Capace di riposarsi in corsa

    Premetto una cosa: l’allenamento collinare, per me, sarà sempre una brutta gatta da pelare. Necessaria, però.

    Lunedì di Pasquetta (partenza alle 8 del mattino con 3 o 4 °C) stavo correndo per totalizzare 8 chilometri, in collina, dopo che due giorni prima avevo corso 10 chilometri, sempre in collina. L’allenamento era mirato a mettere in cascina un po’ di resistenza muscolare. Se non fossi stato in compagnia di un runner che, più allenato di me, mi ha fatto tirare avanti nei punti critici, il doppio allenamento sarebbe fallito. Anzi, sarebbe fallito anche quello singolo e il lunedì sarei stato troppo abbattuto per fronteggiarne un altro.

     Invece lunedì ci siamo presentati per il secondo allenamento, su un percorso diverso: equamente distribuito tra salite e discese, un andata e ritorno da 4 km da fare due volte. Molto più equo di quello di sabato, che prevedeva 5 km in discesa e 5 in salita.

    Mentalmente ero pronto a soffrire, ma non certo più di quanto avevo fatto nei 10 km del sabato.

Foto tratta da Patty-Corrichetipassa.blogspot.it

    Ad un certo punto – più o meno a metà prestazione – un muscolo posteriore della coscia sinistra ha iniziato a darmi fastidio. Non sapevo esattamente come fare per far passare il fastidio, essendo un muscolo che non mi aveva mai dato problemi. In più certi miei trascorsi – proprio sullo stesso percorso! – mi rendevano sensibile al termine “infortunio”. Quei trascorsi mi avevano fatto perdere due anni di corsa, tra trattamento del problema e paura del riprendere.

    Superato il 4° chilometro – non più tardi di 1 o 2 minuti dopo aver sentito il dolore alla coscia – mi è tornato in mente Giacomo Mazzocchi, commentatore sportivo, e la sua telecronaca sull’emittente TMC della vittoria olimpica di Gelindo Bordin a Seoul ’88, con gli ultimi drammatici chilometri, quando Bordin era avanti e Douglas Wakihuri, del Kenia, sembrava rimontare da dietro. Mazzocchi parlò di keniani capaci di riposarsi durante corsa, paventando un recupero da parte di Wakihuri. Sembrava che stesse parlando di stregoneria e il carico di drammaticità di quella cronaca salì vertiginosamente.

    Allora ho pensato al mio muscolo indolenzito come un keniano capace di riposarsi in corsa. Proprio così e senza tanti preamboli ho iniziato a pensare che anche il mio muscolo fosse capace di riposarsi in corsa. Il bello della faccenda è che il trucchetto è riuscito: dopo un po’ il fastidio è sparito (sarà stato il 5° chilometro o poco più) e sono riuscito a correre la seconda tranche di allenamento senza avere più problemi.

    Per la cronaca: come è già palese nella frase “vittoria olimpica di Gelindo Bordin a Seoul ’88”, il keniano non si riposò abbastanza mentre correva. Non riprese il nostro Gelindo che andò a vincere la Maratona di Seoul ’88. Ma il mio muscolo ce l’ha fatta.

    A quanto ne so io, nella corsa si può inserire una giusta quantità di frottole, diciamo pure una “modica quantità”. Perchè il cervello vuole la sua parte per non fissarsi su un fastidio (o un dolore) e farlo diventare un’ossessione. La chiave sta: nel riuscire a raccontare a se stessi la giusta quantità di frottole al momento giusto; nel capire quando è il caso di non raccontarne più e riprendere il controllo della situazione, magari fermandosi. Il mio muscolo si è ripreso ma se avessi continuato a raccontar frottole per più tempo sarei incorso in un infortunio, interrompendo a metà l’allenamento e saltand0 poi alcune sessioni di corsa. Ma quante? Che ne sarebbe stato allora del mio rapporto con la corsa?

   Di certo la prossima volta prima di correre in collina, cercherò di ripassare le gesta epiche di qualche corridore del passato, da riproporre caso mai mi si presentasse un fastidio, mai sentito prima, in qualche punto del corpo .

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