Fortemente Off Topic /5 Vegetariano.

Vi ho mai detto che sono vegetariano?***

Ci stavo pensando l’altro giorno, a quanto questa scelta abbia avuto una influenza enorme sulla sensazione di leggerezza che mi accompagna ultimamente. Una leggerezza compatta, piena di energia e capace di far lavorare l’organismo in maniera efficiente.

Sono vegetariano da Giugno 2010 . In famiglia avevamo iniziato a razionalizzare i pasti poichè a scuola le bimbe mangiavano sempre carne e questo ci portò un maggior consumo di verdure (comunque presenti già prima nella nostra dieta) e legumi. Poi abbiamo deciso di comune accordo di provarci. Non avrei mai immaginato di essere così costante. Vengo da 38 anni di dieta “pasta carne tucc i dì”, per intenderci.

Come tutte le cose umane, questa mia sequela è perfettibile (ad esempio le uova dovrei andarmele a buscare direttamente dal culo della gallina, per dire, e ancora non l’ho fatto) ma non vuole assolutamente diventare un’ossessione.

Se niente importa

Però posso dire che le motivazioni etiche non mancano: combattere da un lato il disumano      trattamento riservato agli animali (carne o pesce non importa) e dall’altro la cattiva gestione dei terreni per dar da mangiare ad animali che diventano cibo per la parte ricca della popolazione mondiale a discapito di chi non ha nulla da mangiare. Per questo da tempo alimento anche un account twitter dedicato alla sostenibilità.

Comunque essere vegetariano è solo apparentemente un off  topic rispetto all’attività di running. Si tratta del carburante che immettiamo quotidianamente nella nostra macchina biomeccanica e delle ripercussioni che esso ha su di noi.

Spero che un giorno o l’altro voi diventiate – almeno per un periodo e con la declinazione che più vi aggrada – vegetariani.

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*** tecnicamente sono lacto-ovo-vegetariano

 

 

 

Qua sotto pubblico una mia recensione sul saggio “Se niente importa” di J. Safran Foer.

Se niente importa. Una recensione.

 ( Questo scritto è apparso sul sito di poliScritture.it www.poliscritture.it )

Il saggio sull’allevamento industriale scritto da Jonathan Safran Foer (pubblicato in Italia nel 2010) è prima di tutto un saggio filosofico. Analizzando i quattro principali settori dell’allevamento industriale – pesci, pollame, bovini, suini – giunge presto ad alcuni noccioli della questione: quanta libertà siamo disposti, come esseri umani e consumatori, a concedere alle aziende nel maltrattare (massacrare, anche in vita) gli animali allevati per ottenere alimenti a basso costo? Quanto egoismo siamo disposti a usare, per questioni di palato, nel destinare al consumo di bestie da macello cereali e alimenti che utilizzati diversamente andrebbero a sfamare moltissimi esseri umani?

E non solo questo. Parte integrante di questa riflessione è anche una critica dello sbilanciato consumo delle risorse del territorio che vanno a danneggiare l’ambiente; un’analisi del problema dello smaltimento dei rifiuti che quest’abnorme quantità di animali produce. In un sistema così sbilanciato non funziona più l’immagine del letame prodotto dalla mucca sparso nei campi. Per buona pace di chi crede ai polli allevati a terra che girano sui set dell’industria pubblicitaria. Di letame ce ne così tanto che ristagna in lagoni putrescenti nei dintorni delle aziende di allevamento (che a loro volta si dispongono sempre più spesso intorno ai mattatoi industriali). E’ anche provato che la composizione dello scarto provoca disturbi alla salute di chi abita nei dintorni degli allevameni industriali. Inoltre – o dovrei dire a coronamento di tutto questo – è assodato che l’allevamento industriale è una delle cause principali del global warming.

E’ una questione complessa, ma viene l’idea che a complicarla in maniera quasi irreversibile sia il denaro e le rendite di posizione dei dirigenti delle industrie e la loro posizione di forza nel dettare legge nel settore e a pompare sempre più carne nel circuito mondiale. Ancora una volta, la Cina viene tirata in ballo cpome mecato potenziale: quando i cinesi inizieranno a mangiare carne (ora la percentuale che lo fa regolarmente è piuttosto bassa) cosa sucederà?

Fortunatamente qualcosa si muove, a partire dal fatto che questa riflessione sta diventando sempre più di dominio pubblico. “Se niente importa. Perche mangiamo gli animali?” (Editore Guanda, 2010) è un saggio che parte dal vissuto dell’autore, Jonathan Safran Foer (in passato ha pubblicato “Ogni cosa è illuminata” e “Molto forte, incredibilmente vicino”).

Safran Foer si è deciso a diventare definitivamente vegetariano alla fine dello studio della questione dell’allevamento industriale, dopo che per anni aveva oscillato tra la dieta onnivora e quella che esclude di cibarsi con carne e pesce e alimenti derivati dagli animali.

Il saggio è pieno di riferimenti a risorse Internet che affrontano la questione dell’allevamento, a siti della PETA (organizzazione per la difesa degli animali), al fatto che le aziende fanno operazioni di lobbying per ottenere sempre meno controlli sul proprio operato. Il bello di questo libro è di essere sia una riflessione profonda sia un punto di partenza, per chi volesse, per iniziare una propria ricerca di crescita personale.

Certo la riflessione sul nutrirsi di carne non è nuova. Plutarco ne scrisse nel “De Esu Carnium” (del testo si può trovare traccia in “Sarcofagia” di Franco Battiato, dall’album “Dieci stratagemmi”). Da allora la questione è profondamente mutata. E’ importante capire quanto questa riflessione sia irrinunciabile e improcrastinabile in tempi, i nostri, in cui l’animale da macello è solo accessorio di una catena di produzione. Negli ultimi decenni, la selezione operata dalle aziende ha voluto che venissero “prodotti” (usato questo termine di proposito al posto di allevati) animali che rendessero il massimo della carne nel minimo del tempo. Ad esempio gli attuali broiler (polli da carne) da produzione industriale vengono abbattuti dopo circa quaranta giorni di vita. Tutto è rapido e veloce, come si conviene a una catena di montaggio. Ma non indolore, se si vuol prestare attenzione alla percentuale mostruosa di animali che arrivano al macello (nel senso dell’atto di essere squartati e non del luogo) ancora coscienti. Per non citare altre molteplici atrocità che potrete trovare nel libro. Compreso il fatto che la carne prodotta in questo modo non è carne sana, ma gonfiata con antibiotici che incidono sulla capacità dell’essere umano di reagire alle epidemie.

Safran Foer ha voluto ricordare, con questo libro completo, che a tutto questo c’è (o almeno ci dovrebbe essere) un limite. Altrimenti, come diceva sua nonna, “se niente importa, non c’è niente da salvare”.

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