Uno specchio

 

E’ più di quello che mi sarei aspettato: ero davvero diventato Harry Potter?” (auto-citazione)

Uno specchio, di quelli verticali con la cornice di legno tutt’intorno. Mi ricordo ancora quando e dove ho creato questa immagine. Mi ricordo il parco e il verde scuro delle piante e il cielo grigio di una giornata incerta di aprile. Lo specchio è ancora in quel parco, anche se lo vedo solo io. Un anno e un tocco fa, visualizzavo davanti a me uno specchio (quello specifico specchio) rotto. E lo specchio mi rimandava l’immagine di una persona a tocchi. Tutto ciò che volevo era tornare a vedere chiaramente in quello specchio. Volevo tornare a vedere una persona intera. Ci ho messo più di un anno a guardare di nuovo in una lastra unica. E finalmente ieri sera mi sono visto intero, ma ho avuto una sorpresa: non era l’intero che mi sarei aspettato. Mi sentivo (e mi sento) intero per davvero e quello che vedevo nello specchio ero io insieme alla mia famiglia.

 

Sono uscito dalla gabbia egoistica del “me stesso rotto”. E’ stata um’impresa anche solo capire che c’ero dentro. Ero all’interno della gabbia ma potevo camminare. Era una specie di gabbia prêt-à-porter: avevo le gambe libere perciò mi pareva di avanzare ma in realtà ero isolato dal mondo dalla gabbia. Mi rendo conto solo ora che la gabbia era costruita dalla mia tensione verso la perfezione dell’atto creativo. Io mi ritenevo una persona creativa (e lo sono per certi versi) ma mi autocastravo cercando di copiare forme che arrivavano da esperienze aliene a me. La perfezione ricercata era solo una bugia, visto che il singolo atto creativo è perfetto per natura e non ha una forma predeterminata. Aveva sbarre taglienti, quella gabbia, ed ogni volta che cercavo di uscire sgusciando da esse venivo fatto a pezzi. Riuscii a liberarmi dalla gabbia quando cominciai ad ignorarne la presenza. Riuscivo a ignorare la sua presenza perchè avevo trovato un equilibrio: esso stava nel valorizzare il lato umano di ogni cosa, lasciando perdere ogni aspetto di competizione. Anche e soprattutto quella con me stesso e con un metro di giudizio fasullo come quello della perfezione.

Harry_e_lo_Specchio_delle_Emarb

Mi rendo conto di aver camminato tanto, in quest’anno. Volgendomi indietro vedo una valle oscura (sic) ed ora mi godo il sole di un pomeriggio appena appena avanzato. Nella penombra (mentale) in cui ho camminato solo ora mi rendo conto di essere arrivato sul crinale di una collina. Guardando lo specchio, ieri sera, quello che vedevo era la sommità successiva da raggiungere sul mio cammino. La vera integrazione con l’altro, con il mio prossimo, che passa attraverso l’accettazione di me stesso per come sono. Ognuno di noi, in fondo è un work in progress. In latino, “perfetto” vuol dire portato a termine. E mi viene in mente il titolo di un’opera di Damien Hirst: “The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living“, che io declinerei in “L’impossibilità fisica della perfezione nella vita di qualcuno non ancora morto“. Come facciamo ad essere perfetti se non abbiamo ancora finito di portarci a termine?

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