Crono(logia di una )-scalata.

Ogni riferimento a luoghi reali è voluto. Objects are bigger than they appear.
Settimana di stop totale, questa prima settimana dopo il favoloso italico vagare. Senonchè, l’ultimo sabato di luglio, verso le 15 mi è venuta l’insana idea di farmi una passeggiata. In collina, in mezzo ai boschi. Conoscendomi, avrebbe potuto essere pericoloso. E, in un certo senso lo è stato, se si considerano i crampi verificatisi in muscoli che non conoscevo nemmeno. Quelli che stanno sugli stinchi. Perchè è ovvio che per uno che trasforma in corsa tutto ciò che vede, il non correre genera mostri. E una passeggiata in collina trasforma la prima discesa dopo il castagneto in un richiamo del selvaggio. E giù di corsa. Copro i primi 4K in 30′ – contando che nei primi due sono salito da 450 a 670 s.l.m. e contando che sul percorso (già collaudato) dell’Anello del Re, fino a Croce, penso che il best fosse 37 minuti. Poi via, verso la Castagnaccia e dopo Cascina Gabba (non siamo in metropolitana, è proprio “Gabba”, dove un cane mi gabba e abbaia felice al mio passaggio) girare a destra verso Zuccarello.

Il criterio di questa crono-escursione: camminare in salita (più veloce possibile) e correre in discesa e, possibilmente, in piano. Dopo Zuccarello non ho trovato i boschi. Quelli se li era costruiti il mio ricordo delle precedenti passeggiate. O forse ha pesato il fatto che le altre camminate lungo questo sentiero le avevo fatte in orari mattutini (tipo le 6 o su di lì). Alle 15:30 del 30 luglio boschi ombrosi non ce n’è, solo alberi di fianco al sentiero e rari spiazzi di ombra dove la linea dell’alberatura si allarga e si aggancia ai declivi boschosi. La strada a quell’ora è una striscia di terra calcarea bianca assolata, nell’assoluto silenzio di valli spopolate (o giù di lì). Un rapace marrone picchiettato di bianco spicca il volo da un albero lì vicino, mentre passo sotto l’albero dove stava. Sembra voler dire a me che quello è il suo territorio e se ne va a volare nel trapezio azzurro sopra la valle con precisione geometrica, sfruttando pigre correnti ascensionali. Io sfrutto pigre chine di discesa, maledicendo la prossima salita.

Quando arrivo sul Monte Sarnago, sono come un pugile suonato, indeciso se provare ad arrivare al Monte dell’Orso o rimanere sul Sarnago, turnicare (i calcagni che fanno perno nell’argilla) e tornare indietro. Ci ho messo un’ora e spicciolo. Con un paio di fermate per chiedermi “Che ci faccio qui”. Mi sento Chatwin, ma vorrei avere in mano un Gratt&Win, chiudere gli occhi dicendo Subitopuntoit subitopuntoit subitopuntoit e trovarmi in una spiaggia con un drink e una camicina azzurra a palme bianche stampate. Il fatto che il Monte dell’Orso fosse la mia meta segreta si scontra con la realtà di un allenamento inadeguato, di un abbigliamento inadeguato, di un orario inadeguato. Non è la camicina hawaiana sognata a essere sbagliata, sono i jeans da lavoro (sul ginocchio destro infastidisce parecchio uno sfilacciamento ogni volta che piego la gamba) e la t-shirt con i ghirigori azzurri disegnati 3 o 4 lustri fa a comporre un abbigliamento da magutt sperso nell’aere. La t-shirt è bella attillata e in più si è appiccicata al torso. Non c’è modo di asciugarla, se continuo a sudare così tanto (lo farò per tutto il percorso). Ma la vista della chiesa e del cimitero di Poggio Ferrato mi convincono a tornare indietro, con la loro nitidezza da modellino in una valle verde (Val di Nizza) tutto sommato priva di foschia o caligine estiva. Saluto l’Orso da lontano, con la mano: un senso di casa mi spinge a tornarci, a casa. Tanto più che mi rendo conto, sputando l’ennesima volta, che mi sono disidratato e che con sette chilometri e mezzo del ritorno ciò potrebbe essere un problema. La salita di 2K da Croce al Monte Calcinera (che sta tra l’11° e il 13°) si preannuncia faticosissima (e lo sarà).

 

I monti qui son colline ma gli oggetti sono più grandi di quello che appaiono sulla cartina 1:25000 dell’Istituto Geografico Militare che campeggia in casa. Io già lo sapevo, ma ogni volta che si prova dal vero è una conferma. Già tornare allo Zuccarello risulta un’impresa (dopo la discesa dal Sarnago, c’è una china ripida da Cascina Magoglia a Zuccarello. Quindi decido di sfruttare il declivio asfaltato da Zuccarello a Gabba per corricchiare e ridurre al minimo il tempo che devo stare fuori ancora. Infatti ora che ho fissato l’andata, il tempo del ritorno è come un pungolo a non fermarmi. Ho parlato di crono-escursione. A volte riesco a correre a sensazione, ma se mi prende l’ossessione del pareggiare il tempo dell’andata, non c’è nulla da fare. Crono-ossessione. In questi casi all’andata riesco a macinare i pensieri, al ritorno sono tutto fiato corto e cronometro. Nel momento in cui sto camminando, sabato che saranno ormai le 16:30, so che non potrò marcare lo stesso risultato e già di per sè questa è una sconfitta percepita. Quando fermerò il cronometro, il ritorno sarà di un paio di minuti più lento, una vittoria netta sul campo. Trovo 300 metri di ombra in zona Castagnaccia e mentre cammino mi ci rotolo come un Bovaro del Bernese fa di schiena negli aghi di pino del parco di Godiasco Salice Terme. Rock, mi pare si chiami, un bell’esemplare di 63 chili e 3 anni. Ma quando sono nell’ombra della Castagnaccia non posso sapere di Rock, perchè l’ho incontrato solo domenica sera. L’andamento rapsodico tuttavia è fatto di premonizioni e preveggenza. E molta molta fatica, al limite di perderci la ragione. Cosa che quasi mi capita quando affronto l’erta salita verso il Calcinera. L’ultimo gran premio della montagna, dove ci metto 12 minuti per fare il chilometro più erto. Casso! La mia cassa toracica si erge a diga per il mio cuore che vorrebbe dilagare tutt’intorno. Non è solo fatica, è che mi rendo conto di amare queste colline e che ogni volta che torno a casa è una specie di addio. Sulla cartina sembra tutto così piccolo.

A consuntivo, Il Garmin mi dice che a fronte di una quota minima di 470 metri e massima di 670, aumento e perdita di quota si aggirano intorno a 520 ciascuno. Arrivo senza più saliva in corpo e bevo (coscienziosamente lento) almeno due litri di liquidi, acqua e tè freddo ma anche l’umidità residua, tramite gli occhi. Negli stinchi ci sono sicuramente tutte le discese, e i crampi mi staffilano ogni qualvolta rimango un po’ fermo e poi cerco di muovermi. Poi vado a letto e ci dormo sopra. 15 chilometri in 2 ore e 5 minuti. La mattina dopo, gli stinchi sono di nuovo tornati a funzionare a dovere. Anche le gambe, direi, e l’indomito corridor celeste ch’io sono.

Annunci

2 thoughts on “Crono(logia di una )-scalata.

Cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...