Giganti

Vi dico subito che la qualità del video di Youtube riportato in questo post  è davvero scadente. Ma non è di questo che voglio parlare, ma della fascinazione di quella sera. Atalanta-Malines, ritorno della semifinale di Coppa delle Coppe. Io c’ero. Eravamo una quindicina di ragazzi partiti dal Liceo Carducci, Milano, con un pullman dell’azienda Caronte. Un ragazzo molto intraprendente aveva organizzato la trasferta. Eravamo, credo, innamorati dell’idea della assoluta bellezza della corsa europea di una squadra provinciale. Nessuno era veramente tifoso dell’Atalanta. Io lo sarei diventato convintamente da quella sera: covavo da un annetto la mia conversione al tifo per la Dea. Un tifo convinto, molto più di quello per la squadra precedente, che era una pallida copia del tifo di mio fratello.

Torniamo al video. Quel video contiene la memoria dell’esperienza, che mi ha legato alla Dea: la novità dell’essere fuori con altri liceali più o meno coetanei, l’illusione del vantaggio e poi e tutto il dolore che ancora oggi porto dentro per l’epilogo sfavorevole. Un paio di mesi fa ho letto Febbre a 90′ di Nick Hornby – una specie di manuale-bibbia del tifoso – e devo dire che mi ritrovo in molte cose. La prima è proprio la capacità di un evento come questo di legarti ai colori di una squadra.

C’era un mucchio di gente, in quel 20 Aprile 1988. Erano ancora gli anni in cui gli stadi si riempivano all’inverosimile. Oggi non sarebbe più possibile (per fortuna) per ragioni di sicurezza. Ero in Curva Nord – lato in cui l’Atalanta si porta in vantaggio nel primo tempo – e mi ricordo come se fosse un ricordo tattile, del velo azzurrino pre-partita delle canne, quasi uno scenario accessorio al mio diventare dipendente da una droga pesante: il folle amore per la compagine orobica.

Ogni volta che si parla di Europa, un po’ ritorno a quella sera dell’Aprile 1988. Un misto di paura e speranza, ma prevale ovviamente la voglia di vedere la Dea giocare in ambito internazionale. Io sono un po’ scaramantico e spesso ho rinunciato a seguire la squadra per paura di “interferire”. Sì, proprio così, come se fossi io il portasfiga. Negli anni ho vissuto allo stadio momenti drammatici. La retrocessione in Serie B contro la Reggina e il 4-0 per la Juventus il 20 Aprile 2008 (avevo regalato il biglietti a mio fratello per i suoi 40, capito?  4 – 0 a vent’anni dalla famosa semifinale di Coppa) e momenti esaltanti, come la vittoria a San Siro 2-1 contro il Milan corazzata con tanto di autogoal di Baresi.

Ma quando una squadra è forte e ha tutte le premesse per fare bene, non c’è paura che tenga. In questi ultimi tre anni ce la giochiamo sempre, grazie a un progetto portato avanti dalla società e ad un allenatore con una visione di gioco micidiale e molto capace a gestire giocatori sempre nuovi.

Giganti

Gli ingredienti per la sofferenza anche quest’anno ci sono tutti: una difesa un po’ troppo permeabile e le rimonte che tutta la squadra riesce a costruire. Che gioia il gioco travolgente che tutti invidiano all’Atalanta. Ma che fatica. Come se non fosse mai finita. Anche ieri con il Parma abbiamo dovuto aspettare il 93′ per la sicurezza della vittoria. Abbiamo una squadra che va a mille, ma che paga spesso la sua propensione all’attacco con svarioni di impostazione. Dopo l’errore, con la squadra alta, gli avversari possono (e lo fanno!) infilarci e fare molto male.

A volte sembriamo dei giganti con i piedi d’argilla. Davvero non riesco a capire. Non so se sia proprio sano, ma credo sia normale con una squadra spostata così in avanti. “Pain is so close to pleasure”, si dice. No? Il dolore sta proprio vicino al piacere. Sicuramente non è sano per i tifosi, le cui coronarie sono sottoposte a stress non indifferenti. Magari salire sulle spalle dei giganti, i nostri, per vedere lontano, ci farebbe bene. Comunque adesso dobbiamo stare con i piedi per terra, come dice il Gasp. A Palazzo Te, a Mantova, in una delle più belle sale del complesso architettonico si può vedere bene che fine fanno i giganti.

Torniamo al video. Soffro troppo a vederlo fino in fondo. Rimane e rimarrà per sempre – per me – il prototipo di partita epica. La sensazione di esser dalla parte sbagliata è sempre forte. Ma mi fermo sempre al primo tempo e allo 1-0 che avrebbe significato la finale contro l’Ajax. Mi illudo e confondo. Erano tanti anni fa. Il dolore che viene dopo non ho bisogno di rispolverarlo. La passione per l’Atalanta, la spolvero a ogni maledetta partita.

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Là dove si rigonfia il Mincio


Meravigliosa Mantova, e le sue donne: Angela, Claudia, Gonzaga, Osanna, Isabella. Al Castello San Giorgio ci dovrebbe essere un monito per chiunque vi entra: “Mantenga un contegno, contengo un Mantegna”. Angela è un cognome così pur Gonzaga, Osanna è una beata che apparsa in molteplici dipinti e che infine ho trovato addormentata nel Duomo, di fianco all’altare maggiore. Isabella è un nome importante per il palazzo che abbiamo visitato mentre Claudia è la guida che ci ha illustrato le storie racchiuse a Palazzo Te. 

All’ingresso della Camera degli Sposi, a Castello San Giorgio in Mantova,  ci vorrebbe un’iscrizione anagrammatica. L’iscrizione sarebbe questa: “Mantenga un contegno, contengo un Mantegna”.

Quante storie contiene un palazzo?

Dipende da ciò che quel palazzo rappresenta. Ma dipende anche da chi te le racconta. Una storia d’amore, uno sfoggio di potere. Tutte due insieme. Se la “mediazione iconica” la dai da gestire a Giulio Pippi, detto Giulio Romano, diventa uno straordinario percorso d’arte tra architettura, pittura, scultura.

A chi dice che con l’arte non si mangia, vorrei far notare l’abbuffata che ho fatto in solo un’ora e mezza a Palazzo Te, Mantova. E tutto questo grazie a una guida – Claudia, davvero bravissima – che ci ha spiegato come i Gonzaga abbiano costituito per quattro secoli una potenza militare ma sopratutto culturale. Come Giulio Romano abbia fatto sì che il titolo venisse poi conferito.

Per la visita a Palazzo Te abbiamo deciso di optare per la ‘guida in carne e ossa’ al posto dell’audioguida. Ci sembrava più completo ma anche più giusto, completo perchè le guide svelano l’arte e entrano in relazione con te, giusto perchè una guida si realzza umanamente nello spiegare ciò che ha studiato. Abbiamo capito subito che la scelta è stata azzeccata. Una spiegazione appassionata ha reso vivi ogni singola stanza, ogni cortile, ogni stucco e ogni affresco. A Palazzo Te, c’è la storia di un amore di Federico II per Isabella Boschetti e la storia dei Gonzaga che si giocano tutto (Federico II Gonzaga) per aver il titolo ducale. E le due cose si intrecciano in un unicum.

Ringrazio Claudia perchè senza la sua umanità queste stanze avrebbero ancora pareti, ma nessuna storia. Immgino che a passare senza guida, ciò che avrei ottenuto è una occhiata senza cogliere il punto vero. Certo immagino che l’audioguida esponga i fatti e i significati principali, ma non ci metterebbe il lievito del commento e del confronto che è necessariamente diverso per ogni gruppo in visita. Proprio mentre eravamo a Mantova, abbiamo saputo che Alberto Angela ha dedicato ai Gonzaga (e alla meravigliosa Mantova) una puntata delle sue Meraviglie. Il racconto dell’arte è molteplice e ogni volta che si torna su un argomento, se ne trovano continuamente nuovi spunti. Ma è la passione di Claudia la guida a indicarmi di vedere la puntata di Alberto Angela e non, viceversa, la magnificenza e la potenza di mezzi (meritate entrambe) dell’Angela a portarmi a Mantova. Comunque vedrò la puntata e tornerò a Mantova, perchè a questo punto meglio finirlo il lavoro culturale iniziato. La Camera degli Sposi non l’abbiamo vista. Abbiamo preferito una stanza di 15 mq nella provincia mantovana. Ma è là dove si rigonfia il Mincio (lago superiore, lago di mezzo, lago inferiore) che si staglia netto il significato dei Gonzaga della storia di Mantova.

“Mantenga un contegno, contengo un Mantegna”.

I formidabili Frank

Formidabile questo memoir di Michael Frank, incentrato sul rapporto tra lui e la sua famiglia. In particolare tra lui e gli zii. Ancora più precisamente: tra lui e Hank, la zia Hank Harriet Jr, un personaggio talmente irreale che in un romanzo – scritto vent’anni prima da Michael e ispirato alla propria vita – aveva stonato. Per i lettori il personaggio semplicemente non poteva essere vero: rompeva il tacito patto di verosimiglianza tra lettore e scrittore.

Per cui Michael ci è tornato sopra, a quel materiale. Capite, lo doveva fare perchè ne andava della sua sanità mentale. Ha pensato di rendere tutta la storia come memoir, per poter dire: è tutto vero. Sono io, è la mia famiglia. Ha preso il toro per le corna e ha reso universale una storia fino a poco tempo fa confinata nel recinto di memorie che diventano cenere.

Non a caso questo memoir me l’ha consigliato mia cugina Fabiola, che di famiglia e di memoir è una vera specialista. Appassionata. A lei è dedicata la citazione nell’immagine del post.

Sincronicità. Concetto strano, bizzarro. Ma una riduzione spicciola e un po’ da nerd del concetto può essere questa: ogni tanto la tua mente passa dei punti di sincronizzazione con l’universo, i quali ti permettono di capire che sei su un percorso, che ci sei ancora e che non ti sei veramente perso come pensavi. Un “bip” che ti rende consapevole che qualcosa, là fuori, sta succedendo e lo sta facendo per te.

Ora vi racconto un punto di sincronicità avuto ieri, mentre leggevo le ultime pagine del memoir “I formidabili Frank”.

Avevo guardato un video di Mel Robbins (che includo nel post) qualche ora prima. Ad un certo punto trovo che zia Hank si intrattiene con una certa Signora Robbins, personaggio mai apparso prima nel libro. Subito mi si accende una lampadina: eccolo, il punto di sincronizzazione. Robbins qui e Robbins lì, inattesi entrambi. Bene. Sono sul percorso. Sì, ma quale è il punto, qui?

Perchè il problema vero con la sincronicità è che, se avviene in un singolo bip, tu ti guardi intorno ma non è detto che trovi poi qualche corrispondenza con l’universo. Semplicemente sai che l’universo ti sta dicendo qualcosa. La sincronicità a bip singolo è come un rasoio bilama che alza il pelo ma poi non lo recide. E infatti, il primo bip snerva quelli che, come me, stanno furiosamente cercando un senso alla propria vita e non lo trovano.

Ma c’è di più. Nel video di Mel Robbins c’era (e c’è ancora) il concetto di “pilota automatico” e… Indovinate un po’?… qualche pagina dopo Michael scrive di avere la sensazione che un ‘pilota automatico’ lo controllasse nel giorno in cui fece conoscere la sua futura moglie agli zii.

Il pelo è reciso. In questo caso, la “sincronicità a doppio bip” ha dato i suoi frutti: non solo ti avverte che sei in contatto con l’universo, ma ti indica anche un aspetto della tua vita che è da valutare.

Per me il significato del doppio bip è questo: sto andando con il pilota automatico, per forza di abitudine. Se non faccio qualcosa per cambiare, il pilota automatico troverà qualche ostacolo di cui il mio software di guida non avrà tenuto conto. E mi schianterò, e allora sarà troppo tardi per mettersi alla guida.

Perchè quello che il memoir di Michael Frank lascia dentro il lettore riguarda il modo in cui si affronta la propria vita. La differenza tra farlo  con consapevolezza e non farlo è la stessa che c’è tra fare surf sulla cresta di un’onda e venire travolto dal’onda.  La tua vita la devi vivere tu, momento per momento, nessun altro lo può fare al posto tuo.

Una nota finale: il mio profilo LinkedIn è apparso in 121 ricerche questa settimana e ha avuto nella stessa 74 visualizzazioni. Un picco nelle visualizzazioni. Allora come è che io non mi riconosco più allo specchio, non dico di fronte nè di profilo, ma nemmeno di striscio?

Têkoşer – Parole e azioni

“Giustizia, Eguaglianza e Libertà” (Lorenzo Orsetti).

Quale è la differenza tra parola e azione? La stessa che c’è tra chi – come me – si illude che la vita sia fatta di proclami e prese di posizione seguite poi da una grigia azione quotidiana (votata a cosa?) e chi, come Lorenzo Orsetti costruisce quotidianamente il proprio ragionamento di vita, compiendo un gesto che è in linea con quel ragionamento. Chi di me potrà mai dire “è morto in azione”, quando è più probabile che verrò consumato da una malattia qualsiasi, ad un’età che non è definibile (e che comunque già adesso “s’è fatta una certa”, per dirla in codice).

La differenza tra parola e azione la si percepisce anche da un fatto: mentre lui è morto in Siria, ci sono altri combattenti che, rientrati in Italia, subiranno un processo a Torino per aver partecipato ad azioni militari con il PKK in Siria e sono ritenute persone socialmente pericolose non già per un’accusa di terrorismo (archiviata tempo fa con un procedimento a Cagliari) ma perchè hanno imparato l’uso delle armi (sic).

Mentre c’è qualcuno che combatte (agisce) altri giudicano (parlano) di quelle azioni. Come faceva notare uno degli imputati, intervistato da Radio Popolare stamane, è come se tutti coloro che hanno fatto il servizio militare potessero essere considerati socialmente pericolosi.

La differenza tra parole e azioni emerge ancora dal fatto che possiamo schierarci con coloro che si fanno martiri (quella del martire essendo una condicio sine qua non per il nostro successivo schieramento), senza capire nemmeno bene cosa ci sia in campo. Come se dai nostri spalti grigi fosse tutto piccolo, come le battaglie là in Siria, dove in campo a combattere l’Isis c’è una coalizione curdo-araba, mentre l’Europa istituzionale si astiene dall’intervento e la Turchia è pronta a intervenire, per associare a sè la vittoria finale sull’Isis e per fare la voce grossa contro i curdi. Già, perchè i curdi fanno comodo quando fanno i martiri e come carne da macello, mentre sono nemici quando si tratterà di riconoscere il Kurdistan.

In tutto questo, ogni contributo personale di cittadini europei alla guerra all’Isis è conosciuto solo a livello di sfera familiare e sociale stretta (a livello di circoli e militanze politiche), ma non viene riconosciuto a livello più ampio se non quando c’è il martirio, la prova provata dell’azione. Ed anche lì, con tutti i ‘distinguo’ del caso. E se torni vivo, poi, allora c’è da vedere come ti sei comportato, se hai fatto bene o se hai fatto male. Nessuno ti capisce più.

La differenza tra parole e azioni emerge infine nel mio cuore, spaccandomelo in pezzi finissimi e taglienti. Stamattina sono in auto e ascolto Gianmarco Bachi mentre traduce il comunicato di Lorenzo Orsetti, combattente del YPG morto a Baghouz. Il comunicato è quello lasciato da Lorenzo in caso di morte e Gianmarco si commuove sul “È tutto” finale. Una commozione composta, quasi impercettibile, che io penso di aver colto ma che Gianmarco in realtà ha trattenuto. Una commozione che è già azione, che è già movimento perchè trasmette il significato di una vita, mentre io da mesi mi chiedo quale sia il mio.

“Il discorso è troppo lungo da fare qui”, dice Lorenzo ed è vero. Il discorso è troppo lungo anche per me qui ma basta l’accenno all’anarchismo a farmi male: ad esso ho rinunciato (nelle azioni) molto tempo fa mentre a parole cerco di inventarmi e giustificare il mio posto nel mondo. È davvero tutto. La commozione umana che viaggia ben più forte delle onde nell’etere e che dice molto sulla differenza tra le (mie) parole e le azioni di coloro che muoiono per difendere la Giustizia, l’Eguaglianza e la Libertà nel mondo.

Ps. nell’immagine c’è un discorso che non è quello tradotto stamattina Bachi ma ha spunti interessanti, come questo: “Me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio. Vi auguro tutto il bene possibile e spero che anche voi un giorno (se non l’avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo, perché solo così si cambia il mondo”

***@*** per chi volesse approfondire, un articolo su contropiano.org “Lorenzo Orsetti è caduto combattendo in Siria, contro l’Isis” e uno su LinKiesta “Italia ipocrita: piange Orsetti, ma della sua battaglia se n’è sempre fregata

Filippo Tommaso Zingaretti

“Zhang! Thumb Thumb!”

Abbiamo aggiunto l’acca, perchè non la capivamo. Prendendo la nuvola del discorso di Nicola Zingaretti all’Assemblea Nazionale Dem, viene in mente lo Zang Tumb Tumb marinettiano .

Centoventisei volte la parola “per”, centroventitrè “non”, settantuno “più”. In un’espressione, ecco a voi il discorso di Filippo Tommaso Zingaretti:

“Essere tutto vita-partito. Paese non più per tutti perchè futuro grande campo. Destra nuova, Italia sarà sua.” 

E sembra riecheggiar l’ancor più marinettiano ‘Guerra sola igiene del mondo’, in un mondo sempre più in guerra tra vecchie incertezze e nuove possibilità. “Sinistra” compare una volta sola, in basso, a sinistra. Troppo in basso, poco a sinistra,

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