Allenamento 14 Ottobre. La mente mente.

Quello che ho imparato ieri è veramente prezioso: mai impostare due obiettivi, ma focalizzarsi su uno solo alla volta. Che cosa resta dell’obiettivo di velocizzare i 10K in due mesi, oggi? Nulla.

L’avevo impostato – credo – solo per dare un contentino all’organismo che somatizzava troppo gli allenamenti lunghi in vista della Greifenseelauf.

Per dire “vedrai che ci divertiremo dopo, con i 10K”.

L’avevo programmato subito dopo la gara del 22 settembre. Invece alla fine non ne ho fatto niente. Era un falso obiettivo . Un falso amico. Una stampella a cui mi sono appoggiato, ma poi era di legno marcio.

Fino a ieri non sapevo perchè. Dopo la gara in Svizzera, ho subito uno scivolone di condizione mentale per cui mi sono allenato a stento nelle ultime 3 settimane.  Ho parlato spesso di ciabatte con il mio circolo del running. Come se girassi con un paio indossate.

Bene ieri me le sono tolte, risolutamente. E ho capito che non si può programmare un obiettivo subito dopo uno così grosso come una mezza. Bisogna far decantare le sensazioni. Bisogna gustare tutte le emozioni. Per poi trarne qualcosa, un’indicazione per il futuro.

Niente obiettivi doppi, grazie. La mente cerca di fregarvi, se ve ne propone.

Ieri invece ho capito. Con solo il potere – che dà la sofferenza – di squarciare il velo della non conoscenza. Come dice Andrea: c’è poco da dire e molto da sudare. E soffrire, aggiungo io.

Ho capito in un giorno che ci vorrebbe un Jan Vermeer per catturare tutte le luci che ho visto. Una mattina fresca di ottobre che mi viene in mente un libro che mi piaceva tanto, per via della nebbia che ammantava i colli della Valle Staffora e afferenti.

Il libro si chiama “1000 anni di pittura cinese“, mi ricordo le tante volte che mi beavo della vista di quei fantastici paesaggi. Ieri ho corso in questi paesaggi.

Ma poi ho corso anche con un sole sbucato da una voragine nelle nubi, capace di dare il rosso e il giallo alle foglie morte in mezzo agli alberi del lungo fiume. Ho corso schiacciando un tappeto di corteccia d’albero. Ha piovuto scrosciando forte, per un chilometro o poci più.

In un punto del percorso, c’era una strada di campagna tutta avvolta di alberi e con due strisce d’erba brillante che si perdevano e quasi si toccavano in fondo al quadro: come riscoprire la prospettiva nei primi quadri che la utilizzavano.

In quel punto stavo seguendo Bobo e fissavo la strada – e le sue scarpe – e mi sembrava di non avere più fisicità ma che fosse invece un volo virtuale. Le pietre che erano incastonate nel fango sbucavano da sotto i suoi piedi e io dovevo solo atterare nello spazio giusto per i miei piedi. Il sole, in quel punto, faceva guizzare ogni cosa dandole tridimensionalità.

“Manco avessimo fatto 500 Km”, mi ha detto Bobo a cui facevo da spalla (ha una mezza il 28 ottobre). Ed è vero, invece: abbiamo fatto 20 km con il carico emotivo di 500, con tutti quei rivolgimenti metereologici.

Ho capito che la mia strada è segnata, ed è quella di allungare la distanza. Fino a dove potrò.

Non pensavo di poter fare così bene 20 km, l’ultimo allenamento fatto risalvia a domenica scorsa ed erano stati 12,5K apparecchiati in qualche modo (10K a 48’30” + 2,5 misti).

Ma in due mi sono fatto coraggio e forza. Non ho mai nemmeno fatto una pausa (invece, pensavo di morire dopo 1 km). La mente, mente. Il corpo è più saggio della mente. Il corpo accumula e poi riusa al momento giusto. La mente mente, fa confusione, (si) inganna.

Una frase alternativa che potrei usare per descrivere questo allenamento sbucato dal nulla (non pensavo di fare più di 13K, ieri) è “Chi si ferma in paradiso gode solo a metà“.

Sa molto di uscita dalla zona di comfort: infatti da solo avrei fatto 7 km in meno e solo il fatto di correre con un altro runner mi ci ha fatto uscire. Eppure, quello che ho guadagnato è stato un paradiso di sensazioni, fino al 12° km.

Dopo, ho pagato il conto, ho faticato parecchio e ho sentito il polpaccio sinistro protestare. Dal 12° al 18° è stata fatica, ma almeno ho avuto ragione del polpaccio, ascoltandolo. Ho capito di essere all’inferno e anche che dovevo uscirne da solo con le mie forze.

Ascoltando il polpaccio ho capito che potevo proseguire e dopo un po’ il polpaccio si è rilassato. Gli ultimi due chilometri avevo solo un po’ di indolenzimento generico delle gambe (che peraltro se ne andato entro mezzogiorno). Ma che bello fare un rush finale gli ultimi 200 metri (il ponte a Godiasco e la ringhiera in ferro battuto), come se grattassi le ultime energie rimaste e ringraziassi così la saggezza del mio corpo.

Sono contento, comunque. Ho l’impressione che il mio percorso da A a B  ha trovato la sua naturale estensione (è bastato continuare a correr verso Varzi)

Lo chiamerò “Da A a B Reloaded” e sarà supporto per nuovi obiettivi. Veri, stavolta.

Dati tecnici dell’allenamento del  14 Ottobre

Chilometri:   20 chilometri

Tempo:        1h45’00”

Media al km: 5’15”

Ora di partenza: 8.15 del mattino.

Temperatura:      fresca (da 10° a 14°C)

Umidità:          abbondante

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One thought on “Allenamento 14 Ottobre. La mente mente.

  1. La verità é che il mio “c’è poco da dire, c’é molto d sudare” è un “trucco” retorico che serve a ricordarmi che la gioia che viene dai risultati e dalle mete raggiunte passa per la sofferenza (positiva, stimolante ma comunque difficile) che impone la corsa con la sua costante richiesta di disciplina mentale.

    “Io non ho fame, io non ho sete, io non ho freddo, io non sono stanco” è il mantra che mio padre ripeteva quando andavamo a camminare in montagna.
    (e che ora ripete alle nipotine!)

    Senza tante parole ci insegnava che per godersi il tragitto verso la cima era necessario gestire la fatica e che la fatica, in fondo, non faceva altro che aumentare il piacere della sfida e la gioia della vittoria. Sulla salita e sul fisico.

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