A(social network)er

Gran biscotto, ‘sta madeleine!

Ieri ero in giro per Milano in cerca di una farmacia. A un certo punto ho parcheggiato in viale Brianza. Dopo l’infruttuosa visita alla farmacia, sono andato davanti al mio liceo, che sta poco distante da lì. Alla mia epoca, i muri erano cerulei tanto quanto la scuola. Ora sui muri stanno dei murales che danno un tocco di rosso al tutto. Penso che magari se fossi stato esposto a quel rosso mi sarei ripigliato di più, invece che passare nel mondo come un cavallo con i paraocchi. Una frase recita più o meno: se costruisci dei muri pensa a ciò che lasci fuori. E questo, aldilà di essere un pensiero che condivido politicamente, mi pone nella condizione di imputato: ho costruito spesso muri tra me e gli altri. Non sono mai stato bravo a trattenere i rapporti di amicizia. Ora davanti a quella scuola trovo tante invisibili lapidi che sono le vite degli altri di allora, sepolte sotto decenni di silenzio. Tanto che non sono stato molto lì davanti, giusto il tempo di smuovere il terreno con la pala.

 Mi ricordo che tornando alla mia auto, in viale Brianza, ho avuto questo pensiero: durante il liceo non ho mai attraversato verso l’altro lato – come ho fatto ieri sera. Per 5 anni ho svoltato dalla viuzza del liceo a sinistra verso Piazzale Loreto. Non mi sono mai aperto altre possibilità, non mi sono fatto contaminare dall’incertezza, non ho mai nemmeno preso la metropolitana più tardi, tranne in rari casi. Non mi sono mai chiesto quale fosse l’angolo dove hanno esposto il duce. Ma l’ho imparato per osmosi. Era lì, dove c’è la lapide dedicata a chi cadde il 10 agosto 1944 – in un vile esecuzione fascista – “alta l’illuminata fronte caddero nel nome della libertà”.  

Ecco io con la storia, la mia, quella degli altri, ho avuto sempre un rapporto distaccato, come se non mi riguardasse veramente, come se io avessi l’obbligo di tornare sempre nel nido, dov’ero trattato con amore ma anche dov’ero vigilato. La rabbia giovanile non l’ho mai saputa usare per darmi altra direzione. Io la fronte l’ho sempre tenuta china davanti alla mia bassa autostima. E mi pare di aver fatto in giovane età tanta strada, ma senza arrivare veramente da nessuna parte.

Più tardi, passando da Piazzale Susa – dove un’altra farmacia ha posto la parola fine alla mia ricerca – sono stato colto da un’improvvisa nostalgia del tempo passato al liceo. Ho parcheggiato e sono passato di fianco a gente che faceva l’aperitivo e ho pensato: qui a bere ci sarà qualcuno che ha frequentato quel liceo – infatti alcuni miei compagni non abitavano lontano da lì, ai tempi. Ho pensato a quanti tra i miei compagni hanno mostrato benevolenza, a chi mi ha voluto bene veramente, a chi ha cercato di svegliarmi dal torpore. Ho pensato benignamente pure a coloro che hanno montato uno scherzo telefonico con tanto di minacce fasciste: disegnavo infatti le copertine degli Inti-Illimani sul retro dei moduli continui delle stampate che avevo in casa e le attaccavo alla bacheca. Pure a coloro che mi parlavano di categorie filosofiche e politiche – in cui mi mettevano – e io non sapevo che cosa rispondere; a coloro che osteggiavo per la loro militanza in CL, forte nella mia classe. Ho pensato a chi – diversissimo da me – mi ha additato quella tipa là o l’altra ancora, che mi veniva dietro, se no io non me ne sarei accorto.

Vorrei poter parlare con tutti loro, dire che ora ho trovato forse la cura per questo mio modo di essere. Non potrò rifare il percorso – a tutti è dato un tentativo solo – ma da qui in poi sappiate che non vi lascerò andare così, senza che io vi chieda dove siete diretti.

A volte mi piacerebbe abbandonare ogni timore e, verso la libertà di un libero confronto, chiedervi l’amicizia. Ma a voce, però.

Firmato:  (im)maturo ’90

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2 risposte a "A(social network)er"

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