Neve, insegnami tu

Oggi lunga corsa all’Idroscalo. Ad un certo punto mi è venuto in mente Neve di Giorgia feat. Marco Mengoni oppure Marco Mengoni feat. Giorgia. Che poi è un po’ non sapere mai chi ospita chi.

La canzone è neve e il pensiero era congruente con il fatto che stessi correndo sotto la neve (questa settimana due volte su due). La corsa mi è servita a qualcosa (ho collegato due puntini, diciamo, vi dico più avanti) ma quando mi è venuto in mente il verso: “Neve, insegnami tu come cadere” ho in iniziato a creare versi invocando elementi vari, per un paio di chilometri. La mente sotto stress è capace di giocolare con i tuoi neuroni e ci metti un po’ a riprendere il controllo.

Fatto sta che ho composto una ventina di ‘versi’, tra i quali “Marmo, insegnami tu come restare” e “Nervo, insegnami tu come saldare”, “Ceramica, insegnami tu come smagliare”, “Magliaia, insegnami tu come sbrogliare”, “Broglio, insegnami tu come votare”. Insomma via di questo passo. Una fiera dell’est messa su in quattro e quattro otto dalla mia mente. Certo, ‘ceramica’ non sta esattamente nel ritmo, ma dire ‘dentina’ non era la stessa cosa.

Vabbè, cerco di arrivare al punto, se no fate prima a fare 17,67 km. Non vi tengo imballati troppo. Vi scendo e vi piscio subito il concetto. In questa corsa ho fatto 2+2 su due eventi traumatici occorsi – a me il primo, e a mio nipote il secondo – nel 2018. Il primo a gennaio e il secondo a dicembre. A gennaio, il 7, sono scivolato su un ponte di legno (anche se ero in pianura) ghiacciato e mi sono quasi rotto il dito mignolo. Questo fatto me l’hanno richiamato i ponti dell’Idroscalo e alcune strade impappettate di neve dov’era facile scivolare. A dicembre, l’1, mio nipote si è quasi rotto l’osso del collo (sic!) perchè un auto gli ha tagliato la strada facendo retromarcia sul ciclopedonale che stave percorrendo.

A dicembre, pochi giorni dopo l’incidente, ho iniziato a stare molto male. Erano mesi che si stavano ammassando nuvole all’orizzonte ma l’incidente a mio nipote è come se avesse accelerato il processo, mandandomi in uno stato di “burn out”. Pensando a come uscirne, ho cercato di risalire all’inizio. Dapprima ho detto, certamente è il 1° dicembre l’inizio della mia caduta in basso, per poi ammettere che forse qualche segnale lo dava il fatto che dopo l’estate (quando solitamente smetto di correre per il caldo) non avevo ripreso a correre regolarmente. Non correre non mi aiutava certo, per come sono fatto io. Ma nemmeno quello aiutava a capire l’inizio della crisi che stavo attraversando. Il fatto che ad un certo punto a luglio fossi uscito da facebook (vi sono rientrato solo qualche settimana fa) era un altro segnale di chiusura.

Continuando il percorso a ritroso, sono arrivato fino al 7 gennaio dell’anno scorso, quando sono caduto malamente sul lato destro del corpo ma il braccio sinistro è rimasto sotto. Ponte degli specchietti, mi rialzo e penso ora mi fermo al club che c’è qui, vado in portineria a San Felice… poi ho visualizzato l’eroe che torna a casa sprezzante del dolore. Ho corso 5 chilometri in una fase di auto-analgesi, per poi percorrere l’ultimo chilometro camminando a stento e avendo forte nausea.

Il corpo ha registrato tutto questo e secondo me la forte chiusura verso l’esterno è stata una specie di reazione inconscia. Come setemessi per la mia vita ed evitassi le cose pericolose. Solo che il catalogo di cose da non fare si stava allungando sempre più. Quando mio nipote (che ora sta bene, ringraziandoiddio) ha avuto l’incidente, è stato come se qualcuno accendesse la luce in una stanza satura di gas, innescando con il contatto elettrico un’esplosione che perdura nell’eco ancora adesso. Boom!

Per settimane non ho sentito più nulla. E nessuna ragione. Primo obiettivo: destroy human inside. Poi mi sono riconnesso, via via, con il lato umano di me stesso. Grazie a molte persone: moglie , figlie, amici (in carne ed ossa, al telefono, su blog, su WhatsApp), dottoresse, un vlogger oltreoceano che mi aveva dato spunti l’anno scorso (lui brutta storia di depressione e immense corse sotto la neve nei boschi intorno a casa sua) e un dottore scrittore, Roy Martina, con il suo “Equilibrio Emozionale”.

Tutto mi sta dando una prospettiva nuova e diversa: noi abbiamo già tutto quello di cui necessitiamo. Basta soltanto tendere la mano e entrare in contatto. Mi piace molto l’espressione inglese: to reach out.  E io ho fatto qualche considerazione sulla musica e sull’importanza che ha per me. Come un Pellegrino (Rossi) che scende ad Affori Centro e si mette in cammino verso il senso di una passione. “Non ho nemmeno un seme, quando comincio”, ha detto Jarrett. 

Nota all’immagine: Nell’ultimo anno mi sono riavvicinato alla mia vecchia passione per il calcio e in particolare per la Dea, che seguo dal 1987, altro periodo d’oro per noi bergamaschi. Anche questo mi sta aiutando ad accettarmi per come sono fatto. Le passioni sono passioni, ignorarle a lungo fa male.

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4 risposte a "Neve, insegnami tu"

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    1. Il dito è del 7 gennaio 2019

      Non era solo una battuta (peraltro abbastanza scontata), ma quello che ho fatto io per andare dal mio maestro di Improvvisazione Jazz

      Per la birretta, come sei messo sta settimana? Io potrei mercoledì (se non mi ammazza mia moglie…)… oppure facciamo prima a sentirci via cellulone 😉

      Mi piace

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