Dire Grazie / Giving Thanks

«My skin is a surface to push to extremes»

(“Cut the world”, Antony and the Johnson)

I Padri Pellegrini giunsero nel 1621 sulla costa Est del continente nord-americano con la Mayflower (della Cantieri Concato). Erano 102, tra cui 18 donne e 32 bambini. Non sarebbero sopravvissuti molto se gli indigeni non gli avessero detto cosa e come piantare e allevare. Eppure, nel 1623 il Governatore William Bradford (già! Bradford come la simpatica famiglia con furgoncino) aveva ringraziato per avercela fatta.

Padri Pellegrini con cane e indigeno.

Seppur tra il 1621 e il 1622 metà della colonia era morta di stenti e di fame, il supporto locale nel settore “Food & Farming” funzionò e nel 1623 le cose andarono meglio. Tanto meglio che nel 1676 il governatore di turno ringraziava per la benevolenza divina e per il fatto di aver vinto contro le popolazioni locali: gli stessi indigeni che gli avevano “salvato il culo”, per dire. Bella riconoscenza, dico io. Simpatica “la famiglia Bradford”, oserei aggiungere.

Quello che penso è che bisogna stare attenti al significato delle cose: ringraziare nella maniera dei coloni nord americani del 1676 è un atto di egoismo puro. Come se la benevolenza divina potesse effettuare selezioni, perpetrate invece dalla cattiveria umana. La benevolenza divina era forse una scusa per coprire le nefandezze?

Questa domenica io, la mia famiglia e altri amici ci accingiamo a ringraziare e festeggiare il Thanksgiving. Ormai lo facciamo dal 2003, quando una coppia di amici ci propose questa ‘strana ricorrenza’. Tutto sommato siamo tutti italiani e – cosa alquanto più pregna di significato – all’epoca c’era George W. Bush alla Casa Bianca. Quale folle ragione ci spinse ad aderire a una ricorrenza del genere? (Un prima risposta abbozzata è, comunque, la genuina riconoscenza aldilà di tutte le apparenze… riconoscenza al nostro gruppo, non all’enduring freedom).

Thanksgiving Day, quaranta milioni di gallinacei farciti al forno

L’anno dopo mia figlia appena nata pesava meno del tacchino che ci mangiammo, infatti i left over e annesse doggy bag furono cibo corrente per le famiglie partecipanti per l’intera settimana successiva. Poi negli anni, qualcuno diventò vegetariano, i tacchini furono meglio dimensionati per le necessità dello sparuto gruppo di pellegrini che siamo [detto così suona male, ma è assolutamente un richiamo storico 🙂 ].

Quella ‘strana ricorrenza’ è diventata una nostra tradizione di cui andiamo fieri, perchè il riunirsi per “Dire Grazie” è veramente una bella cosa. Nessuno tiene discorsi (no panic) però magari quest’anno lo farò (ok, panic). Tutto sommato dieci anni sono un’ottima occasione per tenere un discorso, no? E poi è una cosa molto bella, dà il senso del tempo che passa e delle amicizie che durano da una vita. (La ricorrenza, non il discorso)

Come avete potuto vedere, ho studiato un po’ di materiale sul Thanksgiving, la festa statunitense che ha ispirato questa nostra. Ho scoperto anche che sebbene George Washington avesse pronunciato due discorsi ufficiali (nel 1789 la prima volta) e John Adams altre due volte, Thomas Jefferson rideva di questa festa nazionale (e non ne indisse alcuna nè tantomeno pronunciò discorsi). Dopo lo strappo di Jefferson, James Madison ne pronunciò altri due. Poi dal 1815 (congresso di Vienna) al 1861 (Unità d’Italia) non si tennero più discorsi ufficiali. Il primo a riprendere la tradizione del discorso ufficiale (tutt’ora ininterrotta) fu Abraham Lincoln (1862 e 1863, in piena guerra civile). Barack Obama ne procuncerà per quattro anni ancora.

Insomma, “Dire Grazie” è una questione complessa e le ragioni per farlo sono possono essere molto diverse tra loro. Basta sapere per che cosa si dice grazie. La prima volta che fu festeggiato a livello nazionale (a livello di tredici colonie), il Thanksgiving festeggiava e marcava le differenze con il vecchio continente e con gli Inglesi. Festeggiava la vittoria sugli inglesi a Saratoga, nel 1777.

Per non parlare dei tacchini che ogni anno vengono massacrati. Anche il presidente Obama (quello della “Hope”) non lascia speranza a questo volatile che non vola. Ma quando si toccano le tradizioni, diventa tutto difficile. “Diventa tutto piccolo, come i tacchini là in America”, parafrasando Lucio Dalla.

Aiutarono i padri pellegrini a sopravvivere. Tutti morti.

Però la faccenda del “dire grazie” è una faccenda seria.

In questo spazio, visto che scrivo sempre di running e dintorni, vorrei accantonare le polemiche storiche, le coperte piene di vaiolo e le mannaie piene di sangue, per concentrarmi nel ringraziare tutte le persone che mi influenzano – positivamente e a vario titolo – nella mia attività podistica. “Dire grazie” mi riempie il cuore, perchè mi rendo conto che da solo a volte non ce la farei e invece dare credito agli altri non mi sminuisce affatto, mi mette “sulle spalle dei giganti” dell’esperienza condivisa e della comune passione.
Infatti è vero che la forza di correre ‘con ogni tempo e in ogni stagione’ la trovo in primis dentro di me, ma poi certe volte mi sono trovato a correre pensando alla comunità e questo mi ha dato la forza di andare avanti, la forza di scrivere i post per condividere le esperienze, la forza di ottenere dei feedback da commenti comunitari ed usarli per il miglioramento globale.

Ho visto i miglioramenti in me e ho visto che qualcuno mi ha preso come riferimento, magari anche solo per sorridere ai miei post molto spesso iperbolici. Io dico: tutto va bene perchè rimango sempre collegato al mio “essere runner”.

Il mio “essere runner” è anche prendere la mia esperienza e tradurla in testi scritti che spesso partono per la tangente (negli ultimi due post, compreso questo, ho parlato di “Turkey and USA”). Non sono catalogabile sotto la voce “Blog Tecnici”, ma non voglio neppure esserlo. Non è il mio obiettivo, perchè ci sono migliaia di altri che lo fanno già, precisi e affidabili. Il mio obiettivo è trovare la mia voce che, come quelle di tutti gli altri, è unica e personalissima.

In questi ultimo anno, in cui scrivo, anche quando ho avuto pause meccaniche, non ho avuto mai avuto incertezze sul mio “essere runner”. Lo ero già da quando avevo 8-10 anni e andavo a correre sul Naviglio Martesana insieme a mio fratello con mio padre a fare da coach in bici. Lì, il running mi è entrato sotto pelle. Due decenni di toccate e fuga, per poi disseppellire qeusta passione dall’oblio. In questi ultimi due anni correre è diventato per me sinonimo di riflettere su ciò che sono e sulle mie potenzialità. Ho ricominciato a correre dopo un infortunio al tallone (calcificazione del tendine di Achille dovuta alla presenza del Tallone di Haglund) che mi aveva spaventato un po’. Sono rimasto fermo un paio di anni, soprattutto perchè il dottore mi aveva sconsigliato di correre. Soprattutto per la mia ignoranza. Ma poi il mio “essere runner” ha preso il sopravvento. Così ho pensato, autonomamente: il problema è dovuto alle scarpe sbagliate (un acquisto da pirla di un paio di scarpe in offerta). Basta non ripetere più questo errore. Il pensiero era prima di pancia e poi si è rivelato giustissimo. Avevo perso due anni perchè avevo messo la testa sotto la sabbia, come un tacch…. ehm, come uno struzzo.

[This video not suitable for all audiences. Viewer discretion is advised]

Da inizio 2011 sono scattate due cose:
1) ho riacceso l’interesse per la corsa (vera e propria passione);
2) ho iniziato a informarmi meglio sul gesto tecnico e sulle sue implicazioni.

Correre è diventato sinonimo di fortificarmi. E’ un approccio molto mentale, ma che a me serve così. Ho trovato nel confronto con tanti altri runner la possibilità di limare mie convinzioni, di capire meglio cosa mi serve e di andare al nocciolo della questione, all’essenza del correre.
Ad esempio io vedo tanti che usano “il Garmin” (‘la parte per il tutto’ merceologico) per tracciare le loro corse. A me non serve (almeno non ancora): Io calcolo il percorso su Google o su RunKeeper, n’importe quoi. Io metto ancora il cellulare nel calzino e cara grazia ho tasche nella tuta invernale, cosìcche col freddo ho le mani libere (così magari le metto avanti se scivolo sul ghiaccio).

L’essenza del correre sta nel fare andare le gambe, farle andare sempre più veloci e vedere che il tuo corpo sostiene distanze sempre più lunghe a una velocità sempre più elevata. Non per sciovinismo o per vanteria, ma perchè correre: corrisponde all’essenza della mia vita; mi aiuta a mettere in prospettiva le cose che mi succedono; mi permettere di scrivere su un tema cui sono appassionato. Insomma, correre smuove tutto un mondo interiore ed è ciò che permette il miglioramento. Per questo voglio dire “Grazie a tutti”.

Voglio dire grazie ad @Anne Zannoni  (Arte di correre) Anne che è una persona solare che trasmette passione per la corsa e per la vita; a @MonicaSovegni che corre un sacco (da lei viene l’ispirazione della frase “con ogni tempo e ogni stagione”) e usa l’arte della maieutica per far nascere alcune contraddizioni nel mio pensiero (soprattutto una questioni di fondi emotivi); a @tower77pr (Era del Ferro) che mi corregge sul lato mentale dell’approccio alla corsa e che ha un sogno bellissimo: partecipare all’IronMan a Kailua-Kona, Hawaii; a @RunningAndrea (Aspirante Maratoneta) ha un’incredibile forza di volontà e ha ottenuto risultati molto convicenti, tanto da rendere vero il nome del suo blog (prima maratona per Aprile 2013); a @MrTentenna che è una recente e bella scoperta, insieme al suo Pain is Inevitable; a tutti i runner su twitter che mi ispirano @Biondox (#antiguru), @Lippa64 (i suoi allenamenti twittati), @Tisselian, @troprunner, @viverestanca e tutta la comunità (r/w) di @RunLovers; a @fantini_paola, mental & life coach, che mi aiuta soprattutto con la rubrica #CoachAndGo; ai miei fellow runners: Bobo e Ema, che hanno corso e correranno mezze maratone con me (in gara e in allenamento); a @plutogno che sopporta sulla sua TL un sacco di running tweets (a meno che non mi abbia bloccato); Grazie al sito Runningtimes.com; al Grazie ad Atalanta, mito e ispirazione; e last but not least, alla mia famiglia che mi supporta e sopporta.

Voglio “Dire Grazie” a tutti quelli che hanno letto e commentato i miei post. Correre per me è anche essere più cosciente di ciò che faccio. Ringrazio chiunque concorra a farmici pensare, con i suoi two cents.

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4 thoughts on “Dire Grazie / Giving Thanks

  1. Grande post e bello sapere che sei ripartito… anche questa è l’essenza del runner, quando in poche settimane ti sembra di dover ripartire da zero e la ripartenza ti sembra difficilissima, ma già dalla seconda corsa le gambe ricominciano a girare ed il processo di miglioramento continua come se non si fosse mai interrotto.

    Un Grazie anche a te per le corse passate e quelle future!

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