Fortemente Off Topic /12 Delirio di onnipotenza.

(scritto in una data tra il 2 Aprile 2005, morte di Papa Giovanni Paolo II e 3 Luglio 2007, ultima data di salvataggio file.)

Wilanów. Parco di Varsavia. Il Palazzo Reale, stupendamente restaurato, ti abbraccia con le sue ali giallo-bianche con nicchie a mezzaluna color terracotta. I tetti sono verderame. Conosciuta come la Versailles polacca (provate a vedere la finezza della realizzazione), vi si respira un’aria europea e libera. Gli abitanti di Varsavia non sono ancora del tutto abituati ai colori rinnovati, ma ce la faranno, per loro la storia è piena di periodi grigi e periodi colorati.

Dietro il palazzo, gli ultimi scampoli rimasti da restaurare ti danno l’ideat di come fosse prima che i soldi tornassero a girare in questa terra orgogliosa di se stessa come poche altre terre al mondo: un color giallo sporco, come di cuscino impregnato di sudore o di concrezione calcarea giallastra, che applicato alla gigantesca struttura doveva dare un senso di nausea intima, ancorché questa fosse abituale. Davanti e dietro al palazzo si estende un bel parco. Dietro al palazzo, c’è uno stagno dove nuotano papere, germani e quanto altro; davanti al cancello vi sono vialetti tracciati in diagonale sotto gli alberi a formare un reticolo di stradine dove rimanere nell’ombra, protetti dal caldo dei ventotto, trenta gradi insopportabile per questi slavi che vanno dai Carpazi al Baltico.

D’un tratto c’è questo progetto: l’idea di costruire un grande edificio di culto, nel parco antistante il palazzo di Wilanòw, dal lato opposto a quello su cui sorge oggi una chiesa che parrebbe bastare alla bisogna. Tutto ciò avviene sulla scorta combinata dell’emozione (l’onda lunga durerà decenni, in Polonia) per la morte del Wielki Papiez, Wielki Polak Jan Pawel II e dei finanziamenti europei a pioggia su questa zona una volta oltre cortina ed ora ampiamente da irrorare con finanze europee per evitare che finiscano nella sfera russa (non si sa mai, il potere dei russi sta nel sottosuolo). Ma onorare la memoria di un grande può diventare una questione di stato. Inoltre le due campane da installare sulla nuova chiesa sono già esposte davanti alla vecchia. Sono campane alte due metri all’incirca, devono avere un suono bello forte. In mezzo a loro c’è l’urna per raccogliere le ofiary. Ero a Varsavia il giorno in cui Giovanni Paolo II è morto. Ho visto con i miei occhi, il giorno dopo, migliaia di macchine e moto in fila per raggiungere il centro città. Ho visto con i miei occhi il composto cordoglio di un popolo intero. Quando muore un capo spirituale è così. Per onorarlo si farebbe di tutto: compreso iniziare i lavori di scavo delle fondamenta. Le due campane sono le palle di chi ha proposto la cosa, esposte sul ceppo dell’opinione pubblica. E quando le palle sono esposte sul ceppo, comunque vada sarà un massacro.

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Mi avvicino all’urna per le offerte, un parallelepipedo (largo 60 centimetri, alto 80 e fondo 30) con le pareti trasparenti e i bordi rinforzati d’alluminio. Sembra una sorta di rifiuto spaziale atterrato a caso nel parco, però ha un buco sopra, abbastanza grande da dare un senso alla sua presenza e far passare gli ultimi zloty che la gente vorrà dare (ora che si passa all’euro). La prima cosa che mi viene da dire è che per un progetto grande non ci vuole un’urna grande ma una grande urna: la grande urna dei potentati che si sono assestati a crocchio intorno al potere repubblicano. Generosi i polacchi, loro vanno aldilà dell’aspetto della povera urna ufoide. Ma sembra non abbastanza generosi, stavolta. Fatto sta che il progetto si ferma, i fondi non sono abbastanza. La questione diventa politica e incandescente. I gemelli al potere oggi in Polonia, i Kaczynski, il cui nomignolo “le papere” trae origine dal cognome, sono quelli che hanno fatto a braccio di ferro con la Anghelamérkel pochi giorni fa e l’hanno fatta incazzare. Franco Venturini ha detto che ciò era un buon segno; che l’Europa è ancora viva. Buona intuizione, se si cambia il termine “Europa” con il termine “Germania”, secondo me. I gemelli Kaczynski sono Lech, presidente della Rzeczpospolita Polska (morto nel 2010 in un incidente aereo a Smolensk, NdA), e Jaroslaw, primo ministro del governo (dal 2007 il primo ministro è Donald Tusk, di Piattaforma Civica, al secondo mandato, NdA).

I Kaczynski sono cattolicissimi, difensori dei valori “famiglia e patria”, osteggiatori dei gay. Suona familiare, vero? Questi personaggi prendono i soldi dall’Europa, vogliono costruire una chiesa e per farlo utilizzerebbero fondi europei. Aiutano il Vaticano e lo fanno in barba alla loro costituzione, perché stanno indirizzando verso una confessione religiosa (benché sia quella maggioritaria, sia ben chiaro) una quantità spropositata di soldi dai fondi europei. Se volete onorare Jan Pawel II, è presto detto: non chiese ma opere di bene. Fate qualcosa per l’integrazione interna. Già, ma dimentico che viviamo nel tempo del rigetto delle integrazioni, una fase di ripensamento e di chiusura. Per l’establishment polacco è più facile ricompattare la Polonia, di ritorno da oltre cortina, sulla propria gloriosa storia piuttosto che guardare al futuro. Ed allora, chi detiene il potere si sente libero di cementare la propria posizione stabilendo legami duraturi con i potenti di sempre. Fatto sta che ora il buco in terra c’è già e, per tute le ragioni su esposte, non c’è verso che l’edificio da costruire sia più piccolo di quanto già tracciato con le fondamenta.

Mi avvicino al lato dall’urna saturnina, qualcosa pende da essa con una sorta di stanchezza e avvilimento. E’ un lembo staccato di foglio A4. Lo sollevo. C’è la spiegazione che i soldi infilati nel plexiglas andranno a finanziare il progetto di costruzione della chiesa. Ed il bello è che c’è anche il disegno della chiesa: una cubo centrale che ingabbia una cupola (forse di cristallo, non è chiaro) che si slancia verso il cielo. Non lo so, è stato un attimo. Non potrei dirlo con precisione, non c’erano le proporzioni e non era inserito nel contesto urbano. Ma quel disegno mi ha fatto venire in mente un’altra cupola su un altro cubo. Certo è un gigantesco abbaglio, ma per un attimo, su quel foglio, io ho visto la cupola del più grande edificio che Albert Speer aveva progettato per la città del Fuehrer, quella Germania che avrebbe sostituito Berlino, ricostruendola ad imperitura memoria della potenza del terzo Reich.

Quel semplice disegno, piegato su se stesso dalla pioggia e dalla parsimonia inattesa dei cittadini polacchi, in prospettiva sembra avere qualcosa di profetico come un rifiuto di una commemorazione che potrebbe diventare un incubo. Nell’immediato, misura la distanza che intercorre tra la grandezza di un uomo e la meschinità di chi lo commemora per calcolo.

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