Fortemente Off Topic /13 Ombre nere.

Ombre nere
(racconto del Luglio 2007)

Noi siamo i figli inquieti alla ricerca di cassonetti da bruciare e di ombre nere da evocare” (da una canzone comunista del 2017)

L’ufficio si trovava avvolto nella calura estiva che divampava verso l’ora del tramonto. Per tre ore, una riunione tra esponenti di partito e principali cariche della città aveva infervorato gli animi e sembrava volgere al termine. Manlio Moretti era il vincitore morale della riunione: la decisione era vicina e la bilancia pendeva dalla sua parte.

– E’ più facile sparar loro addosso se lasciamo che quei porci comunisti anti-sistema si radunano in piazza.

– E’ inaccettabile che un ufficio pubblico dia autorizzazione a qualcosa di simile. E’ un’inaudita manifestazione antistorica a favore di un movimento condannato dalla storia…perché dovremmo preoccuparci di resuscitare dei morti?

– Ma non capisce, Bobo? Una volta radunati, è più facile trovare un pretesto per aprire il fuoco contro di loro. Secondo la nuova e restrittiva legge Zanchi basta che qualcuno urli “Marx”, “Rosa Luxembourg“, “Lenin” o qualcosa del genere e noi possiamo usare la forza, almeno per incatenarli. “Apologia di comunismo”, si chiama. Una stampella legale giunta al momento giusto. Non vengono certo solo per gridare slogan, loro. Si dice che vogliano forzare il blocco di polizia per poter raggiungere e devastare il palazzo dove verrà portato il Cavaliere.

berlusconi_stalin

Maroni ascoltava attento. Tra i suoi collaboratori, Moretti era il più promettente. Maroni era un vecchio gerarca forzista. La rossa montatura delle sue lenti, più di vent’anni prima, aveva fatto pensare che fosse un cripto-comunista. Ma lo stato di servizio era impeccabile e la sua affidabilità e intelligenza politica l’avevano portato ai vertici del P.U.F. e nessuno se n’era mai pentito. Ora veniva rispettato più per ciò che era stato che per la sua funzione attuale ed i più giovani avevano difficoltà ad accettare tanta testardaggine. Maroni non avrebbe voluto cedere all’idea di Moretti che considerava troppo cinica. Ma doveva ammettere che forse avrebbe pensato anche lui così se fosse stato più giovane: un nemico si doveva combattere con tutti i mezzi, anche i più subdoli e sfiancanti. Magari avrebbe fatto comodo qualche provocatore.

Si ricordava del G8 di Genova, durante i tempi mitici della gestazione del regime, trenta lunghi anni prima. Un centinaio di provocatori sapientemente iniettati nella folla avevano fatto degenerare in guerriglia una manifestazione di pecoroni pacifisti. Certo in quel frangente l’approssimazione dei metodi messicani usati dalla polizia italiana aveva sollevato uno scandalo che i servizi segreti avevano provveduto a mettere a tacere. Ma ora da quel lato il regime era coperto, ci si poteva affidare alle mani del grande Tanaroli per distruggere ogni prova.

Inoltre  – continuò il Moretti – daremmo un segnale di distensione. Il comitato franco-tedesco per la sicurezza dei territori centrali aspetta da tempo un segnale per poter rivolgere le sue armate sul fronte iberico. Una pennellata di “democrazia” non può che fare bene.

Maroni doveva ammettere che il giovanotto ci sapeva fare. Era capace di condurre analisi molto accurate e proporre soluzioni ad hoc. Ma naturalmente non poteva certo dargliela vinta così, soprattutto davanti ad altri. Doveva farla sua ed aveva bisogno dell’intera serata. Così decise di tagliar corto:

– Moretti, ci penserò stasera.

Poi, lievemente addolcendo il tono rivolgendosi a tutti:

– Domani vi farò sapere come organizzare il lavoro dei prossimi giorni.

– Ma, signore…

– Niente ma, Moretti. Ho bisogno di valutare le opzioni possibili.

La morte del Cavaliere Silvio Berlusconi nel 2031, all’età di novantacinque anni, era un avvenimento epocale. Era al potere dal 2001, dopo aver preparato il terreno con un’accorta gestione dei rapporti con la politica precedente ed un breve periodo di costruzione di un’immagine mediatica inattaccabile nel periodo da Tangentopoli al Primo Quinquennio (secondo il nome assegnato al governo Berlusconi dal 2001 al 2006): padre di tutti i figli, amante di tutte le donne, capo di tutti i padri. Una rassicurante presenza paternalistica sul modello delle dittature della sfera russa. Non a caso erano stati forti i legami con Putin, al quale Berlusconi era sopravvissuto grazie al fatto di aver rincoglionito tutti i suoi sudditi.

La pausa formale di governo ostile dal 2006 al 2011 non aveva fatto altro che rafforzare l’idea che ci volesse un uomo forte per guidare un paese instabile, geniale ma debole nelle giunture. Siccome in Italia non ce n’era, gli italiani si affidarono al più sfacciato, un uomo che a settantacinque anni suonati si faceva ritrarre in compagnia di avvenenti fanciulle che trattava in maniera tra il paterno ed il pedofilo. Fondatore nel 2010 del P.U.F., Partito Unico Forzista, era riuscito a costruire l’ennesimo scatolone di voti basato sulla TV, uno scatolone che doveva accogliere in massa i voti degli italiani allo sbando tra smarrimento culturale e decadimento sociale. L’anno successivo, con il settantacinque per cento dei voti, uno per ogni anno di età, era stato capace di saldare le forze reazionarie del paese per realizzare un progetto di blindatura a prova di scasso: una repubblica presidenziale ove il presidente del consiglio assumeva tutti poteri per condurre fuori dalla stagnazione un paese sempre più lontano dalla ricchezza.

Il venticinque per cento dei non votanti era diviso in tre parti uguali. C’era voti per i Secessionisti Padani, da sempre fedeli alla polenta e cotechino, per il Nuovo Partito Comunista e moltissime schede nulle, tra le quali si erano contati migliaia di simboli anarchici. Sui voti comunisti si era sempre focalizzata l’attenzione di Moretti, quarantenne – classe 1991 – cresciuto nelle file del vecchio partito cristiano-sociale (ormai allo sfascio) dove aveva fatto palestra nel piegare vecchi sindacalisti al volere di una ragione storica imperante, l’autarchia 2.0, e mosso i primi passi per un paio di anni prima di ottenere la tessera del P.U.F. Non capiva che cosa potesse valere una dottrina quasi bi-centenaria, che affondava le sue radici nella lotta degli operai, una categoria umana che Moretti pensava soppiantata dagli sfruttati di mezzo mondo. Sembrava invece che quella del comunismo fosse un’idea che assumesse di volta in volta una faccia nuova, potendo perpetuarsi così a dispetto di altre dottrine.

Moretti aveva studiato a lungo la questione, perché puntava in alto e voleva spezzare le resistenze politiche e creare il primo regime veramente millenario. Un giorno avrebbero ricordato il suo nome come uno delle figure fondamentali del regime forzista: qualunque forma esso volesse assumere in futuro, lui avrebbe voluto assicurarsi che una caratteristica del regime fosse l’eternità.

berlusconi morto

Il trasferimento della salma del padre-padrone-fondatore al palazzo della Certosa era previsto fra cinque giorni. Tutto il cerimoniale era stato previsto da tempo, mentre restavano a carico dei maggiorenti del P.U.F. e delle autorità cittadine la decisione su ordine pubblico e sicurezza. L’otto per cento di opposizione si era rafforzato in venti e più anni fino ad arrivare alla tremenda cifra di 13 per cento, schiacciando le schede nulle (ma esse si erano ridotte anche perché il simbolo del P.U.F. era impossibile non riconoscerlo, essendo l’effigie del Cavaliere). Così Moretti aveva visto una grande occasione di ridurre la percentuale dei votanti comunisti arrestando e togliendo i diritti ad alcuni e, se fosse stato il caso, uccidendone altri.

Nella riunione appena conclusa, aveva lottato e quasi ottenuto la vittoria. Ora però quel testardo di Maroni lo aveva costretto ad aspettare fino all’indomani. Moretti si era arrabbiato moltissimo, in seguito avrebbe fatto in modo di diminuire il potere di Maroni, non appena fosse stato possibile. Per quella sera, si sarebbe sfogato andando a cena nel ristorante più “in” della capitale: “Al guascone innamorato”, aperto anni prima da Fabrizio Corona.

Uscendo dal palazzo comunale, sentì l’improvviso bisogno di rilassarsi, prima della giornata cruciale. Facevano quel piatto con aragoste, gamberoni e verdure grigliate innaffiate da un’ottima Falanghina. Sentiva già l’acquolina in bocca. Le strisce di sole al tramonto solcavano il selciato della capitale: Milano non era mai stata così bella.

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Noi siamo ciò che facciamo finta di essere, e dovremmo porre più attenzione in ciò che facciamo finta di essere” (Kurt Vonnegut)

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