Valley low, Mountain high

Se non avessi letto ciò che dice Reinhold Messner sulla salita –  nel lontano 1970 – al Nanga Parbat dal versante Rupal (con il fratello Gunther, poi morto durante la discesa) non sarei mai arrivato a comprendere quello che ho vissuto ieri mentre correvo. Ad un certo punto Reinhold dice che la vetta sembrava lì, ‘vicina’, ma poi, complice un po’ di nebbia frapposta tra loro e la cima , improvvisamente pareva molto molto lontana.

Ieri ho capito cosa mi ha attratto nella corsa di 12K + 12K che mi ha portato all’eremo di Sant’Alberto. La cristallinità dell’aria, l’assenza di qualsivoglia vapore, rendeva il paesaggio quasi un tutt’uno con me, come se non io facessi parte del paesagio ma lui fosse parte di me. Grazie a Messner ho capito che l’assenza di ‘filtri atmosferici’ mi aveva posto in contatto diretto con le cose come sono. Ieri mattina alle 7, quando ho iniziato, avevo in mente altro.

Avevo in mente di salire subito verso il Monte Calcinera (dopo 1K di corsa) per discendere a Trebbiano e poi andare in Val di Nizza e risalire di là verso Piumesana. Ma un’occhiata alla valle Staffora laggiù e mi sono sentito chiamato verso il basso. Era un richiamo potente, non eludibile. Era un “Valley low, Mountain high”, un gospel venato di blues. I verdi scuri deli alberi e l’azzurro del cielo, i vedi più chiari dei prati e la qualità visiva croccante dell’aria mi hanno piegato a una volontà superiore. Sono sceso a Ponte Nizza via Campalbino e poi ho risalito la Val di Nizza per un paio di chilometri. Là ho visto un cartello, di quelli bianco-rossi: sentiero 187 verso Pizzocorno. Un bel salitozzo dai 300 ai 600 di cui la prima parte è traverso campi e poi in una macchia boscosa lieve.

Dopo Pizzocorno, ho potuto entrare nel bosco, prendendo il bivio per il sentiero 10, che mi avrebbe poi portato all’eremo. Nel fitto del bosco ho pensato anche che avrei potuto benissimo incontrare un lupo (nella zona, ci sono) tanto erano remoti e selvaggi il luogo e il tempo. Ma poi l’animale che ho incontrato è stato un daino che correva davanti a me, su un prato verde a grandi balzi fino a sparire di nuovo nel bosco. Il cartello da Pizzocorno all’eremo diceva 45 minuti e io ci ho messo 15 minuti. Non era nemmeno mia idea andare fino a là. Volevo prender Moglie (è un paesello!) ma il cartello dei minuti mi ha invitato a vedere quanti ce ne avrei messi. E così ho fatto la frittata. Cioè, in relatà quando sono arrivato sono stato colpito dalla quiete che regnava.

All’eremo, un frate mi ha accolto offrendomi un caffè. Io ero già entrato in chiesa bello sudato marcio e ivi ho anche scritto una frase sul libro degli ospiti (tipo “in visita di passaggio, data, Franz”). Una volta uscito da lì, il frate si è fatto incontro e ha offerto il caffè (e un biscotto, ma me ne voleva dare anche di più) con tale disarmante semplicità che non ho potuto dire di no. Sono stato colpito dal silenzio, dalla pace e dalla semplicità. Per un attimo, mi sono chieso se fosse il preludio di un lasciare tutto e seguire un strada nuova. Ma forse sono un tantino complicato da seguire alcune intuizioni fulminanti. Eppo l’intuizione l’avevo già avuto durante la corsa.

Certo è che appena prima che il frate mi fermasse avevo cercato di andare a Moglie scendendo per un ripido attacco di sentiero (147) il quale era così pieno di rami (dal gelicidio) e scavato dall’acqua che ci ho ripensato subito e ho deciso che sarei tornato per la strada normale. Infatti ero stanco e ritenevo di non averne per affrontare con la dovuta lucidità eventuali ostacoli. Già era molto correre veloce e in giù senza cadere!

Salutato il frate – avrebbe detto messa in due luoghi distinti della Val di Nizza ma non allo stesso momento, neh? – ho ricominciato a correre giù verso Pizzocorno e Molino del Conte, dalla strada in cui non ho incontrato automobili ma solo un ciclista che risaliva. L’ho salutato con un “Salute” ribattuto con un “Ciao” perchè il “Salute” mi era uscito come sorpresa per la tenacia e la salita che avrebbe affrontato. Il tratto in discesa l’ho corso sotto i 4’30″/km, votandomi al suicidio.

Giù in valle mi sono riallacciato al “lungo Staffora” e ho ripreso più avanti verso Campalbino e Piumesana (un bel salitone per tornare dai 250 ai 500) senza in ogni caso forzare perchè la coscia sinistra prometteva scioperi funzionali. Sono tornato a casa dopo 3 ore, un giro molto interessante in cui occhieggiavano già le indicazioni per Varzi, per Sagliano e per Oramala.

E così sono di nuovo al punto di partenza. Pensavo di aver fatto martedì il mio primo allenamento per il prossimo obiettivo di running. Ma ieri ho capito che non se ne parla ancora. Non riesco a focalizzare ancora bene quello che voglio fare quest’estate. Anzi, sento un richiamo verso le salite e le vette – che è pure un richiamo antico. Così forse farei bene a seguire questo richiamo, lasciando perdere le lusinghe di chilometri sempre più veloci preferendo loro chilometri sempre più erti e panorami che abbracciano valli intere.

In ogni caso ieri non mi dava fastidio percorrere certi tratti a 12′ o 13′ a chilometro. Non mi dava fastidio camminare nell’erba alta sopra il ginocchio (e ho le gambe lunghe!) e avere le scarpe bagnate e infangate. Sentivo la pompa del cuore lavorare alla grande e intanto salivo sempre di più. Più salivo più mi sentivo leggero.

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