Preludio e fuga

Ho questa foto di pura gioia. E’ di un bambino con la sua pistola. Che spara dritto davanti a se. A quello che non c’è

 

C’è un momento in cui si deve passare dalla fase destruens alla fase construens. Per me viene facile la parte in levare, nel senso di levare le tende. Mi viene facile pensare: quello che non c’è è sicuramente migliore di quello che ho. Poi quello che non c’è ancora si avvicina e diventa vicino e poi vero. E io inizio a voler scappare dalla nuova situazione.

C’è una situazione – reale – in cui io sto sfidando questa mia “regola” del Preludio e Fuga. Contemporaneamente è un campo di battaglia e un campo di gioco insieme. La situazione è la mia partecipazione alla band in cui io suono le tastiere, nonostante tutto. Anzi, nonostante me.

Quando due anni fa (estate 2014) ho cominciato a far parte dei Grossomodo, ho allacciato una intensa relazione umana con altre persone spinte dal sacro fuoco della musica. Ancora non sapevo, però, che stavo soprattutto sfidando me stesso. A rimanere.

Il gioco è sempre stato questo: trovarmi a disagio per via di qualche difetto. Non conoscevo il repertorio e ho dovuto correre per acquisirne la padronanza. (Preludio). Quindi iniziare a pensare di lasciare il gruppo (Fuga). Poi venne l’epoca in cui sotto processo c’era la mia capacità di memorizzare le canzoni. Io e i miei foglietti compitati di fretta con gli accordi, come coperte di Linus. (Preludio). Mi ci coprivo ed ogni volta che gli altri dicevano “Dai con quei foglietti!” io non potevo che incassare. E pensare a quello che non c’è (Fuga).

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C’è stato un periodo in cui andavo a suonare con la morte nel cuore, perchè mi pesavano quei 20 e passa chilometri. Ma ogni volta, il contatto umano con persone veramente speciali e la magia della musica rinnovava la passione. C’è stato un periodo che pensavo di lasciare. E a un certo momento sono arrivato a dire ai miei compagni, “Ragazzi, ho deciso di lasciare il gruppo”. Per poi rimanere, dopo che l’acme di questa nuova fuga si era stemperato, ma solo “fino a che non trovate un nuovo tastierista”.

I preludi sono sempre state preparazioni di scenari apocalittici; le fughe, prospettive di felicità irrealizzabile. In mezzo, c’è sempre stato il rifiuto di riconoscere i miei progressi.

Ora il repertorio è diventato anche un po’ mio, avendo contribuito in senso elettronico a certi arrangiamenti e alla scelta dei brani da suonare. Ora ho buttato i foglietti dalla finestra, come si fa con il ciuccio con i bambini che non vogliono smettere di usarlo. Ora non sto più male, quando devo andare a provare. Sono sicuro di andare là a suonare e divertirmi e ritrovare me stesso. Anche se poi è una sera in settimana e vado a letto mediamente alla 1 e 35. Quelle susseguenti cinque ore di sonno sono quelle di una persona completamente soddisfatta.

Ma ora sono in una nuova fase del gioco, più sottile se la si vuol veder in questo modo. Avendo allontanto problemi più “pratici” e “quantificabili” (repertorio, memoria, morte nel cuore), la nuova battaglia sta nel richiamare “le mie radici”. Ho iniziato a pensare che in realtà io ho un’altra storia musicale, che forse sarebbe meglio studiare e suonare jazz e blues, che è più o meno da dove arrivo. (Preludio). Questa è davvero pesa. Se ci credessi, mi lascerei fuorviare dalle radici e andrei a cercare, anche lì, quello che non c’è (dovrei forse suonare Mozart con la spinetta?!?). Dov’è la fuga qui? Sarebbe il frattale di una fuga, sarebbe Achille e la tartaruga. Attenzione alle radici.

Le radici sono mani e dita infilate nella terra per nutrire la propria vita. Non esiste “un altro posto” se non quello dove sei. Esiste l’impegno ed esiste la propria personalità. I miei compagni della band hanno sempre rispettato la mia personalità musicale. Lo hanno fatto sin da quando mi hanno insegnato a suonare con il numero di dita adeguato all’economia dell’arrangiamento. Fin da quando mi hanno aiutato a segare le settime e le none, le undicesime e le tredicesime se non strettamente necessarie. Nonostante il giochino “Preludio e fuga” sia sempre in agguato, la mia personalità musicale riesce a esprimersi. Nella mia musica ci metto le cose che voglio, perchè ho imparato a capire quando vanno suonate le note. Ho capito che niente mi è vietato, a patto di usarlo bene.

Non esiste un posto migliore dove suonare e ieri sera ne ho avuto la riprova, grossomodo. Non mi sono mai sentito tanto blues, quanto nel suonare “Je so’ pazz”. Nè tanto jazz nel ricamare su “Little wing”, non tanto l’assolo, quanto il finale con il canto sospeso delle note. Sopravviverò, ho pensato, grazie a quella piccola cosa pazza chiamata amore (per la musica) e alle preghiere a un mio personale Gesù. Tutto suonato e vero.

Loro, i miei compagni di musica, lo sanno che sono così. Non c’è mai stato bisogno di spiegarglielo. Oramai il nuovo tastierista l’avranno trovato, credo.

 

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5 thoughts on “Preludio e fuga

    • Io rimango, non sono Frusciante (per citare un nome generazionale). Non esco dal gruppo.

      Sulla passione: vai a tutta! Non perdere nemmeno un minuto in più su cose per cui non vale la pena…

      E sull’invecchiare: chiedi pure a me che sto a 3 “yarde” davanti (se ho letto bene un tuo post recente).

      Mi piace

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