con le parole sono bravo (ecco… l’ho detto!) ma quello che mi frega è che poi le sussurro.

Stavolta so che non potrò divincolarmi e fuggire con un gioco di parole. Un po’ di tempo fa, dopo una corsa particolarmente riuscita – un combinato di 16K nel Parco Nord + 5K di parkrun – la mettevo giù facile sul concetto di “girare intorno al cuore” (in “Frank the Nutria”, NdA). La mia incapacità di godermela – e di vivere per raccontarla – è equipollente alla mia incapacità di mandare tutto ciò che è passato a quel paese. Cioè, io faccio rivivere ancora le vecchie scelte nella mia vita attuale. Non ne faccio strame perchè possa foraggiare le nuove idee. Un po’ come passare in una valle nebbiosa dove intravedo sagome e so che sono le vecchie cose che non mi lasciano mai. Recrimino ancora perchè sono dovuto andare a lavorare d’estate (tre anni, dopo il liceo) ma non mi accorgo che potevo anche scegliere di rimanere a vivere là. Un po’ di iniziativa, perdinci! Non sarebbe stato facile, ma ne sarebbe valsa la pena. Sarei anche potuto ritornare indietro, ma sono convinto che alla fine sarebbe stata una piega solenne, come quelle che i fiumi fanno per puntare al delta. Rimpiango di non aver comprato l’Alfasud di Bebe, di un rosso che mi accendeva la passione. E da lì a visitare i colli bolognesi e chissà Faenza, Imola o poco più in giù, il passo sarebbe stato breve e da lì il mare. Cos’è questa malsana passione per Bologna,che poi in fondo era solo la stazione FS di passaggio, mentre tutto il resto l’ho lasciato là intatto? Il mio passato è un po’ un’ambientazione alla Howard Phillips Lovecraft, anche lui bravissimo con le suggestioni, ma  alle prese con grossi problemi di costruzione del dialogo.

Ma io il confronto lo uso o no?

Perchè non serve a nulla cercarlo se poi non lo si usa. Sono ancora piuttosto stordito, non credo che ci vorrà poco a riprendermi. Una manata di Fragomeni sarebbe una carezza, al confronto. Ma forse è venuto il tempo di chiedere l’aiuto dal pubblico, per chiedere come io debba continuare adesso, come utilizzare la leva esplosiva del confronto.

Se fosse un CV, vorrei metterci che sono bravo con le parole. Se fosse una video-confessione, ci metterei che la loro fisicità mi spaventa, anche se mi attrae. Forse è per questo che canto da schifo (nonostante io sia intonato) e mi piacciono le cantanti à la Birdy.

Cercare collaborazioni. Non devo vedere tutta la strada, mi basta fare questo piccolo passo. Non posso prevedere tutta la strada, ma devo di sicuro sbilanciarmi per mettermi in azione. Lavorare su testi. Ciò mi permetterebbe di agire il confronto su un piano reale e non ipotetico. Mi piacciono le parole, mi piace ribaltarle, esplorarle, scriverle e riscriverle. Ma se è un gioco, dura poco. Creare legamiche mi tengano sul piano fisico e non mi facciano volare via. Magari è solo un piccolo passo, ma è già un grande balzo per me, fermo da molto tempo.

Il ceffone, ripeto, è stato forte. E sono convinto che a colui che chiede sarà dato.

 

 

Il cervello va spento

“Noi siamo la Ferrari degli animali di resistenza” (Stefano Gregoretti)

Mentre sto cercando la nuova forma della mia corsa, immaginando percorsi in salita, mi capita sotto il naso questa lezione su youtube (insieme a una serie di altre lezioni, tipo “Non si usura il fisico a fare delle cose così?”) che apre nuovi orizzonti su COME usare l’allenamento per perdersi un po’, per ritrovarsi dopo… più forte.

Un’interessante lezione, dicevo, sulla corsa di resistenza da parte di Stefano Gregoretti, ultrarunner, adventurer e sportivo appassionato. Al cervello che ti dice: “Fermati!”, tu devi rispondere: “Scusami, io sono fatto apposta [per correre], te sta’ zitto!”

Caput imperare, non pedes… è la testa che comanda, non i piedi. Però a volte è anche la testa che comanda di fermarsi perchè il cervello ama la pigrizia. E così a volte nella corsa sarebbe proprio meglio lasciarlo a casa.

Il Greg ci parla delle sue esperienze, te meglio che ascolti

 

(dal canale Aldo Ballerini Cinema).

L’imbalsamatore di visioni



The Physical Impossibility Of Death In the Mind Of Someone Living” (Damien Hirst) 

 

Care Stelle, mi rivolgo a voi, pazienti lettrici e lettori, e vi premetto che in fondo a questa via lattea di parole c’è una domanda. Cominciamo dunque. 

Voi sapete quant’è positivo il cambiamento. Io stesso ad un certo punto di quest’anno ho deciso di cambiare perché avevo bisogno di una nuova situazione, di un nuovo ambiente, perché in quello vecchio non avevo più molti stimoli. Però, c’è un però. Mancano due settimane al mio nuovo lavoro e la paura cerca di prendere il posto di guida ( tipico, nel mio archetipo O__o ). Sento quei vuoti d’aria tipici di una turbolenza dell’aria. In effetti, mi sento un po’ “in aria”. Il mio stato d’animo è in subbuglio e continua a cambiare di momento in momento.

Come se fosse una pallina su una roulette che gira, a volte si ferma sulla casella verde “Andrà tutto bene” per un attimo. Poi riprende a saltabeccare. Mi servirebbe fermare il mio stato d’animo sulla casella verde. Eppure so che la metafora della roulette è sbagliata, perché strutturalmente non è possibile farlo. “L’impossibilità fisica dello stazionamento nella mente di uno che gira“,direbbe Damien Hirst (e tralasciamo il concetto di “uno che gira” espresso in milanese).

 

 shark_hirst

 

Allora vorrei che la mia mente fosse lo sguardo fisso verso lo spazio infinito di una astronauta mentre è sballottata nella capsula che la porta in alto a velocità di fuga impressionanti. La fuga è per la vittoria, dopo un preludio di anni di preparazione. So che lo sballottamento è necessario: il mio obiettivo qui è sentirmi a mio agio. Non sto mandando nessun uomo o donna nello spazio, mi rendo conto. Al limite un uomo solo cambierà indirizzo di lavoro. Ma va pur detto che il lavoro occupa gran parte dell’universo di quell’uomo.

 L’indicazione di “Creatore” – ottenuta ieri dal test di Cerries Mooney – non mi dice nulla sul fatto che io possa creare la pace nel mio animo. Le mie creazioni sono caotiche e di solito lasciano uno spazio disordinato (al par di Luisa che inizia presto e finisce presto e di solito non pulisce… la rampa di lancio). La mia mente è fatta per partire verso spazi intergalattici ma quando le persone se ne vanno da Cape Canaveral dopo il mio lancio, non sono io quello che raccoglie le tonnellate di rumenta lasciata dagli spettatori. Io sono quello che guarda in giù e sente il dolore del ritorno. Io sono quello che imbalsama le proprie visioni e le visita, come se fossero mummie di pensieri, in remoti musei di periferia.

 Quindi mi rivolgo a voi, Stelle Alchimiste e Creatrici di pace, Romantiche e Guerriere della realtà: come si fa a creare pensieri positivi in maniera continuativa in modo da tenere viva la visione? 

#StelleSagge

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