Allenamento del 14 settembre. Venire alla luce.

Stamattina sono uscito presto di casa. Erano le 5.30 e ho guardato a oriente, in alto a sinistra. C’era Orione appeso in cielo che mi guardava. Così mi è arrivato l’autunno addosso. Ultimamente ero riuscito a correre in orari diversi, senza bisogno di violare il grembo della notte. Oggi è la prima volta che vedo Orione, da Marzo direi. Ho pensato ‘ci siamo, ragazzi’, il compagno invernale è arrivato. Bello perfettino con spalle e ginocchia, cintura e spadino d’ordinanza. Non cambia mai, quello. D’inverno però ti sta tutta la notte sulla testa. Oggi era solo un avvertimento che il tempo volge all’inverno.

La corsa di stamattina è stato un venire alla luce, letteralmente.

Sono partito con il buio e – per la prima parte – ho scelto un percorso sulle due strade che tagliano la mia cittadina di periferia in due, per poi tornare sul percorso di sempre nella seconda parte. Il buio di una citta non è proprio buio, ci sono le luci arancioni dei lampioni che creano un’atmosfera di aspettativa. Penombre anon finire. Luce, per quanto poi riguarda il dover mettere un piede dopo l’altro correndo. Ho pensato che fosse più sicuro correre lì. I semafori, risibili. Le macchine, ancora poche. Contando poi che era da tanto che non arrivavo fino al Metallino, è stato naturale passare di lì. Il mio occhio vuole la sua parte. E così la città scura mi è passata accanto.

I primi 8 chilometri li ho fatti tenendo d’occhio il cielo: un cielo così blu trapuntato di stelle non lo vedevo da tempo. In città, intendo. Dopo poche centinaia di metri, mi sono accorto che il buio che mi contornava era solo penombra – molto scura: passando sul ponte della Tangenziale sotto mi si è aperta una voragine di vero buio, nero raramente striato di luci allo xenon. Faceva impressione, quella voragine, sembrava una valle addolorata dalla partenza del fiume che una volta aveva ospitato. Ho dato un’occhiata a oriente, basso basso perchè sulla valle non ci sono palazzi, e ho visto una lama lunare appesa poco sopra l’orizzonte. Il cielo, appena sotto dove stava la Luna, stava prendendo un colore blu chiaro, una rotondità quasi maternale.

Quel colore blu chiaro era “luce”, ma naturalmente non illuminava proprio niente intorno, perchè era ancora buio dappertutto. Ma nella mia testa si è acceso qualcosa, ho iniziato a scrutare l’avanzata della luce e poi la luce stessa è stata la dimensione in cui ho corso.

Non era più questione di ritmi o di tempi, era semplicmente in quale sfumatura di luce stavo entrando. Mi è capitato di passare per piscine di luce naturali, di vedere lo stesso posto cambiare dall’azzurro ghiaccio al verde acqua il giro dopo. Di vedere un grosso animale scuro nell’oscurità venire verso di me. Ma andiamo con ordine.

Dopo l’ottavo chilometro, qualche centinaio di metri dentro il solito percorso, il mio sguardo si è abbassato giusto in tempo per incontrare un porcospino bello grosso che entrava nel cortile della 4R Racing. Lì mi sono detto ‘Ehi ma che succede? Questa corsa è una benedizione’ Il cielo stava diventando tutto azzurro carico, mentre arrivato alla svolta alla Cascina Increa ho visto che c’era una bella fascia di nuvole – attaccate al margine inferiore del cielo – e che esse erano nere come la pece.

Al primo giro di parco, mi sono accorto che le cose stavano prendendo luminosità mantenendo però la più ampia gamma di sfumature di grigio e nero. All’ingresso il padrone che accompagna il dobermann (femmina, per le mie scarse conoscenza del manto canino) mi saluta e io pure. Quando vado intorno alle 6.30, lo vedo sempre. A quell’ora so che c’è il parco e so che c’è lui e la sua cagna. La fila di alberelli appena piantati appena dopo il cancello creava un velo di ombra, una ragnatela di buio. Alla svolta a sinistra dal bar del parco, si rientra in un pezzo di percorso coperto da alberi e la strada curva un po’. E’ lì, dopo la curva, che mi sono accorto di un grosso animale scuro che veniva verso di me e che si spostava dalla mia parte di strada, seguendo la manovra che cercavo di fare per evitarlo. Sarà stato sui 70/80 kg. Era un altro runner, uno che vedo spesso, tra l’altro. L’avevo preso nel punto più buio del percorso, vestito di scuro come lo ero io. Chissà che colpo si sarà preso lui! Ma ovviamente dipende da che luce stava prendendo in quel momento. Per conto mio, dietro di lui c’era un tunnel buio e lui non risaltava granchè.

Foto: Onofrio Prestipino

Di nuovo alla luce, qualche decina di metri prima della fontanella dell’acqua, sono entrato per la prima volta in una piscina di luce. Gli alberi fanno un ampio cerchio intorno al punto in cui c’è la fontanella verde. E quando ci sono passato era piena di luce, come se gli alberi intorno potessero trattenere l’onda luminosa e riverberarla intorno.  

Dopo la piscina, mi sono ributtato sotto le piante, facendo i sentierini in mezzo al prato come sempre faccio al posto di seguire il brecciolino. E lì ho pensato all’andatura, al ritmo, ma era come dire ‘Già, è vero, sto anche correndo’ e non mi sembrava di andare piano. Lì ho deciso di fare due giri invece che uno. Di allungare di due chilometri e mezzo la prestazione. Tempo ce n’era. E dopo aver pensato, ho rialzato un po’ la schiena e dato qualche passo più energico. Stavo correndo bene eppure non avevo mai pensato alla corsa.

C’era un canale di irrigazione dove l’acqua scorreva e io ho pensato che l’acqua arrivava dal Naviglio (che sta tre chilometri più a sud) . Non so perchè l’ho pensato (e non so nemmeno se sia vero) però in quel momento era un fatto incontrovertibile: quell’acqua arrivava dal naviglio ed era un fatto di energia e di collegamento. Di spinta. E intanto stavo andando più forte, non sentivo fatica, il mio corpo si nutriva della luce che intanto continuava la sua conquista della volta celeste. Spingevo sulle mizuno. Il cielo era di un azzurro più chiaro, ma pur sempre carico. Le piante stavano acquistando ciascuna il proprio punto di verde. La grande conca della cava, in quel momento alla mia destra, tratteneva il freddo della notte e c’era un colore sospeso in quella grande cavità, muto azzurro ghiaccio. Alla mia sinistra le pannocchie nei campi erano soldati dell’impero cinese rigidi e immobili in attesa di ordini.

Al punto di svolta, dietro la rivendita di materiali edili, sono tornato sul percorso e il buio dei tunnel alberati era di un tenore più morbido, mentre la ghiaia bianca creava un riverbero. Era come attraversare la luce di ciascuna cosa. La piscina aveva un colore più vivo adesso (mi sono peraltro fermato anche a bere alla fontanella e ad assumere zucchero della Turkish Airlines) e sentivo un po’ di fatica. La grande conca della cava, alla mia destra, si era sciolta e ora il suo volume vuoto era verde acqua di cava. Alla mia sinistra le pannocchie erano verdi, senza volto e ignote.  

Finalmente. Alla svolta della Cascina Increa, sul ritorno, ho controllato il parziale degli ultimi otto chilometri. 5 minuti a chilometro. Qualcosa mi richiamava indietro e mancavano oramai due chilometri.

La luce si stava impadronendo di ogni angolo, la volta celeste era ormai di un colore chiaro, mentre io ero vestito di nero. Ero la negazione della luce. Non ero fatto di luce, la luce mi aveva semplicemente attraversato per tutto il percorso e verso la fine esigeva da me il prezzo di un po’ di fatica. Ho fatto volentieri fatica solo per due chilomentri piuttosto che per 17.

Stavo tornando alla mia condizione di essere terrestre e pesante. Nascere – venire alla luce – deve essere così.

Dati tecnici dell’allenamento del 14 Settembre

Chilometri:          17,2 chilometri
Tempo:               84’45”
Media al km:       4’56”
Ora di partenza: 5.35
Temperatura:     Fresca (12°)
Umidità:              Bassa

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2 thoughts on “Allenamento del 14 settembre. Venire alla luce.

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