Bewusstsein

(l’altipiano dell’essere)

Dalla nebbia sta lentamente emergendo quella grossa massa scura, quella roccia, che avevo lasciato tempo fa per avventurarmi nei meandri della vita.

Sto su un vascello vichingo e porto con me le spoglie del vecchio me. Le bruceremo più tardi, quando saremo al sicuro nella baia. Abbiamo le nere insegne di morte che scendono dagli alberi della nave fino a strisciare nell’acqua. La nostra vista fa impressione. Ieri, durante la rotta, abbiamo incrociato gli irlandesi. Tornavano dalle coste del Galles, da una spedizione vicino di cui ho sentito parlare. Ci hanno lasciato passare come se fossimo fratelli, sollevando i remi in segno di rispetto. Un corno dalla loro nave ha dato un lungo suono lugubre, seguito da un centinaio di voci che urlavano rauchi all’unisono. Senza insegne funebri, le nostre armi si sarebbero incrociate con le loro.

Non sono triste, perchè le spoglie non sono più parte di me. Ciò che non si alimenta più con il sangue diventa rapidamente cosa morta e dimenticata. Io sono avanti oppure le spoglie sono ai miei piedi ma io guardo oltre. Ciò che mi aspetta è la roccia, il sentimento di avere i piedi bene sul terreno. Domani, per suggellare la riconquista della consapevolezza, salirò in montagna e spero che ci sia limpido da lassù, per guardare le valli e le cime della vita come il flusso quotidiano le ha scavate. Domani sulle prime salite lascerò sfuggire una risata amara su quanto ho perso nelle battaglie della mia vita. Ma, più in alto, essa lascerà il posto a una risata franca e liberatoria: la certezza che noi non moriamo mai, ma ci ritroviamo all’inferno per raggrupparci una volta ancora. E se l’inferno ha gli occhi del cielo, meglio guardarlo da vicino.

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La vita è la faticosa conquista della consapevolezza. In questo senso sono ancora molto lontano dalla metà, ma almeno ho individuato la cima che vorrei raggiungere. Il senso di poïesis, quella fottuta bestia nella testa di tutti noi del dare un senso alla vita tramite ciò che si fa, passa dall’atto della creazione di qualcosa. Ho provato a fare tante cose a livello creativo, scimmiottando questa o quell’arte che io non possedevo e nel contempo rimanendo lontano da ciò che sono veramente. Devo un’altra volta riferirmi a tempi lontani, stavolta spingendomi negli anni Settanta, a quel bimbo che si affannava su una bontempi bianca e arancione. Quel bimbo che a volte ha cercato di emergere, più avanti negli anni, come un delfino che sbuchi a tratti da una vita trasparente come la volta celeste, dove nessun segno può essere lasciato. Non c’è nulla che possa avvicinarsi all’importanza che la musica ha per me. E questa consapevolezza è la massa scura che si sta rivelando dalla nebbia. E’ la Lorelei che devia il corso del mio Reno e che attira magneticamente la mia attenzione. Il nome in tedesco rende bene sia la relativa durezza del concetto (forse dato dalla presenza di quello “st”) accompagnato da un senso di affossamento, come una concavità che prepara alla risalita: pronunciare il “bewuss” che si inabissa appena prima di sfoderare quella dolomitica “st” che si erge sull’altipiano del “sein”. Qualcuno mi venga in aiuto perché la mia analisi fonologica finisce qui.

Forse è una questione di composizione geologica, d’altronde si sa che roccia siamo e roccia torneremo, al più polvere se non ci saranno le condizioni di fossilizzarci in tempo. Questa roccia va affrontata con la giusta consapevolezza. Sarà tanto difficile quanto gustoso l’attraversamento. Il prezzo da pagare per non affrontare la roccia nel giusto modo, è volare giù dalle sue pareti. La consapevolezza va impressa in ogni passo. Prima di tutto, devi capire che tipo di camminatore sei. Non puoi camminare in un modo che risulti “la media” dei modi di camminare degli altri, non puoi farlo violentando la tua andatura. Ti faresti del male. Questo primo semplice passo, mi rendo conto, porterà ad alcune scelte nel medio periodo. Se infatti capisco cosa voglio suonare, non è detto che mi piaccia più ciò che suono ora. Anche se, perdonatemi la difficoltà di questo passaggio logico, ciò che so suonando ora mi piace molto. La domanda è: mi piace molto perché mi sento in senso assoluto o perché mi sento in contatto con la mia musa? Al che ribatto: se uno è consapevole piega lo spazio che lo circonda con la gravità – il peso – della sua convinzione e quindi determina anche il senso della musica che suona.

Quando uno attacca a farsi domande, non sa mai bene dove finirà. Scenderà sempre più nel dettaglio. Nello stesso tempo, salirà nella consapevolezza fino a quando sarà solamente un puntino lontano. Diventerà una stella.

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Hanno alimentato “Bewußtsein“:
– la prospettiva di un’escursione al Rifugio Rosalba sulla Grigna Meridionale
– l’energia che ci stiamo mettendo a preparare il repertorio del mio gruppo musicale  
– il mio amore per il tedesco (la lingua e l’universo culturale at large), viscerale e derivante da una frase di “Musica Ribelle” di Finardi

 

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One thought on “Bewusstsein

  1. Io penso caro Franz che un delle tue muse stia anche nella scrittura. E che le tue spoglie qualunque esse siano vadano onorate, sono state l’espressione della tua primitiva resilienza.
    Le lingue sono occhi nuovi per leggere il mondo.

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