Il terzino nella grappa

“Il corpo ridà ciò che tu gli cacci dentro, in termini di vomito, eiezioni e prestazioni” (Uno yogi dell’hinterland mi disse)

Il terzino nella grappa, ovvero la traduzione letterale del titolo originale de “Il giovane Holden”, che è “The catcher in the rye”. Un pasticcio, perchè si tratta di una frase che il protagonista storpia da una canzone irlandese. Ma l’espressione rende bene l’idea di come sono io in questo momento. L’espressione contiene una parte in chiaro e l’altra che va spiegata.

La parte in chiaro è, ovviamente, nella grappa che è rappresentante nobile di tutto quel mondo alcolico che entra in me e sublima. La parte che va spiegata, parte da un ricordo amaro di esclusione. Quello delle partitelle nei campetti dell’hinterland, in cui la più grande frustrazione era quella di essere scelto tra gli ultimi, dai capitani che formavano le squadre. E poi vivacchiare durante la partita in fase arretrata, con quel marchio infamante e avendo paura di ogni singola sortita in avanti (autentiche invasioni barbariche, agli occhi dello spaurito difensore) dei galvanizzati centravanti avversari.

Potrebbe essere il ricordo di tantissimi – e potrebbe essere declinato al maschile o femminile in vari sport – ma non è il mio. Io venivo scelto un po’ prima perchè sgroppavo sulla fascia che nemmeno Preben Larsen Elkjaer del Verona campione d’Italia. Anche in quello, una chiara indicazione del sedicente runner che sarei diventato, quello che vince una corsa venuta bene una volta ogni tanto.

Ma io mi sento terzino, nei confronti della corsa, quello scelto per ultimo, quasi per caso. Solo che sono io stesso a scegliermi per ultimo, come se non dessi importanza e credito a ciò che faccio. Nella mia paranoia (di essere tra gli ultimi) non mi permetto una sana fottuta disciplina, una dedizione totale volta a un risultato podistico migliore. Il mio ego mi controlla, totalmente, e il mio ego a volte può essere folle come Kim Jong-un.

Nella mia immaginazione vedo tutti voi correre veramente in un mega centro sportivo con una pista meravigliosa, mentre io è come se corressi fuori da lì, intorno a un recinto che mi esclude.

Poi arriva l’azione. L’azione mi fa uscire domenica, intorno alle 9:30. Non troppo convinto mi reco al cancello di partenza. Nessuno intorno a me, dovrò correre ancora con me stesso e il mio incessante flusso di coscienza. La massa podistica bipolare del 2 aprile è lontana una decina di chilometri e 600 chilometri da me.

L’azione è l’unica risposta a questo “mi si escludeva” auto-inflitto. Trovo un tizio all’Idroscalo, subito all’inizio del giro, e lo punto. Lo raggiungerò solo alla fine del giro, perchè va bene l’allenamento ma se uno ti punta tu devi rispondere. E lui risponde e mi porta a correre sui 4’45” a chilometro, cosa che non avrei voluto fare. Si vede che mi controlla. Io lo tallono. Un accenno di dolore all’anca mi fa ritrarre sui 4’55”, al ponte di legno di ingresso all’isola delle rose sono di nuovo dietro di un 50/60 metri (come all’inizio). Ma poi succede il miracolo, io mi riprendo un po’ e velocizzo la corsa e lui crolla. Lo passo mentre arriviamo alla zona dell’ingresso sud.

L’azione sconfigge Kim Jong-un, il cattivo padrone che domina le mie emozioni e le vira in nero. Mentre voi siete nel mega centro sportivo a correre la maratona, l’azione aiuta a trasformare un primo paio di chilometri di sofferenza in una cavalcata perfetta, 12,195 chilometri in 1h e venti secondi. L’azione mi ricollega con voi tutti che correte la maratone di Milano e Roma. E non sono più solo. Mi ritrovo disintossicato dalle troppe grappe e soprattutto ritrovo me stesso e il valore che mi dò nell’azione della corsa. Parafrasando Gabbani “Per Kim un’ora d’aria di gloria”, ora guardo con fiducia alle mie prossime corse, fino al prossimo test nucleare del cattivo padrone.

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