Fortemente Off Topic /16 Memoriale Aldo Moro

( Racconto, liberamente ispirato alla tragica vicenda che copre il periodo dal 16 Marzo al 9 Maggio ’78 )

Ai confini della realtà tra l’Umbria e le Marche si erge il massiccio del Monte Vettore,il più alto dei monti Sibillini. Appena sotto la cima di quasi 2500 metri c’è una pozza d’acqua che gli ottimisti chiamano…lago… e che si trova a cinque ore di cammino dal più vicino luogo abitato

C’è un uomo che cammina nel bosco, con un ritmo così veloce che spesso si rompe in una corsa scomposta e disarticolata. E’ un uomo con una tuta felpata scura, il cappuccio calcato in testa. Dall’alto potrebbe essere scambiato per un monaco laico che si addentra in una terra desolata. La sua presenza in quel luogo è una voce che grida nel deserto. Potrebbe somigliare a chiunque abbia ricevuto abbastanza botte dalla vita da desiderare l’isolamento totale dal mondo, almeno per un po’. Il bosco nero e la peluria degli alberi appena accennata di una primavera tardiva sono resi irreali dalla neve appena caduta, l’uomo si muove su un piano di luce in bianco e nero, abeti e larici più in alto virano nelle tonalità di grigio più metalliche. Sembra uno scenario. L’uomo conosce i trucchi per rendere aperto uno scenario di teatro come se si fosse veramente all’esterno. Sono le luci, sono solamente le luci, talmente beffarde da far apparire una stanza molto più grande; talmente bugiarde da rendere quel tramezzo di un anonimo appartamento di periferia la barriera invalicabile di una prigionia assurda. In più ci si deve credere (o lasciarsi portare a credere) che le cose siano in un certo modo, si deve credere che una stanza divisa a metà sia normale e che l’uomo non sia imprigionato lì, si deve credere in una ricerca superficiale.

 

 

Il futile credo della fermezza contro il nemico è il laissez-faire più spinto per eliminare uno scomodo nemico interno al partito. Fuori è diverso, l’uomo è uscito dalla prigionia da un paio di giorni, forse tre, non importa, il tempo ha preso un peso diverso da quanto ha visto a terra i cinque ragazzi della scorta. I suoi ragazzi. L’aria di montagna entra come una lama nei suoi polmoni vivi. Cinquantacinque giorni chiuso in una metà stanza, ma appena prima della catastrofe – l’esecuzione della sentenza del tribunale del popolo – l’uomo ha trovato una via di uscita, anche se essa non è definitiva ma solo una dilazione. In fondo, gli uomini che lo vogliono morto sono dappertutto.

La vicenda resta tragica, un eroe destinato al sacrificio per false ragioni di fermezza e di stato, un coro di voci sdegnose che voltano le spalle alla decenza. Qui l’uomo è all’esterno e la tragedia tende a occupare tutto lo spazio possibile. In prigionia, temeva la porta posticcia del nascondiglio come fonte di guai ma qui è diverso, il pericolo è intorno. La luce è lo scenario, l’estrema apertura che sembra non finire mai, così tanto che dovrebbe coniare un neologismo, apertitudine – o usare il termine inglese openness – per farlo diventare azione, perché apertura non rende, vastità nemmeno, è ancora troppo poco.

–      hanno chiamato
–      e?
–      lasciatelo andare
–      non è in condizioni…
–      come sarebbe a dire ‘non è in condizioni’
–      sì, cioè, sta sbulaccando, dando fuori…
–      hanno chiamato e noi non ci possiamo fare granché

Maggio, giorno 9. L’uomo alla cornetta in una via di Roma è della colonna genovese ed è in trasferta per faccende logistiche. E’ lì per trasportare un corpo, ma tutto è già cambiato e ora dovrebbe trasportare un uomo in evidente stato confusionale e lasciarlo libero nei campi. Libero di che, poi, e fino a quando? Il genovese si rende conto che l’uomo è morto comunque. Tanto varrebbe aiutarlo a fuggire e far perdere le sue tracce, prova ad accennare la cosa ma all’altro capo del filo l’altro uomo, da Firenze, si spazientisce. 

–      non ora, Asse, non ora.
–      ne parleremo venerdì
–      sì, ma rilasciatelo oggi

Asse, che sta per ‘asino’, si prende cura dell’uomo appena liberato come se fosse un fratello. Il fiorentino ha esagerato, la sua lotta personale contro tutto e tutti – e foraggiata da tutti – ha i mesi contati, sono in gioco interessi molto più grandi di un’utopia armata, la ferocia del potere sta per abbattersi anche su di loro. Ormai Asse si considera un dissociato – perlomeno non pubblicamente, ancora – ma per quanto può si sforzerà di occuparsi del lato umano della vicenda, diventata ormai una questione tutta personale. Al diavolo la lotta allo Stato, al diavolo tutto. C’è un uomo da salvare e non c’è nulla di più importante di questo, qualunque cosa voglia dire, anche un periodo passato in montagna. La vita è fatta di passaggi obbligati per raggiungere gradi più alti di libertà. Se si vuole, è una lotta allo stato anche questa, perché per lo Stato l’uomo deve morire: sa troppe cose e troppe cupole si sono mosse per deciderne la sorte. Asse non riesce a capire perché l’hanno lasciato andare.

Nel deserto di quei monti impervi si è sviluppata una forma di vita del tutto originale che da molto tempo viene controllata con rigore scientifico applicando un metodo di repressione altrimenti chiamato tutela

L’uomo procede salendo, un po’ scomposto, tra gli ultimi scheletri nerastri di alberi appena bardati di foglie che daranno spazio alla scenografia dei pini in breve tempo. Di spalle, si vede che l’uomo ha uno zaino. E’ il periodo a essere sbagliato, troppo presto e freddo per salire agli oltre duemila metri del Monte Vettore. La mèta è a cinque ore di cammino dal più vicino borgo abitato. Al confine tra l’Umbria e le Marche, l’uomo sta procedendo un po’ affaticato ora, ma non è del tutto sprovvisto di mezzi. Roberto, così Asse si è presentato all’uomo, gli ha fornito attrezzature usate ad altre latitudini per combattere il freddo; ed ha condiviso con lui la gravità della situazione. L’uomo ha aderito al programma di fuga in montagna per poter riabbracciare i suoi cari, ma lontano dall’Italia, da questo posto marcio che non ha futuro. Aveva ragione sua moglie, era in pericolo; ma lui era troppo legato allo spirito repubblicano della Costituzione per andarsene.

L’abbigliamento è decisamente tecnico e l’uomo, da politico, ci si sente nuovo ed è una sensazione che lo aiuta a non pensare ossessivamente a quanto gli hanno fatto, ma a guardare avanti. La stessa camminata è una sfida che lui deve affrontare. E’ un mistero che avanza nel bosco, quest’uomo. C’è un’attitudine in lui che lo rende uomo fuggiasco. Lo si capisce da come fiuta l’aria. L’uomo, liberato da ogni legame con gli altri esseri umani, ritrova subito il suo lato più animale, più istintivo. E’ una cosa naturale: la stranezza piuttosto è vivere una vita sociale che è la negazione di istinto e anima, una vita sociale che aliena dal lato naturale del sé.

Aldo Moro, prigionia

Aldo Moro, prigionia

E quanta ferocia in quei legami sociali, quanta vendetta consumata fredda e calcolata. L’uomo pensa al suo collaboratore, quello che all’università pensava di risolvere i problemi del mondo studiando tutto, conoscendo tutto. Ingenuo eppure così convinto! L’uomo sa che non può esserci niente di più sbagliato: non tutti gli esseri umani vogliono conoscere, la maggior parte cerca di dominare gli altri. E’ una lotta continua.

è da allora oggetto di attenta sorveglianza a garanzia non sempre disinteressata della sua sopravvivenza a rischio di estinzione. Il desiderio […] di uscire dal suo lago per combattere il pensiero dominante è infatti una delle forme più originali di resistenza conosciute…

In prigionia si è ricreduto su molte cose, le solide basi della democrazia sono spazzatura, trucchi da imbonitore per mascherare i più sordidi giochi di potere. Anche se ne è stato la vittima più indifesa, anche se è tutta sbagliata, umanamente parlando, ha visto quanto di giusto c’è nella lotta al sistema portata avanti dalle brigate del terrore. E’ giusto che ci sia qualcosa che si oppone ad un sistema marcio che fagocita la speranza. Giusto è additare la disumanità di un sistema che lascia uno dei suoi figli – il più brillante, il più in vista – in mano al nemico per ottenere risultati politici.

E’ codardia scagliarsi contro gli indifesi, ma l’uomo ha visto la codardia del potere, la banalità del lavoro di schiere di burocrati per nulla appassionati al genere umano ma al contrario interessati alla propria misera sopravvivenza. L’uomo ora vuole uscire dal lago scuro delle contraddizioni al più presto, la sua vita ha una direzione di lotta nuova e partigiana. Del sistema l’uomo ha molte chiavi in mano. Alcune nel suo zaino, altre nascoste in posti sicuri. Si prepara ad una vita ritirata di studio e applicazione, di preparazione di strategie rivolte contro il potere. Finché potrà nascondersi lì, l’uomo lo farà, poi andrà via. Asse ha organizzato tutto, i monti Sibillini sono abbastanza impervi e ci si può nascondere un uomo. Almeno per un po’, un paio di mesi. E’ una pazzia, forse, ma non è certo stata lasciata al caso. Il sistema ha legami in zone d’ombra da cui Asse può attingere. La lotta continuerà.

La leggenda narra che il lago di Pilato porti questo nome perché di Ponzio Pilato ne sarebbe il sepolcro… ma non abbiamo prove storiche a riguardo

L’uomo vuole arrivare a quel lago in cui si dice che giaccia il corpo morto di Ponzio Pilato. Anche lui, come Pilato, è protagonista di una leggenda che lo vuole in fondo ad un lago, ma la sua è una leggenda intrisa di sangue versato dalla sua scorta, quasi due mesi prima cinque persone della sua scorta sono state massacrate. Inoltre lui non se n’era lavato la mani, tutt’altro. L’uomo vuole chiedere spiegazioni a Pilato che se ne è lavato le mani una volta di troppo, vuole cercare di farsi spiegare perché tanto odio e indifferenza dell’uomo contro l’uomo. Perché?

L’uomo è in fuga dall’eterna palude di uno Stato gestito da cripto-golpisti e reclama la vendetta di ogni sincero democratico, l’ultima speranza di riscatto ormai rimasta e troppo a lungo costretta in prigionia. Nello zaino ha una copia di “Un anno sull’altipiano” di Emilio Lussu e nel cuore una nuova convinzione. La via alle montagne è la via di chi vuole difendere strenuamente qualcosa. L’uomo sa che poteva essere morto, ma sa anche che è sopravvissuto e non ha nulla da perdere.   

___________________________________________

Citazioni tra virgolette tratte da “Fermo!” degli Offlaga Disco Pax, canzone inclusa nell’album “Bachelite”.

Annunci

Cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...