Debriefing poetico dei 20K di sabato

Castello, Pestazza, Malaspina, Besozza, Malaspina, Carengione.
Non sono impazzito: è la filastrocca di un percorso tra campi, piste ciclabili, parchi cittadini, laghetti e riserve naturali. Togliendo i primi 4 chilometri (nel buio del primo tratto mi sono voluto tenere su piste illuminate) e gli ultimi due (di riconnessione a casa), questo vuol dire che ho corso per 14 chilometri in un ambiente in cui l’elemento Natura era prevalente (ovvio, una Natura addomesticata di campi, forre, alberi segati e trucioli sul ghiaietto, di fattorie e quartieri residenziali sullo sfondo). Ma, signori miei, alle porte di Milano correre per 14 km in detto modo non è così scontato.

 

Dove correvo prima (Parco Increa, Brugherio) l’area era fortemente costruita, anche ai limiti dell’idiozia. Sto parlando di un parco che resiste tra un mega centro commerciale di Carugate, nuove edificazioni cernuschesi che hanno mangiato tutto il territorio arrivando a toccare un area di rimboschimento a sud del parco di circa 1 km quadro (e sono generoso!). Parco Increa e area di rimboschimento sono ultimi testimoni e insieme vittime dell’aggressività dell’Homo Edilis. Capite bene che correndo ora in questi altri panorami vengo preso da un’euforia che magari a qualcuno potrebbe apparire ingiustificata.
Aldilà di questi rilievi polemici, vi voglio lasciare con un’immagine che (fortunatamente) ha preso il sopravvento su: 1) il blablabla della mente; 2) il tritarifiuti di una settimana intensa; 3) la ripetizione a loop infinito di “Now John at the bar is a friend of mine, he gets me my drinks for free. And he’s quick with a joke or to light up your smoke, but there’s someplace that he’d rather be” (Piano, man!)
Segantini_Die_beiden_Mütter
L’immagine benvenuta è questa: sulla strada della Pestazza, a quelle che dovevano essere le 6:40 del mattino, ho visto una scena (e una luce) degna del Segantini de “Le due madri”. Da scaldare il cuore. Passavo di là, presso una fattoria, e un carro fumante di paglia e letame fuori dal capannone segnalava la presenza di un umano. Quando sono passato davanti al portone di ferro scorrevole aperto e l’umano era in un angolo a trafficare con dei secchi. All’interno c’erano una decina di vitelli, tutti girati a guardare fuori da dove proveniva il rumore cadenzato (prodotto da un bipede insonne). La scena è durata due secondi al massimo, quindi si è concentrata anche nel rilievo di ogni sensazione che ho provato in quei due secondi. Mi torna in mente ancora adesso. Quant’è ricca la percezione umana. La luce era appena annebbiata e il capannone sembrava respirare della vita di questi esseri indifesi e bisognosi di cura. Gli occhi che ho incrociato erano più che umani.
Questo è uno dei momenti topici (come quello di Orione, a settembre di qualche anno fa) in cui un runner capisce che c’è qualcosa oltre la corsa. Dopo aver finito, qualcosa resta: un miglior rapporto con il mondo, un miglior rapporto con se stessi. Che poi è la stessa cosa.

 

Post-scriptum: forse il fatto che io sia vegetariano ha aiutato a vedere i vitelli come esseri viventi e no come braciole, costate e quant’altro. Ma vi risparmio il “De Esu Carnium” di Plutarco.
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7 thoughts on “Debriefing poetico dei 20K di sabato

  1. Anche io se vedo un vitello o un maiale non penso di sicuro alle bistecche, anche se non sono vegetariana (ma poco ci manca, per la quantità di carne che mangio io, il macellaio potrebbe chiudere)….comunque sì, running è poesia ma anche, come dici tu, un gran mazzo! Ma forse,e sono queste le cose che ti fanno apprezzare di più l’esserti fatto il mazzo!

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