Cose che ho imparato dalla Stramilano

“AAA Cercasi… Leopardo acrilico, sudato ma tenuto bene”

Fantastico, correre trainato da un leopardo, piuttosto che inseguendo una lepre. Capita anche questo in una Milano africanizzata dai keniani e dal caldo, più che dalle palme.

Mi ricordo quando li ho visti passare i keniani, era il minuto 11° e rotti, loro svoltavano dopo aver percorso Corso Sempione, io lo stavo per imboccare. Da rimanere impalliditi. Ancor più dopo, quando ci sono uscito, da Corso Sempione.

Il leopardo, invece, l’ho incrociato all’inizio della corsa, tempo di scambiare quattro parole per capire l’origine della sua mise così insolita. Un vero animatore della corsa. Più avanti nella corsa l’ho visto (mentre facevo la respirazione bocca a bocca ai miei polmoni) lui a pieni polmoni incitare la folla ai bordi del tracciato. Avrei voluto incitare anch’io ma il mio senso delle cose mi imponeva un certo aplomb, che si potrebbe tranquillamente riassumere nell’espressione “physique du role” (‹fi∫ìk dü róol›). Io, per dirla tutta, avevo bisogno di essere incitato, e non ne avevo in corpo per incitare. Lui intanto teneva banco su un palcoscenico lungo 21K.

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Sono arrivato alla Stramilano 2017 senza pormi obiettivi di tempo (leggi: senza arrivare senza essere stressato dalla paranoie che di solito mi prendono nei giorni antecedenti la gara) ma con l’obiettivo di concentrarmi sul dolore che sarebbe sicuramente saltato fuori.

Cose che ho imparato da questo fatto:

1) Correrla tutta; 2) correrla in pace con me stesso; 3) correre in fartlek senza pensare al generale; 4) correrla facendomi trainare da pacer delegando il ruminare di pensieri ad altri; 5) Correrla passando di tanto in tanto la borraccia e prendendola da altri quando serviva: da questo mi viene un senso di amicizia verso tutti i runner e verso il mondo in genere; 6) Correre per dare supporto e fare forza a chi non ne ha più; 7) Correre sentendo tutta la passione che tutti ci hanno messo

Alla fine il Garmin si è fermato a 1h48′ per 21,5 chilometri inaspettati di gioia e fiducia in me stesso. Sempre attento a domare il fastidio all’articolazione dell’anca sinistra, sentendo il mio ritmo, accelerando per brevi tratti a 4’30” nella prima parte di gara, affrontando dignitoso gli strappetti di Porta Nuova e dei giardini di Palestro; e nella seconda parte (circa dal 10° al 16° chilometro) seguendo il ritmo di 4’40″/km di una inconsapevole pacer, ascoltando sempre le risposte che il mio corpo dava a questo sforzo e non forzando mai; infine, per gli ultimi 2 o 3 k, inseguendo il leopardo ritrovato. Infatti dopo il ristoro del 18° chilometro (dove ho camminato per bere con calma l’ultimo calice di integratore e farmi l’ultima doccia da mezzo litro) l’ho visto rispuntare, mi ha superato e gli ho dato una voce. Mi ha detto, “lascia tutto (NdA inteso ‘tutte le paranoie’) e seguimi”. Ovviamente, non letterale, che mica era Gesù! Anzi, come direbbe Battiato, Lascia tutto e seguiti. Forse era Battiato.

Peccato che alcuni crampetti in agguato non mi abbiano fatto fare lo scatto finale, perchè l’avrei salutato volentieri di persona. Ma è forse l’unico rammarico della giornata. L’Arena Civica l’ha fagocitato circa un ettometro prima di me. Io, entrando in Arena sono incespicato (su un gradinetto? sui miei piedi? sulla volontà posticcia di fare uno scatto?) provocandomi un bel doppio crampo sincronizzato ai polpacci. Una fortuna non essere stato travolto da decine di runner e chiedo scusa a tutti quelli che ho intralciato. Dico “Grazie!” ai tre ragazzi della Croce Rossa che mi hanno accolto per controllare che fosse tutto a posto, grazie per chi dal pubblico ha detto “Dai! forza!” e mi ha convinto a corricchiare sulla pista, ché davvero non si può correre 21 chilometri e camminare proprio alla fine. Per darmi un tono, ho dato il 5 alla speaker della manifestazione che accoglieva i runner all’arrivo. Poi è finite. Non ero nemmeno coì stravolto dalla fatica, visto che ero sopraffatto da una marea di pensieri positivi.

E un pensiero va anche al Casey di “Do what you can’t”. I did what I wasn’t supposed to do. Correre 21 chilometri a 22°C dopo 23 giorni di allenamento zoppicante (gamba sifola inside) era la cosa più sbagliata da fare. Ma anche quella più giusta.

Con la postilla che l'”hater” e il “doubter”, qui, ero io e soltanto io. Ero.

 

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