Lontano dal buio.

Dedicato a tutti coloro che hanno la pazienza di leggermi, di aspettare che io corra di nuovo e riporti qui le mie senzazioni, le mie fibre pulsanti che trasmettono il movimento, il sangue che porta il nutrimento perchè ciò avvenga e la mia mente che si illumina. Come se il corpo fosse solo una dinamo per rendere incandescenti i filamenti; come se fosse una macchina costruita per correre, lontano dal buio.

 (24 gennaio 2019, racconto basato su una corsa realmente esistita da qualche parte nel tempo)

C’è un uomo che corre. Sta da solo, nel buio di una strada tra la città e la campagna, una strada pieni di polveri sottili, ma l’aria è buona, sa di letame e quando respira, la nebbia gli riempie i polmoni. Delle polveri sottili l’uomo sa per via degli allarmi alla TV, per la patina grigia sulle automobile. Il resto lo sa il suo corpo e poi, come si dice, quello che non ammazza fortifica, ingrassa. Sono le 5 del mattino e sta correndo da un quarto d’ora. Al suo fianco destro, si stende la ghirlanda di luci bianche e rosse della pista aeroportuale.

Dove sta andando non lo sa, non se l’è chiesto stamattina. Oggi ha detto solamente: è presto, dai, si va in città. Sa che oggi vuole fare l’impresa, sventrare i limiti delle sue corse, che sono soprattutto nella sua testa. Sventrarli come si fa con i pesci a cui si strappano le interiora e poi si chiamano branzini, sogliole, filetti, tonni pinne gialle, il risultato di un lavoro sporco, condotto dietro alle porte sventaglianti delle cucine. 

Vuole avere la sensazione del vuoto che si crea dentro, quando viene estratto tutto, è quello che sta cercando. Un po’ come quando cercava la sua anima negli ultimi conati di vomito dopo una sbronza, quelli verso l’alba, quelli che non tiri su più nulla e ti pare che fra un po’ sia logico che esca la tua vera essenza.  

Sarebbe fare così anche della sua vita. Esporre tutto e gettare quello che non serve, ma ovviamente l’uomo non lo sa fare. Sente solo l’urgenza indistinta di correre via da una vita che non gli somiglia più. Trovare significati in attività che gli sono care. Ha quasi pianto guardando Bohemian Rapsody. A lui non frega niente del fatto che magari la storia è stata grossolanamente rimaneggiata, che Freddy non ha fatto questo nel 1985 ma nel 1989 oppure che il manager cazzone non sia mai esistito. Freddy dal film esce un po’ sottotono, è un uomo come tutti gli altri, con mille problem irrisolti. Ad un certo punto del film c’è una frase, che recita circa così: ‘essere umani richiede una certa dose di anestetico’. All’uomo che corre per fuggire dalla sua mente implacabile è arrivato un bolo di emozioni difficile da mandar giù, l’altra sera, anche se sono decenni che mastica le canzoni dei Queen. A lui è arrivata – potente come un battito cardiaco che salta – la sensazione di aver perso il ritmo di una vita, e le occasioni. Perde un passo o due, incespica, traversando il ponte sul Lambro che emette spiriti che somigliano a sussurri d’animale.

Qualcuno ha detto che un grave crisi non andrebbe mai sprecata perchè ti dà la possibilità di fare cose che in condizioni normali non avresti potuto fare. Pensiero che sconvolge completamente il senso di una vita, l’uomo si rivolta come un calzino e alla fine trova che c’è solo della polvere, i sogni che aveva da ragazzo sono diventati formaggini dei piedi, cose di cui vergognarsi, Non ci sta. Non vuole che sia così. Molti gli hanno consigliato di stare calmo, di prendersi più alla leggera. In fondo, alla sua età, dov’è che vuol andare. Eppure all’uomo pare di essere l’ultimo dei giapponesi, quello rimasto a combattere la battaglia contro l’invasore. Solo avesse un po’ più di energia, cambierebbe tutto. E poi si toglie una scarpa, c’è una fessura tra suola e scarpa che gli ha provocato una fiacca. Con in mano il calzino cerca di massaggiare il piede.

L’uomo riprende a correre. Ha deciso che ignorerà il dolore e quello passerà, basta ingannare la mente. Si trova a passare in Marinai d’Italia, vicino a dove, proprio più o meno a quest’ora in un giorno qualunque, hanno stuprato una donna che aspettava l’autobus per andare al lavoro. Scommette che per quella donna quello non sarà mai più un giorno qualunque. Scommette che il dolore non potrà proprio ignorarlo, mai più. Pensa ‘la Madunìna da qui non si vede”, ma sarà a 2 km al massimo. La provvidenza divina non sempre dà una mano, anche se uno  la cerca. Ingannare la mente non è ingannare noi stessi. Noi stiamo più in profondità.

Si chiede quale tribunale possa essere adatto a giudicare la marea di cose che gli passa per la mente. Si chiede se possa esserci un metro di giudizio imparziale a cui appellarsi, oppure se le emozioni che turbinano siano il vento del cambiamento. O se quello sia solamente lo spostamento d’aria provocato dalla risata di una schiera di angeli che incuranti dell’ora guardano giù dallo spalto nebbioso. 

Un caro amico, qualche sera prima, gli aveva detto: “Sai qual è il tuo problema?” L’uomo stava già sorridendo perchè con questo amico c’è un rapporto speciale: nonostante la distanza geografica che li separa, ogni volta che si sentono a distanza di mesi, è come se avessero parlato il giorno prima. Sapeva che qualunque cosa avesse detto, sarebbe stata quella giusta.

“Il problema è che tu ti stai sul cazzo tremendamente”, aveva concluso. Ed è vero, non c’era bisogno di aggiungere altro. All’uomo venne in mente un’immagine: un giudice. Un giudice monocratico, con stola e mantello nero, occhiali rotondi d’acciaio, naso adunco e magrezza che ne risalta l’aridità. Una magrezza da dieta a base di libri di legge, solo parlare e battere il martelletto sul blocchetto ligneo. Assiso su un alto scranno, legno lucido e scuro, guarda i raggi del sole che illuminano il pulviscolo nella stanza. L’uomo è lì, davanti al giudice, e il pulviscolo è formato da tutte le occasioni perse nella sua vita. Il giudice infila l’uomo tra il martello e la base, lo batte e lo frolla per bene, avendo statuito che anche stavolta l’uomo è colpevole, passibile di una pena di 20 giorni di immobilismo sterile nel piscio delle sue convinzioni più becere. “Sono una merda, “Non so fare un cazzo” e, ancora, “Non sono io che decido delle mie cose. A me è andata solo bene. Finora”.   

Non c’è nessuno in quella stanza, e da fuori non si vede nulla. Dietro le cortine di velluto scuro della solitudine, siamo capaci di condannarci alle pene più tremende. Improvvisamente l’uomo si sente solo, sta in piazza Duomo e si sorprende dell’ora e dei giapponesi che fanno selfie alle sei di mattina. Si sente l’ultimo degli umani a resistere in una bolla di senso che capisce solo lui. La sua vita è come se fosse incastrata sotto una roccia, con l’alta marea che incombe a togliere spazio e ossigeno. Bisogna trovare la via d’uscita.

L’uomo corre provando a usare le immagini di Milano come carosello, via Dante e il Castello, l’Arena e via Bramante, e poi si trova al Monumentale e gli si apre il cuore, sapendo (e scoprendolo in quel momento) che era sempre al nuovo centro direzionale, Gae Aulenti, che voleva andare. Il centro gli si para in lontananza a un chilometro circa con le luci e le trasparenze e l’immenso dito medio delle istituzioni bancarie che si leva per tutti i poveri cristi. Ora il cielo ha un bel colore azzurro, come quello di un laghetto montano all’alba. Senza contare che quel colore gli arriva proprio dal cielo. Il Pavillion è come una fisarmonica appoggiata a terra e illuminata in modo che il musicista sappia sempre dov’è. L’uomo assorbe tutto questo e continua la corsa. 16 chilometri e ora tocca tornare.

Alla fine si torna sempre da dove si è partiti. La luce diventa sempre più forte e il blu diventa grigio chiaro e piatto, il colore più comune tra le automobili. Toccherà ricordare i pochi momenti di elevazione osservati nel suo incedere costante. Loreto, il suo liceo gli scorre via come un fantasma e l’unica cosa che riesce a ricordare in quel momento è che si era messo insieme a una ragazza più piccola di un anno perchè i compagni di classe l’avevano avvertito che lei era interessata. Proprio così, come si lascia un messaggio per essere richiamati. “Scusi, non è che mi può amare?”. Anche lei un fantasma che gli rimanda uno sberleffo. Poi Lambrate, Città Studi, la fatica di scendere a sud e di indossare nuovamente i vecchi panni. Chi sarò, dopo che questa corsa sarà finita?

Il grigio e la nebbia nascondono gli angeli che si sono stancati di ridere e ora dormono indifferenti. L’uomo si è stancato di correre. 27 chilometri. Cammina di fianco alla pista d’atterraggio e vede la pioggia di aerei che portano persone che andranno in quegli stessi luoghi toccati dalla sua corsa antelucana. Per fare altro, per vivere vite diverse dalla sua, mentre lui non sa più quale vita vivere. L’uomo corre, vuole correre lontano dal buio.

 la corsa è esistita qui: Milàn col coeur in man
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4 risposte a "Lontano dal buio."

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  1. Franz, tu lo sai che è molto facile vedermi, a patto di dirmelo prima. quest’anno molto più che lo scorso anno sarò mobile lavorativamente parlando (basta che guardi le ultime uscite sul connect)

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  2. Nemmeno io ho capito tutto, ma un po’ so cosa vuoi dire. So che passerà un po’ di tempo prima che mi possa perdere in una corsa (perché per perdersi ci vuol di più delle poche decine di minuti che avrò per i prossimi mesi), ma leggerti mi ha fatto venire ancora più voglia di ripartire!

    Piace a 1 persona

    1. Hai ragione. In nuce, il fatto è che sto attraversando un periodo di crisi lavorativa. Ma questa frase potrebbe continuare in due modi. 1) “da tutta la vita” (per il fatto che mi sto sul cazzo, come giustamente ha detto il mio amico) oppure 2) “e vorrei approfittare per capire chi sono.” Ma non in un senso generico, vorrei proprio capire e, se devo, cambiare mestiere. Roba lunga, insomma.
      D’altronde, è come dici tu: ci dobbiamo vedere! 🙂 Meglio se davanti a un bicchiere, a dei piatti o a qualche K fatto in santa pace correndo sul naviglio.

      Mi piace

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