Long Franz Running

Questo post parla di corsa. In maniera disarticolata, per immagini.

Nota: Questa nota l’ho aggiunta alla fine della scrittura del pezzo, come Nota dell’Autore, per dire che voleva essere un lungo elenco di cose. La mente si è intromessa più di quanto mi aspettassi, per spiegare e discettare. Provate però a prendere l’elenco di cose, perchè mentre correvo sono le cose che ho visto. Non molte, se poi si esclude allo stare attenti a ogni singolo passo, ogni singolo metro quadro di terreno su cui si atterrerà e ogni singolo incontro con cose, persone animali.

Tutto nasce da quel gran pezzo di strada che ho fatto ieri, dopo una dozzina di giorni che non correvo. Venti chilometri che mi hanno portato da Zeloforamagno all’Ortica.

Il fatto è che durante la corsa avevo elaborato un pezzo da scrivere riguardante la Sala Venezia, una balera di liscio, mazurka e polka che sta in Porta Venezia e dov’ero stato la sera prima. Mi aveva colpito molto l’esperienza “sensoriale” del posto, a partire dall’ingresso – molto anonimo, di fianco al Commissariato di Polizia di Città Studi – fino ad arrivare a quella che nella mia testa doveva essere una sorta di piscina di acqua termale, di cocoon, di posto protettivo dove stare bene.

Ma il fatto di non aver preso lo Xanax, di aver dormito poco e male (dalla 1:30 alle 6:30 continuando a svegliarmi) e aver bevuto – tra le altre cose – un litro di vino bianco frizzante che nessuno voleva bere, tutte queste cose mi hanno spinto a uscire a correre. con non grande speranza,, per la verità. Ma il malcontento era talmente alto che alla fine ho corso 20 chilometri. E li ho corsi oltre ogni aspettativa.

Al pezzo, oltre che durante la corsa, ci ho lavorato 4 ore su pc. Poi ho deciso di non pubblicarlo. Mica vi devo propinare proprio tutto. Ed è positivo che io riesca ad esercitare un po’ di auto-censura. Capire quando la propria scrittura diventa stucchevole è salvifico (non sempre ci riesco, sia inteso). Le considerazioni erano anche più ampie: come ero stato bene io, sentendomi protetto nel flusso del ritmo fondamentale del mondo; quale dignità esprimevano i ballerini, dignità di una vissuta per quello che è: una danza che non deve finire mai, che travalica addirittura la fine della vita… ma qui ci sta qualche influsso dal libro che sto leggendo (Equilibrio Emozionale, di Roy Martina). Magari in un’altra vita ero un ballerina. Sabato sera proprio no. Ma il posto e l’esperienza valgono sicuramente una visita.

Avrete capito dalla lettura dell’esimio Martina (Omega Healing, tutto un via vai di fine tuning di chakra) che sto affrontando un periodo fuori controllo, una Koyaanisqatsi che mi sta sconvolgendo il senso. Non trovo più molto senso nella professione (“I’ve been a whore for the IT industry”, semi-cit da American Beauty) e sto cercando di riorientarmi. Ma questo sta prendendo più tempo e coinvolgendo molti più settori. Insomma, è la battaglia finale e l’alieno sono io. Alieno a me stesso.

Prendiamo la corsa. Quante volte ho provato a etichettare, catalogare la mia corsa, cercando di metterla nella prospettiva: sono un maratoneta, una mezzo-maratoneta, un quaquaraquà, un piazzista di sparate, un tarahumara, un kalenji, uno scrittore in erba, un giornalista sportivo?

Poi arriva questa corsa di 20 chilometri, dopo mesi che non riuscivo a correre regolarmente. Da luglio a dicembre solo qualche sporadico tentative, poi durante le feste una buona ripresa (una decina di uscite) fino a una nuova pausa, di una dozzina di giorni. Non andare mai oltre i 13K. E poi questa corsa. Giustamente, non si può catalogare.

Nei primi chilometri, la domanda era: “Fino a quando continuerai a farti del male, Francesco?”… Se io nel mio eloquio interiore uso il nome di battesimo, vuol dire che la situazione è grave. Vuol dire che devo smetterla di nascondermi dietro un dito.

Allora cominciamo subito a dire una cosa: questo non sarà una descrizione della corsa, con tanto di supposta poesia (poesia-supposta). Sarà solo un elenco di oggetti, persone e fatti in genere inanellati lungo la corsa. Un elenco di cose che forse non hanno un senso o forse ce l’hanno. A volte bisogna accettare le cose per come sono. Catalogare significa raccogliere, come quando raccogli conchiglie e altre mirabilia sulla spiaggia.

Prima un dato tecnico: ho corso 20 chilometri in 1h40’03”. Ma non ho guardato i riferimenti al chilometro, non ho quasi mai guardato il garmin, tranne una volta (perchè avevo bisogno di capire una cosa) e negli ultimi 2K, per capire quanto mancava. E quella prima volta mi sono sorpreso. Quella volta è registrata nell’elenco.

Pronti? Via!

Parto alle 7:50 di domenica, un silenzio irreale, anche la Paullese, mezzo chilometro a sud in linea d’aria, pare vuota. tendo l’orecchio: c’è, ma quasi ovattata. In giro nessuno, la prima macchina la incrocio dopo mezzo chilometro. La seconda è una macchina dei carabinieri che precedo alla rotonda del Columbus, poi nulla per un bel pezzo. Non sono le sei, sono le otto del mattino. L’aereo che mi vola sulla testa quando giro sotto la pista è un AirItaly, mi viene in mente Eataly, a come Farinetti con quel nome avesse in mente un programma per mangiarsi l’Italia. Mi viene da coniare una sua frase, apocrifa: ” Bisogna esser furbi senza perdere la culezza”. La riporto tra i fatti perchè ho durato fatica a farla andare via. Una donna di origini asiatiche cammina parlando al (o ascoltando qualcosa dal) cellulare. Segnatevi questa donna.

Supero la frazione di Linate, davanti al bar, ci sono dei cacciatori (un sentito ‘fanculo a loro) di fianco a un grosso pick-up bianco che aveva fatto inversione mentre passavo io, vicino a uno slargo in prossimità di una cascina semi-abbandonata. Proseguo in direzione Parco Forlanini, incontro il primo runner ed ha una faccia nota. Non è la prima volta che lo vedo. Lo saluto e lui contraccambia. Deve aver tirato anche lui un sospiro di sollievo pensando che non era il solo, in giro. vedo una nutria spantengata e secca sulla strada. Questo fatto mi ricorda un periodo in cui in quel tratto di strada ce n’erano 5, ognuna con un differente grado di decomposizione.

Il ponte viola (che non è viola da un pezzo, ma azzurro) non è più un problema da un po’. Da quando mulino le braccia più forte su ogni salita che incontro. Ma il ponte viola sul Viale Forlanini è registrato in me come una fatica immane. Lo supero indenne e sono contento. Guardo giù dal ponte verso il parco e tre runner sfilano in direzione aeroporto, svolto anch’io ma mi frulla in testa di andare più in alto oggi, non voglio fare il solito giro dell’Idroscalo. Già questo fatto (di voler andare oltre) indica una buona presenza di testa. Mi chiedo solo cosa succederà quando sarò sui 10K e lontano più o meno la stessa distanza da casa.

Seguo i tre per 500 metri e svolto a nord subito dopo la cascina vicino al ponte Serpenteggio nel Parco, circumnavigo la collinetta bassa bassa a ridosso del campo pratica di golf e mi sparo su verso via Corelli con quella massa indistinta dei ricordi liceali del Trofeo Lange ed uno più recente, Palio dell’Ortica del ’13 o ’14, uno sparo di 6 chilometri in 27′.

Arrivo nel piazzale antistante il Saini e noto che di fianco all’Impresa San Siro, vi è una ditta (Exa?) cui non avevo fatto caso. Il prossimo appunto mentale è il Galèt, vicino al ponte su Corelli, ma prima ho tempo di ringraziare un tassista che mi fa passare: ero sulle strisce, ma lui arrivava forte eppure ha frenato con vigore. Prendo nota, di fronte al Galèt, di una serie di bottiglie di vino e una di coca (vuote, mi pare) lasciate sul davanzalino di una bocca di lupo del palazzo. Scollino sul ponticello e guardo la parte metallica dove passo. C’è ghiaccio e mi pulsa il dtto mignolo che ho saccagnato l’anno scorso il 7 gennaio su un’altro ponte pedonale (quello degli specchietti a Segrate) per via del ghiaccio (e della leggerezza con cui l’ho affrontato). Leggo “Ricicleria” e poi prendo nota del nome dell’autolavaggio antistante. Padrone e cliente, mentre stanno di fianco a una Fiat di colore blu, mi guardano. Cos’è, peno, sono così bello? Corro un po’ più forte.

Prendo nota di quant’è alto ogni volta il cavalcavia della tangenziale, butto l’occhio alla via che porterebbe a un passaggio presso il canile municiolae per poi sbucare in via Cavriana ma tanto vale proseguire, il cavalcavia dell’Oritca mi aspetta, con la scritta RESISTENZA al culmine. Resistenza e memoria, ora e sempre!

Scollino pure dal cavalcavia e la resistenza della salita si trasforma in abbrivio. In fondo prendo nota dei mattoncini di un rosso mattone stinto della scuola che sta lì. Penso agli student che oggi è domenica e quindi posso tranquillamente saltare scuola. Al semaforo Ajaccio cambio lato e mi infilo in via Privata Paladini (prima volta qui, via tranquilla). Mi sono ricordato che devo passare a vedere se incrocio Anna invia Carlo Forlanini, una piccola via non distante da Amedeo e da Largo Murani, capolinea della 61 (almeno lo era una volta). Anna, che non vedo da quasi 29 anni, per dire.

Giro a sinistra in Aselli, poi passo davanti al 6 dove c’è una corona alla memoria di qualche caduto, ma non faccio in tempo a ricordare chi fosse, mentre so bene che lì abitava un’altra mia compagna, Sara la rossa. Al semaforo attraverso per sfruttare il verde e poi mi tocca di passare con il rosso, da Piazza Fusina. Passo in Lomellina e devo stare attento a ogni via che aggetta su di essa. Via Labeone mi butta in paranoia per come si doveva declinare in latino: Labeo, labeonis? Sismondi, poco prima, invece ha il semaforo ma è verde con una macchina che sopraggiunge. Girerà? Ora mi ricordo perchè non corro mai in città, ma il post di qualche giorno fa mi ha messo nostalgia.

Passo davanti a un bar/gelateria (Labor, Albor, Alber,…) che ha insigne color panna, mentre proprio davanti un mendicante color cioccolato tende il cappello ed io gli offro uno sguardo gentile e un cenno, cui lui risponde con altrettanta gentilezza. Sempre bello, l’incontro tra due esseri umani. Ormai ci sono, Corsica è una grande arteria e il rosso mi mantiene da questo lato. Volevo passare di là, ma non mi fermo e incrocio due ragazze (una mora e una bionda) incappottate che parlano inglese tra loro. I passi carrai su Corsica sono minacciosi, ma solo uno è aperto, altri hanno tanto di cancello. Traverso Negroli e vado, mi chiedo quando attraverserò il Corsica e lo faccio in pieno rosso con un tram che arriva da fuori, ma poche macchine e mi trovo di là, lato giusto per girare in Repetti, Marco Bruto e via così, Ovidio e Mecenate. Scatto un po’ quando mi rendo conto di essere in strada con un corrimano che mi preclude il marciapiede. Tutto bene.

Aldilà dei Tre Ponti, sento il bisogno di capire quanto ho fatto. Prima volta che guardo il garmin, qualche occhiata prima mi diceva cheh viaggiavo sui 5:05/5:10, ma quando scatta il chilometro, scopro che è il numero 13 e che ho staccato un 4:40… Prendo nota e accuse mentalmente. Troppo veloce. Fra un paio di chilometri, sarò fatto, penso. Ma la cosa bella è che non so cosa ho combinato prima a livello di ritmi, quindi decido di continuarer a correre a sensazione.

C’è un semaforo rosso che quando diventa verde riversa un mucchio di auto verso destra su Ovidio, per Regolo, Salomone e Dalmazia. Una signora anziana con carrello della spesa rosso rischia di essere travolta. Accelero per essere lì in tempo per salvarla. Accelero troppo, è verde per attraversare e attraverso. Addio, nonnina, spero che tu sia al sicuro ora.

Passo di nuovo dall’altra parte, diretto fuori città su Mecenate,  mentre quattro runner fanno esattamente l’opposto. Scorgo il dialogo tra un fratello e una sorella, 5 o 6 anni lui 7 o 8 lei. Ci sono 4 che corrono, dice lui, e lei precisa Sono cinque, Quattro vanno di là e uno va di qua. Le passo accanto e le sorrido proprio mentre sta dicendo questa cosa. Ora il Mecenate vuoto si estende davanti a me. Un boato (e uno speaker che parla) arriva dal pallone della piscina FIN Daniela Samuele, proprio mentre passo accanto e poco più avanti una campanella suona insistita (un solo lungo suono che taglia l’aria come un martello pneumatico) all’altezza dei campi da tennis e del bunker. Il Mecenate si spezzetta a fronte di riscontri sonori, poi passo davanti al 76, dove c’è la corte dove ci sono CarGlass e MindGlass, dove riparano i parabrezza delle menti degli sciroccati. Penso che magari potrei incontrare la persona che si occupa del mio parabrezza, abita in zona credo. Ma è domenica anche per lei e c’è caso che sia pure in giro per il weekend.

Il prossimo enigma da risolvere, lasciata alle spalle la casa di riposo, è come passare l’incrocio Mecenate/Ungheria/Imbocco Tang.Est. Naturalmente, con il rosso. E qui, nel sottopasso, che inizio a pagare fisicamente ciò che prima ho accusato mentalmente. Un paio di chilometri che passo a decider se fermarmi o continuare. Mi riaggancio al percorso dell’andata e proprio nello stesso punto dell’andata (con una precision di +/- 100 metri) incontro la ragazza del cellulare. Ciò mi fa optare per continuare a correre, oramai i 20 chilometri sono alla portata, non devo spingere. Ai 13K avevo segnato 1:04:00 quindi posso anche prenderla comoda. Cosa che infatti avviene e il minuto di vantaggio sui 5’/km se ne va – senza patemi.

L’ultima cosa che registro, che mi ricollega al post “Lontano dal buio”, è un aereo che atterra. Poi, sono concentrazione sulla mèta, un compulsare il garmin a capire quanto manca.

Mentre la mia mente pensava a queste cose, in ordine rigorosamente chilometrico, il mio sistema di sopravvivenza si è dovuto occupare di circa 15mila passi, valutare sconnessioni del terreno, salite e discese, semafori, incroci con persone, bici e machine. Tutto ciò nonostante la mente continuasse a farmi pagare il pegno della sua instabilità svolazzante.

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2 risposte a "Long Franz Running"

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  1. 1) sei tornato ad essere quel gran runner che sei, il vino secondo me è stato decisivo
    2) i percorsi di urban running ti caricano, non c’è un cazzo da fare. ma solo se li fai ogni tanto. un paio di settimane fa sono uscito di sera senza voglia di uscire. al lambro ci sono arrivato, e sono quasi 5 km, ma io me volevo fare tra gli 11 e i 12. e allora senti che strade ho percorso: via palmanova, viale padova, viale monza. il trionfo dei gas di scarico. però mi sentivo carico.
    3) mi piace quel correre avendo gli aerei sopra la testa.
    4) e mi piace che prendi nota delle cose che vedi. io le cose macro non le individuo, figuriamoci quelle micro.
    5) sei tornato quel gran runner che sei. ah no, questo l’ho già scritto

    Piace a 1 persona

    1. 🙂 yuk! yuk!, come direbbe Pippo
      Il vino è sempre decisivo, come l’Amarone di Max Parisi la sera prima della Stramilano 2013. Io penso che il bianchetto mosso e un po’ dolce abbia fatto il resto. E le coppie soddisfatte che danzavano alla Sala Venezia

      Le vie di Milano purtroppo sono tossiche (tranne alcune strisce di sicurezza – tipo Martesana – che sono tossiche, ma un po’ meno, e fanno tanto bene allo sguardo)

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